UNA SHOAH PIU’ GRANDE…
Da molti anni abbiamo dovuto fare l’abitudine alla sistematica disinformazione
esistente in Italia sulla questione palestinese, intossicazione direttamente
dipendente dalla subordinazione bipartisan della politica italiana a quella
dello Stato ebraico. Basti dire che l’inviato più fazioso e manipolatore che la
RAI abbia mai avuto in Medio Oriente – quel Claudio Pagliara idolo delle lobby
sioniste – fu piazzato lì da Berlusconi all’inizio del suo mandato e lì è
rimasto per tutta la durata del governo Prodi.
Ultimamente, si è passato ogni limite, compreso quello della decenza: mentre
autorevoli (si fa per dire) esponenti della politica, della cultura e
dell’informazione si mobilitano come un sol’uomo contro il boicottaggio della
Fiera del Libro di Torino, in cui lo Stato di Israele sarà l’ospite d’onore, i
morti palestinesi sotto le bombe, i missili, le cannonate e i rastrellamenti
israeliani non meritano mai l’onore della prima pagina e quasi mai quello di un
trafiletto. Il fatto che da quasi un anno e mezzo l’intera popolazione della
Striscia di Gaza sia sottoposta ad un embargo internazionale (voluto dallo Stato
ebraico e dagli Stati Uniti, cui si è prontamente accodata l’Unione Europea,
compresa l’Italia di Berlusconi e di Prodi) e che questo stia comportando la
riduzione alla fame di un milione e mezzo di esseri umani, non mobilita i nostri
intellettuali, i nostri opinionisti, i nostri politici.
La complicità con i crimini israeliani ha raggiunto il livello dell’oscenità:
trentaquattro persone assassinate in due giorni, fra cui molti bambini colpevoli
di giocare a pallone su campetti improvvisati, non ha prodotto un solo
soprassalto di indignazione fra i tanti che, particolarmente a “sinistra”, si
disperano perché qualcuno ha manifestato l’intenzione di disturbare la
celebrazione della nascita di uno Stato – canaglia, anzi, dello Stato – canaglia
per eccellenza, visto che detiene il record assoluto delle violazioni delle
Risoluzioni delle Nazioni Unite, non ha mai sottoscritto i più importanti
trattati internazionali (da quello sulla non proliferazione nucleare a quello
sullo sfruttamento delle risorse idriche, tanto per citarne un paio) ed è retto
da una legislazione razzista e discriminatoria che non ha nulla da invidiare a
quella dell’Italia del 1938 o a quella del Sudafrica dell’Apartheid.
Ieri sera, guardavo su Al Jazeera le immagini strazianti del bambino di cinque
mesi quasi fatto a pezzi da un missile israeliano: il nome di quel bambino me lo
sono dovuto andare a cercare su siti non italiani, perché qui da noi le vittime
palestinesi non hanno mai un nome, meno che mai un volto. Mohammed Al Bourai, si
chiamava quel bambino. Quel nome non lo sentiremo, ovviamente, mai nelle
corrispondenze di Claudio Pagliara, ma non lo leggeremo mai in un editoriale di
Valentino Parlato, così come non uscirà mai dalla bocca di fausto bertinotti,
entrambi, invece, straordinariamente loquaci nel condannare il boicottaggio
della Fiera del Libro dedicata allo Stato di Israele.
Ora, sono curioso di vedere se e come Parlato, bertinotti e tanti altri
commenteranno le parole di un certo Matan Vilnai, un nome che ai più non dice
nulla, ma che in Israele è qualcuno, poiché è stato più volte Ministro ed
attualmente è il Vice Ministro (laburista) della Difesa. Questo signore sa di
cosa parla: è stato un ufficiale dell’unità speciale Sayeret Matkal, di cui è
stato comandante l’attuale Ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, unità
formata sul modello della S.A.S. britannica, con cui ha in comune anche il
simpatico motto “Chi osa vince”.
Orbene, il Vice Ministro (nonché commilitone del Ministro), secondo quanto
riportato dal quotidiano israeliano Haaretz, ha dichiarato alla radio
dell’esercito israeliano che il lancio di razzi contro le città israeliane varrà
ai Palestinesi “una Shoah più grande, useremo tutti i mezzi a nostra
disposizione per difenderci”. Ha detto proprio così, “una Shoah più
grande”. Un suo portavoce si è poi premurato di precisare che “il Vice
ministro della Difesa ha usato il termine nel senso di catastrofe", e che "egli
non voleva fare alcuna allusione al genocidio". Ma le parole hanno un senso,
e certe parole sono inequivocabili, specie se pronunciate da chi sa benissimo di
cosa sta parlando.
Dunque, un esponente del governo israeliano dichiara pubblicamente che i
Palestinesi devono aspettarsi qualcosa di peggio di quello che i nazisti hanno
commesso nei confronti degli Ebrei. Domande che si affollano nella mia mente: il
sig. Vilnai sarà estromesso dal governo israeliano? Parlato e bertinotti si
indigneranno? I vertici della Fiera del Libro chiederanno che almeno il signor
Vilnai non si presenti ai festeggiamenti in onore dello Stato di cui è al
governo? Le associazioni di ex deportati e dei sopravvissuti alla Shoah (quella
più piccola, secondo il sig. Vilnai) faranno sentire la loro voce? Aspetto
risposte. Non riuscendo a cancellare il pensiero che il nome di Mohammed Al
Bourai non commuoverà intere generazioni, come ha fatto quello di Anna Frank,
perché a lui non hanno lasciato nemmeno il tempo di imparare a scrivere.
Roma, 29.2.2008
Germano Monti