Vuoto storico concettuale e teorico: la polemica del PRC sull'8 novembre.

La manifestazione nazionale contro il Muro dell'Apartheid dello scorso 8 novembre non ha visto la partecipazione del Partito della Rifondazione Comunista, che anzi se ne è apertamente dissociata. Gli attacchi di esponenti del PRC sono continuati anche dopo la manifestazione. Partendo dalla lettera inviata da un militante del PRC romano - che a nostro avviso esprime bene il disagio di tanti compagni di quel partito - cerchiamo di fornire una ricostruzione degli avvenimenti politici e delle prese di posizione prima e dopo la manifestazione.

Decine di migliaia di persone,scolaresche,donne in nero, striscioni di gruppi omosessuali, pacifisti, antimperialisti, deputati e dirigenti dei Verdi e del PCdI,militanti del sindacalismo di base:nel corteo dell'8 Novembre contro il muro di Sharon era vistosa e pesante solo l'assenza del Prc, nonostante la presenza di non pochi iscritti e dirigenti.
Nessuna esaltazione della pratica kamikaze, nessun antisemitismo. Le uniche "smagliature"di questa manifestazione sono state la presenza di uno striscione anonimo appeso che su via Cavour ("solidarietà con Israele"...) e la presenza silenziosa di Adel Smith, del resto a malapena tollerata dagli organizzatori.
Alla luce di tutto ciò la mancata adesione del Prc appare incomprensibile, tanto più in presenza di una piattaforma "minima": personalmente, mi son trovato più volte in imbarazzo a sentirmi chiedere "...e Rifondazione?".
Ora, domando, come mai il Prc (giustamente) non partecipa allla manifestazione di  Firenze "contro il terrorismo" nostrano rifiutando tale discriminante, per poi invocarla a proposito dell'8 Novembre?   
Chi si sarebbe mai sognato di chiedere ai combattenti algerini, aldilà del dolore per ogni vittima innocente, di "ricusare" il terrorismo ?    

In realtà, da un po' di tempo alcuni esponenti del PRC hanno avviato una accelerata revisione anche del giudizio sulle guerre di liberazione dal colonialismo, compresa quella algerina, ma sulla svolta gandhiana di Bertinotti e dei suoi torneremo con altri interventi. Rispetto alla manifestazione dell'8 novembre, c'è da dire che la dissociazione del PRC è consequenziale all'atteggiamento che quel partito, o meglio il suo gruppo dirigente bertinottiano, ha sempre tenuto dall'inizio della seconda Intifada... ma anche su questo torneremo con un intervento più complessivo di ricostruzione dall'autunno 2001 ad oggi.
Gli appelli della società civile palestinese a costruire mobilitazioni contro il Muro dell'Apartheid in occasione dell'anniversario della caduta del Muro di Berlino risalgono all'estate di quest'anno. All'inizio di settembre, il Forum Palestina lancia un invito a costruire anche in Italia un'iniziativa che raccolga l'appello lanciato dai Palestinesi. L'invito viene raccolto da alcune situazioni e singoli esponenti politici, che si confrontano in un'assemblea tenutasi a Roma il 26 settembre.
Nell'assemblea del 26 settembre, si decide per una manifestazione nazionale per sabato 8 novembre, dalle esplicite caratteristiche unitarie, da costruire insieme a chiunque voglia prendervi parte. Nella stessa assemblea si costituisce un Comitato Promotore incaricato di lavorare per la manifestazione. Del Comitato Promotore fanno parte, oltre al Forum Palestina, il Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila, il Comitato di Solidarietà con l'Intifada, la Comunità Palestinese di Roma e del Lazio, l'associazione Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese in Italia, il Deputato dei Verdi Mauro Bulgarelli, il giornalista de La Rinascita ed esponente del PdCI Maurizio Musolino, e due dirigenti del PRC: Bruno Steri, del Dipartimento Esteri, e Letizia Mancusi, del Comitato Politico Nazionale.  
Nelle settimane che seguono, mentre iniziano ad arrivare le adesioni alla manifestazione nazionale, dal PRC non arriva alcuna risposta o proposta alternativa. Solo il 18 ottobre, nel corso di un'assemblea a Roma di Action for Peace, il Responsabile Esteri del PRC, Gennaro Migliore, si pronuncia contro la manifestazione. Il 25 e 26 ottobre è convocato il Comitato Politico Nazionale (CPN) del PRC; in quella sede, viene presentato un ordine del giorno che chiede l'adesione del partito alla manifestazione. Oltre a Gennaro Migliore, anche Fausto Bertinotti proclama la propria contrarietà, con la motivazione che nella convocazione manca un'esplicita condanna del "terrorismo palestinese" e non vi sono riferimenti all'azione dei pacifisti israeliani, oltre che a sostenere - contro ogni evidenza, peraltro - che il PRC stesso non è stato coinvolto nella preparazione della manifestazione. Si va al voto, e l'ordine del giorno viene respinto con 63 voti contrari, 35 a favore e un paio di astenuti. Votano contro tutti i bertinottiani, compreso il gruppuscolo trotskista di Livio Maitan e il Direttore di Liberazione Sandro Curzi, mentre si schierano a favore della manifestazione la minoranza di sinistra di Marco Ferrando e l'area della rivista l'Ernesto, che fa capo a Claudio Grassi, della Segreteria Nazionale.
La decisione del CPN suscita non poco sconcerto fra iscritti e simpatizzanti; persino Liberazione è costretta a darne in qualche modo conto, pubblicando alcune lettere: Giorgio Coluccia e Hatem Sandoqa lamentano la "eccessiva cautela" del partito, un circolo de L'Aquila - che ha aderito alla manifestazione - scrive di aver appreso con amarezza della decisione del CPN e fa notare che le motivazioni addotte non convincono; per Saviano Giovani, la decisione del CPN è "un atto sbagliato. La piattaforma dell'8 novembre non contiene nessun elemento che giustifichi la mancata adesione del partito (...)"; Marta Angelini, infine, osserva che "ciclicamente ci troviamo nella stessa condizione di immobilismo: la situazione in Palestina è sempre più drammatica. Qualcuno convoca manifestazioni che non ci convincono del tutto... ma le convoca. E noi ci troviamo a decidere se andare o meno a cose organizzate da altri... ".
La risposta è affidata a Gennaro Migliore, che sostanzialmente ripete quanto detto al CPN per motivare la contrarietà alla manifestazione: "Action for Peace ha indetto una due giorni di iniziative in tutta Italia. Un altro comitato, con un percorso più escludente che inclusivo, ha già da settembre convocato una manifestazione per sabato 8, con una piattaforma che non condanna le azioni contro i civili e non cita il sostegno a quella parte della società israeliana che, come i refusnik, si batte per la pace e la fine dell'occupazione". Come era già avvenuto  prima del 9 marzo 2002, poi, Migliore sostiene l'esigenza di una "scadenza veramente nazionale" (come se quella dell'8 novembre non lo fosse) e rinvia a dicembre, quando si terrà in Italia l'incontro dei governi europei e del Mediterraneo, compreso quello israeliano.
Le argomentazioni di Migliore non devono suonare molto convincenti, perché l'8 novembre i militanti del PRC in piazza sono diverse migliaia e nelle prime file del corteo, assieme agli altri promotori, sfilano Claudio Grassi, Marco Ferrando, Franco Grisolia e altri dirigenti del PRC, oltre, naturalmente, a Bruno Steri e Letizia Mancusi. Insieme a tutti gli altri, salutano la compagna israeliana Michal Schwartz, dell'Organization for Democratic Action, e Fatwa Barghouti, compagna e avvocato di Marwan, il leader dell'Intifada prigioniero degli Israeliani.


Ma, come abbiamo già visto, nemmeno l'evidenza costituisce un deterrente per il livore di Gennaro Migliore, che il 9 novembre pubblica sul Manifesto una lettera in cui se la prende con Stefano Chiarini - giornalista del quotidiano di Via Tomacelli e animatore del Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila - accusandolo, nientepopodimeno, di aver compiuto un "tentativo maldestro, disinformato e prigioniero di riflessi minoritari", lanciandosi poi in un confuso ragionamento sull'inopportunità della "contestualizzazione" delle azioni terroristiche o, peggio - dice lui - della loro equiparazione a gruppi di terrorismo sionista. Dopo aver ricordato che Action for Peace ha promosso una campagna con decine di manifestazioni contro il muro dell'apartheid - di cui, come era prevedibile, nessuno si è accorto, n.d.r. - Migliore precisa con puntiglio che "Rifondazione Comunista, non la sua componente bertinottiana, ha deciso, nel Com. pol. nazionale del 26 ottobre, di non aderire".
In soccorso di un Migliore e di un Bertinotti in evidente affanno, l'11 novembre arriva anche un intervento su Liberazione di Ali Rashid, primo segretario della delegazione generale palestinese in Italia. Si tratta di una struggente lettera di ringraziamento a Fausto Bertinotti, che inizia con un altro veemente attacco al povero Stefano Chiarini, prosegue con una serie di accuse ai promotori della manifestazione e si chiude con una "riflessione" sugli aspetti negativi della "violenza nelle lotte anticoloniali", con un richiamo - guarda caso - proprio alle recenti dichiarazioni di Bertinotti sugli "aspetti più violenti dell'esperienza algerina contro il colonialismo francese".
L'indignazione per la posizione di Rifondazione Comunista sulla questione palestinese e gli attacchi a Stefano Chiarini si esprime nei messaggi di solidarietà che quest'ultimo riceve dalle Comunità Palestinesi e, in maniera evidente e articolata, nella lettera che Joseph Halevi invia il 12 novembre al PRC e che riproduciamo:

Trovo sinceramente incomprensibile la non adesione di Rifondazione alla manifestazione contro il muro di annessione ed espulsione che il Governo di Israele va costruendo. La storia della Palestina ha comportato la trasformazione del popolo palestinese in un popolo di espulsi e di oppressi ben prima dell'11 giugno 1967. Tale consapevolezza storica renderebbe tutti consapevoli del significato del terrorismo sionista. La validità contemporanea del riferimento al terrorismo sionista e' dimostrata dal fatto che il governo di Israele ed i partiti sionisti fanno di tutto per cancellare la memoria della presenza palestinese del 1948. Eppure il 48 e' assolutamente presente nell'Intifada di oggi. La presenza del 48 e la non volontà dell'establishment israeliano di accettarla e' stata riconosciuta da Meron Benvenisti in un articolo su Ha-Aretz da me commentato su il manifesto. La prova del nove che il 48 e' tabù nei circoli dominanti in Israele e nei circoli sionisti è venuta recentemente dal tentativo di espellere dall'Università' di Haifa il professor Illan Pappe' per aver difeso la tesi di uno studente che mostrava il massacro della popolazione di un villaggio arabo sulle cui rovine oggi sorge un kibbutz. Pappe' denunciò altresì l'.annullamento del titolo di studio (Master) conferito in base a quella tesi allo studente. Ne naccque un tentativo sistematico di cacciare Pappe' dall'università' di Haifa, che fu respinto solo grazie ad una durissima petizione internazionale di solidarietà con Pappe' .Non voler contestualizzare il terrorismo significa una cosa sola: non rendersi conto del processo che ha portato al'oppressione del popolo palestinese ed accettare quindi che si sviluppino operazioni come quella contro l'israeliano Pappe'.
Se lo riconosce Benvenisti che il nodo e' il 1948 , lui che era il vicesindaco di Gerusalemme quando c'era Teddy Kollek che iniziò l'espansione a tentacoli della città per soffocare i palestinesi, se lo riconosce l'ex vicesindaco perché non lo deve riconoscere il movimento di solidarietà in Italia? Trovo pertanto del tutto inappropriata la lettera inviata da Gennaro Migliore al manifesto apparsa sul numero del 9 novembre che si lamenta della assenza di un esplicito sostegno al dissenso in Israele. Alla manifestazione ha parlato Michal Schwartz, scusate ma da dove viene? Così voi di Rifondazione (o meglio l'ala che ha fatto passare la decisione di non aderire ufficialmente) vi state coprendo di ridicolo e implicitamente stabilite un' arbitraria simmetria in primo luogo sul piano morale.
Nessuno si sognava durante le manifestazioni di solidarietà per il Vietnam di porre sullo stesso piano la resistenza dei vietnamiti e l'opposizione negli Usa a tale guerra. La prima riceveva priorità assoluta e la seconda veniva applaudita, appoggiata ed incoraggiata quando si manifestava apertamente con coraggio. Ovviamente tanto più tale opposizione cresceva tanto più essa acquistava spazio. Ma questo dipende dall'attività' delle forze coinvolte e non deve costituire un assegno in bianco che, altrimenti significherebbe: "non se ne fa nulla se non si fa riferimento alle forze pacifiste israeliane" (o americane nel caso del Vietnam). Esattamente lo stesso principio deve guidare la campagna di solidarietà nei confronti dei palestinesi.
Dovreste essere più umili ed imparare dai comunisti israeliani soprattutto dai grandi dirigenti del PCI(Israele) come Meir Vilner e Toufik Toubi. Nella loro lotta di solidarietà con i palestinesi, ben prima del 1967, essi non hanno mai mai mai aspettato che i palestinesi o, come si diceva allora, "gli arabi" li contraccambiassero. L'ordine di priorità era preciso. In primo luogo solidarietà con il popolo oppresso anche se i suoi rappresentati non ci riconoscono esplicitamente. Il criterio valido perfino in una situazione di profonda asimmetria in cui il popolo oppresso non aveva gran fiducia nei suoi sostenitori in Israele (per una serie di validissime ragioni tra l'altro legate al ruolo dell'URSS nell'intera vicenda del 1948-9) vale ancor più oggi dal momento che i palestinesi riconoscono totalmente le forze di solidarietà israeliane. Rimane comunque il fatto che l'imperativo morale e politico di manifestarsi ricade sulle forze di solidarietà che operano nel paese aggressore (siete d'accordo spero che il 1967 fu un'aggressione unilaterale: validissima e' ancora la posizione che presero allora il PCI ed il PSIUP) che poi si e' trasformato in paese oppressore di tutto il popolo palestinese. Spetta alle forze progressiste israeliane dire "siamo con voi" esattamente come ha fatto mi sembra Michal Schwartz che non viene dall'Alaska. Assurdo che Migliore ignori questo fatto, cioè il fatto che la Schwartz provenisse da Israele, che rende totalmente inutile la sua lettera.
Senza addentrarmi nelle contorsioni della politica italiana mi sembra che la lettera di Migliore al manifesto testimoni del vuoto storico concettuale e teorico della dirigenza di Rifondazione e del fatto che per rilanciare un movimento di ispirazione comunista è necessario un approccio meno politicistico e meno contingente. Quindi non posso che esprimere le mie simpatie a Stefano Chiarini sia in quanto giornalista de il manifesto che in quanto intellettuale sistematicamente impegnato contro l'occupazione ed il lento genocidio (come e' stato scritto pubblicato sul manifesto riprendendo un intervento di Tanya Reinhart) cui e' sottoposta la popolazione palestinese.

Cordiali saluti - Joseph Halevi

"Vuoto storico concettuale e teorico della dirigenza di Rifondazione": solo un intellettuale della levatura di Joseph Halevi poteva sintetizzare con tanta efficacia la realtà.