BAMBINI ITALIANI TRATTENUTI IN ISRAELE. L'APPELLO DELLA MADRE.
Dall'edizione on line del Corriere della Sera del 13 giugno 2003 abbiamo ripreso le notizie che seguono. La particolarità della vicenda, a nostro avviso, consiste nell'immobilismo della nostra diplomazia, solitamente piuttosto solerte in casi analoghi, specialmente quando avvengono in Paesi islamici, come peraltro rileva la stessa protagonista. Chi volesse visitare il sito www.corriere.it avrà anche l'opportunità di leggere le mail inviate al giornale, gran parte delle quali evidentemente "ispirate" dai soliti siti di disinformazione sionisti, che hanno fatto delle pressioni sugli organi di informazione la loro ragion d'essere.
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L'appello di una madre che vive in Israele
«Per favore, aiutatemi a salvare i miei figli»
Patrizia vorrebbe portare in Italia i suoi tre bambini che vivono con lei, ma l'ex marito israeliano si oppone
TEL AVIV - Israele. Gli attentati. Le giornate scandite dal terrore di non veder tornare a casa i propri figli da scuola, dalla pizzeria o dalla discoteca. Come si vive in un Paese continuamente sotto attacco?
Patrizia, italiana, ex moglie di un israeliano e madre di
tre bambini, ha resistito per 17 anni superando paure e momenti difficili.
Ma adesso vorrebbe dire basta perché, dice,
niente
vale il rischio che corrono i suoi figli ogni istante della loro vita.
«Come madre non posso assolutamente accettare di esporli al pericolo»
racconta. E
vive con
un solo pensiero fisso: portarli in Italia, almeno fino a quando la
situazione non sarà migliorata. Ma il padre dei bimbi non vuole saperne: è
convinto che loro - con cittadinanza italiana, ma nati in Israele come lui -
debbano restare lì, in Medio Oriente.
«Sarà
quel che deve essere. Questo è il fato di Israele», afferma convinto.
Arrendersi a quest'idea o
giocare
tutte le carte possibili per portare i bambini in Italia? Patrizia
chiede l'aiuto del governo italiano, di quello israeliano, dei media: di
chiunque possa farle vincere questa battaglia.
LA LETTERA DELLA MADRE
«Voglio solo proteggere i miei bambini...»
Oggi si parla molto di casi di bambini Italiani rapiti
da un genitore straniero e portati in Paesi dove molto spesso c’è una
guerra o un regime dittatoriale-religioso (specialmente paesi musulmani), ma
io vorrei parlare di un caso di «prigionia al contrario». Sono
cittadina Italiana (nata e cresciuta in Italia), che vive attualmente in
Israele, dove nel 1990 ho sposato un cittadino Israeliano, il quale ben
sapeva che la mia patria non era Israele e anzi, spesso abbiamo parlato
della possibilità di andare a vivere in Europa (preferibilmente in Italia),
in cerca di un futuro migliore e più sicuro. Da questo matrimonio sono
nati 3 bambini, tutti e tre debitamente annotati all’Ambasciata Italiana
di Tel Aviv come cittadini Italiani legittimi, a tutti gli effetti.
Come tutti sanno, negli ultimi 2 anni, la situazione in Israele si è fatta
estremamente pericolosa, e non solo per i soldati che sono impegnati a
combattere al fronte, ma per qualsiasi cittadino di questo Paese, che si
trova di fronte all’impossibilità più assoluta di condurre una vita
normale per paura di un attacco terroristico. Qui è normale avere un
bambino di 4 anni che parla di attacchi terroristici, di morti, di feriti,
di paura di uscire a mangiare una pizza. La soluzione? Parlatene con lo
psicologo…poiché non esiste un’altra soluzione reale. E così si creano
bambini (gli adulti di domani) che sono traumatizzati fin dall’infanzia,
dovendo vivere in una situazione di guerra costante.
Questo è lo scenario che vivono anche i miei figli, e dal quale non
potranno uscire. Infatti, il padre nega loro l’uscita dal Paese,
negandogli anche la possibilità di una breve vacanza per visitare la
famiglia (lo zio, i miei zii e cugini, gli amici, ecc.). Questo con la scusa
che i bambini sono nati in Israele come lui, e quindi devono vivere qui,
pur avendo la possibilità di un futuro migliore in Italia. In nessun
momento della sua storia Israele ha mai avuto la vita tranquilla, ma la
maggior parte del tempo la guerra era una guerra tra soldati, al fronte e
non, come oggi, una guerra che non ha frontiere, dove i «soldati» sono le
persone comuni, i bambini, i passanti, e dove «il fronte» è la pizzeria
dell’angolo, il bar sotto casa, la scuola e l’asilo, il supermercato dove si
fa la spesa settimanale.
Con il cambiare della situazione, ho ripetutamente chiesto al padre dei
bimbi di lasciarci tornare in Italia, almeno fino a quando la situazione
non si ristabilisse. Il rifiuto è sempre stato netto e categorico: i
bambini rimangono in Israele, anche a rischio delle loro vite. Ho
tentato di far presente al padre che i bambini corrono il rischio
estremamente reale di saltare in aria mentre escono da scuola o giocano nei
giardini pubblici con gli amici, ma la risposta è stata: «Sarà quello che
deve essere. Questo è il fato di Israele». Non voglio che nessuno mi
fraintenda: sono completamente d’accordo con la persona che decide di
rimanere nel suo Paese a dispetto di tutte le difficoltà, per una
convinzione profonda, ma come madre, non accetto nel modo più assoluto
l’esporre i propri figli al pericolo, specialmente se si ha una opportunità
reale di metterli in salvo. Basti pensare a tutti i bambini ebrei che i
genitori misero su navi, treni o affidarono ad altre famiglie, con il
proposito di metterli in salvo dall’orrore e dalla follia omicida del Terzo
Reich. Chi potrebbe accusare questi genitori di non essere «fedeli al loro
paese»?
Chi di noi, avendo figli, non cercherebbe di metterli in salvo, anche se
dovesse separarsi da loro? La situazione in Israele oggi, non è meno
drammatica di quella di allora (che ironia storica, no?!). Tutto quello
che voglio è mettere in salvo i miei figli e portarli in un Paese, l’Italia,
che è il loro Paese (i bambini parlano Italiano, conoscono l’Italia e la
amano non meno di Israle), e che gli può dare una possibilità di vivere una
vita normale, lontani dalla paura e dalla morte quotidiana. Le autorità
competenti qui in Israele non sono disposte a muovere un dito per farci
uscire da qui (e sto parlando di quelle Italiane, ovviamente) ed è per
questo che ho deciso di rivolgermi alla stampa.
Aiutatemi a portare via i miei figli da questo Paese.
Patrizia