"Il Diritto di Ritorno è ancora il punto centrale di tutti
i discorsi"
Relazione di Salman Abu Sitta, coordinatore del Congresso per il Diritto di
Ritorno dei profughi palestinesi (Londra 17-18 ottobre 2003)
(12 novembre 2003)
E' stato davvero stupefacente. Giovani vestiti di magliette da campus. Un grande
vecchio, nel suo vestito arabo tradizionale. Una militante che da bambina era
rimasta sepolta sotto le macerie di Tel Zataar per tre giorni. Un veterano della
guerra del '48, appoggiato sul suo bastone. Parlamentari, scrittori,
rappresentanti dei campi profughi di Gaza, del West Bank, della Giordania, della
Siria e del Libano. Uomini d'affari dai Paesi del Golfo e dall'Europa.
Erano circa in cento, mancavano quelli che non erano riusciti a passare i
confini. Gli inviti rispecchiavano la distribuzione della popolazione
palestinese nel mondo. Avrebbero potuto essere in mille, in dieci mila oppure,
tutti i cinquemilioni e mezzo di profughi palestinesi insieme. Erano tutti
determinati a venire qui. Era uno spettocolo che avrebbe fatto la gioia degli
avvocati dei diritti umani causando un'irritazione profonda ai cinici politici.
Che cosa vogliono tutti questi ? si erano riuniti per ribadire, per l'ennesima
volta, ciò che stanno dicendo da cinquantacinque anni: 'noi vogliamo ritornare a
casa'. Una richiesta semplice, fondamentale. Loro erano gli abitanti di 530
insediamenti palestinesi primari e di 662 villaggi secondari, dai quali furono
espulsi dall'operazione di pulizia etnica più ampia tra quelle meglio
pianificate e più sistematicamente eseguite del ventesimo secolo.
La loro terra costituisce il 93% di ciò che oggi è Israele. L'immigrazione ebrea
verso la Palestina consentiva di raggiungere un controllo su non più del 7%
dell'area che oggi è Israele (ossia, del 5% in termini dell'area della Palestina
mandataria) e ciò nonostante la protezione e la colllusione offerte dal governo
mandatario britannico. Per i profughi palestinesi che si erano riuniti a Londra,
il 17 e 18 ottobre scorso, esistono prove lampanti che la pulizia etnica della
quale essi furono le vittime, è tuttora in corso e sta procedendo bene. Sharon
ed i suoi consimili sono stati gli esecutori della pulizia etnica ieri e lo sono
tutt'oggi, a Gaza e nel West Bank.
Questo era uno degli argomenti dominanti del Congresso di Londra: la pulizia
etnica del '48 che aveva reso profughi i due terzi della popolazione palestinese
e che è in corso anche oggi, perseguendo l'obiettivo di trasformare in profughi
anche l'ultimo terzo dei palestinesi ancora residenti in Palestina. I metodi,
oggi, sono cambiati, ma l'obiettivo è rimasto tale quale.
Non ci voleva molta opera di convincimento per fare adottare dal Congresso il
manifesto del Diritto di Ritorno, che dice, tra l'altro, che 'il diritto dei
profughi e degli esiliati palestinesi di tornare nelle loro case è un diritto
fondamentale ed inalienabile dell'uomo, che non può perdere validità con il
passare del tempo ne può essere annullato da sopraggiunti accordi politici. Il
diritto di ritorno deriva dall'inviolabilità della proprietà privata che non può
essere cancellata dall'occupazione militare o da un cambio di sovranità. Il
diritto di ritorno è fondamentalmente un diritto personale che non può essere
delegato ad organismi politici ne diventare oggetto di concessioni nell'ambito
di negoziati o di accordi politici. Il diritto di ritorno, diritto della
persona, è contemporaneamente un diritto collettivo.'
In effetti, il diritto di ritorno è sanzionato dalle Leggi Internazionali. Nella
riunione di Ottawa nel giugno 2003 e nel Seminario di Ginevra dell'inizio
dell'ottobre, al quale avevano collaborato gruppi di ricercatori ed esperti
legali, il diritto di ritorno dei profughi palestinesi risultava universalmente
accettata, e ciò nonostante i tentativi da parte di Israele di screditarlo.
I partecipanti al Congresso erano ben consapevoli dei numerosi tentativi - circa
cinquanta negli ultimi 55 anni - di portare avanti e di legalizzare la pulizia
etnica della Palestina. Erano ben consapevoli che il cosidetto accordo di Taba,
così come le proposte di Clinton ed anche l'attuale non-proposta di Abed Rabbo e
Beilin (chiamato accordo di Ginevra), non sono altro che nuovi e graziosi
involucri della perdurante dispersione e dell'esilio permanente. In tutte queste
proposte, le opzioni presentate non costituivano altro che variazioni della
formula dell'esilio. Come uno dei partecipanti giustamente annotò: 'se cambia
l'indirizzo del campo profughi, il profugo non diventa un rimpatriato, neanche
se il nuovo indirizzo si trovasse a Nablus, anziché a Beirut'.
Questa interpretazione, sotto l'aspetto legale, è correttissima, in
considerazione della Memoria Esplicativa della Risoluzione n° 194 dell'Assemblea
Generale dell'ONU che stiupla che il ritorno dei profughi riguarda i focolari
dai quali furono allontanati, non semplicemente il paese-stato d'origine.
I partecipanti al Congresso hanno seguito con molta attenzione una presentazione
dei fatti e dei numeri con i quali già avevano dimestichezza per via
dell'esperienza propria: attualmente, i 97% dei profughi registrati risiedono ad
una distanza inferiore ai 100 km dal confine della Palestina e la metà di loro,
ad una distanza inferiore ai 40 km; i 2% degli ebrei di Israele stanno oggi
occupando le terre dei profughi; queste terre attualmente, sono state vendute ad
imprenditori edili per la costruzione di condomini; il kibbutz è morto; i
palestinesi saranno la maggioranza della popolazione, in tempi e luoghi
differenti, qualunque cosa faccia Israele, a meno di non procedere allo
sterminio totale dei palestinesi residenti nella Palestina storica. Ma
servirebbe a ben poco perché perfino in tale eventualità, i 55% della nazione
palestinese che vivono fuori dalla Palestina, continuerebbero a lottare per i
loro diritti.
Due elementi hanno distinto il Congresso di Londra da precedenti convegni e
congressi: innanzitutto, tutti i partecipanti hanno o hanno avuto saldi legami
politici, mentre nessuna fazione politica ha cercato per se un ruolo da
protagonista durante i dibattiti. Tutti si erano riuniti dietro una causa
comune: il Diritto di Ritorno. Le differenze politiche e di orientamento
ideologico sono state accantonate. Infine, i partecipanti hanno focalizzato la
loro attenzione su un piano d'azione per il futuro. Nessuno era venuto a Londra
per farsi commiserare, per contestare o criticare. Perfino di Abed Rabbo, di
Sari Nusseibeh e di Shikaki si è parlato solo a margine, attribuendo loro la
meritata non-importanza, mentre le singole delegazioni hanno presentato i loro
programmi d'attività per le rispettive regioni.
I dibattiti si erano chiusi con la formazione di un Comitato, costituito da 5
membri permanenti e 12 coordinatori regionali (destinati ad aumentare man mano
che s'organizzerano altre regioni). E' stato enfatizzato l'impegno di
rafforzare, tra i giovani palestinesi, la 'cultura del ritorno'. E' stato
convenuto di mettere a punto un programma di informazione sistematica, tra i
giovani, ma anche tra i meno giovani nei campi e nelle città, sui loro diritti.
I partecipanti infine, hanno constatato che occorre fare maggiori sforzi per
mobilitare in modo più sistematico l'opinione pubblica in Europa e per
riattivare il sostegno, silente, dei paesi arabi e musulmani. I meccanismi ci
sono, occorre solo metterli in moto. Occorre fare leva sul grande serbatoio di
appoggio da parte delle ONG mondiali e dell'ONU. E qui che risiede la risorsa
maggiore che potrebbe dare risultati immediati.
Per concludere: è stato concordato che occorre mobilitare la società civile
palestinese dovunque risiedano palestinesi. La scarsità di risorse e la
dispersione del popolo palestinese saranno un problema. Ma la nostra
determinazione ed il nostro approccio spregiudicato dovrebbero permetterci di
superare l'ostacolo della scarsità di risorse materiali e di conseguire molto.
Il Congresso si è concluso con la decisione unanime di non permetter più che il
Diritto di Ritorno venga messo da parte."
30.10.2003
Salman Abu Sitta
il discorso è stato pubblicato in originale, inglese, dal Daily Star del 30
ottobre - traduzione di S.S.
fonte: slava1@aliceposta.it
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