|
il manifesto - 31 Marzo 2003 |
RACHEL
Lettere dal cuore della pace
Rachel aveva 23 anni. E' stata uccisa - schiacciata da un bulldozer
dell'esercito israeliano mentre cercava di impedire la demolizione delle case
palestinesi - il 16 marzo 2003. Alla vigilia della guerra, nel pieno di una
guerra. Tra macerie, scontri, e soldati. Come quello le cui domande «mi hanno
fatto venire in mente in che misura noi siamo tutti bambini curiosi di altri
bambini», scrive agli amici e alla famiglia. Nelle sue lettere, che qui
pubblichiamo integralmente, il diario di una pacifista
MICHELE GIORGIO
Rachel Corrie era da un mese a Rafah. Appena sbarcata a Tel Aviv, era
immediatamente partita per Gaza dove, all'inizio, ha partecipato ai tre giorni
di formazione sulla «resistenza passiva» e lotta pacifica, previsti per tutti i
volontari dell'Ism (International solidarity movement) che giungono nei
Territori occupati. Rachel si era immersa nella sua missione: difendere i civili
palestinesi dagli attacchi dell'esercito israeliano e tentare di impedire le
demolizioni delle case. Un impegno che prima di lei avevano svolto altre decine
di giovani, in gran parte dell'Ism, del Gipp palestinese ma anche di Ong e
associazioni internazionali, come l'italiana Sci. L'idea della presenza
di volontari in un'area ad alto rischio, come Rafah, non è recente. L'Ism è nato
proprio per offrire quella protezione internazionale ai civili che i veti
statunitensi all'Onu hanno impedito più volte. Giovani di tanti paesi, talvolta
americani di origine araba, ma anche ebrei, giungono in Cisgiordania e Gaza
pronti a fare la loro parte, senza mai cercare lo scontro fisico con le forze di
occupazione. Rachel aveva soltanto 23 anni. Nella sua città, Olympia
(Washington), la ricordano come una ragazza matura, determinata. I genitori
sostenevano il suo impegno politico e lei li coinvolgeva nelle sue molteplici
attività. Inviava ai genitori messaggi e informazioni dettagliate: le lettere
che pubblichiamo in queste pagine, diffuse dalla famiglia dopo la sua morte,
rappresentano uno straordinario diario politico.
Tra Rafah e il confine con l'Egitto Israele sta costruendo un muro di
separazione, tra i palestinesi e le sue colonie. Ha bisogno di spazio, è
evidente, eppure continua a giustificare le demolizioni con la necessità di
impedire ai palestinesi di aprire il fuoco contro le sue postazioni militari. Ma
a Rafah gli attacchi armati palestinesi si sono fatti sempre più rari, le
distruzioni di case invece si intensificano. Quelle centinaia di metri di
macerie rappresentano in effetti una «zona-cuscinetto» che consente all'esercito
israeliano di tenere sotto controllo gran parte della città. Da Olympia, Rachel
aveva seguito con angoscia le notizie provenienti da Gaza e dal resto dei
Territori occupati. Negli ultimi mesi, hanno detto i suoi amici, aveva sentito
sempre più forte il desiderio di unirsi agli altri giovani che tentavano di
mettere fine a quell'ingiustizia. Il giorno in cui è stata travolta e uccisa da
una ruspa - un «Caterpillar D-9» costruito negli Usa e venduto a Israele -
Rachel non aveva immaginato neanche per un attimo di poter andare incontro alla
sua orribile fine. «Eravamo in otto decisi a proteggere alcune case minacciate -
ricorda Thomas Dale - ad un certo punto il bulldozer ha iniziato la sua marcia
verso la casa. Ci siamo spostati ma Rachel è rimasta ferma, convinta che
l'autista si sarebbe bloccato. Invece è stata travolta. Non credevamo ai nostri
occhi, Rachel, la nostra Rachel era morta, non ci avrebbe più esortato a non
mollare, a non lasciarci prendere dallo sconforto. Rachel, non temere, non
dimenticheremo mai le tue parole, il tuo coraggio».
Quel che ci ha lasciato Rachel Corrie
7 FEBBRAIO 2003
Ciao amici e famiglia e tutti gli altri. Sono in Palestina da due settimane e
un'ora e non ho ancora parole per descrivere ciò che vedo. È difficilissimo per
me pensare a cosa sta succedendo qui quando mi siedo per scrivere alle persone
care negli Stati uniti. È come aprire una porta virtuale verso il lusso. Non so
se molti bambini qui abbiano mai vissuto senza i buchi dei proiettili dei carri
armati sui muri delle case e le torri di un esercito che occupa la città che li
sorveglia costantemente da vicino.
Penso, sebbene non ne sia del tutto sicura, che anche il più piccolo di questi
bambini capisca che la vita non è così in ogni angolo del mondo. Un bambino di
otto anni è stato colpito e ucciso da un carro armato israeliano due giorni
prima che arrivassi qui e molti bambini mi sussurrano il suo nome - Alì - o
indicano i manifesti che lo ritraggono sui muri. I bambini amano anche farmi
esercitare le poche conoscenze che ho di arabo chiedendomi «Kaif Sharon?», «Kaif
Bush?», e ridono quando dico, «Bush Majnoon», «Sharon Majnoon» nel poco arabo
che conosco (Come sta Sharon? Come sta Bush? Bush è pazzo. Sharon è pazzo).
Certo, questo non è esattamente quello che credo e alcuni degli adulti che
sanno l'inglese mi correggono: «Bush mish Majnoon» ... Bush è un uomo d'affari.
Oggi ho tentato di imparare a dire «Bush è uno strumento» (Bush is a tool), ma
non penso che si traduca facilmente.
In ogni caso qui si trovano dei ragazzi di otto anni molto più consapevoli del
funzionamento della struttura globale del potere di quanto lo fossi io solo
pochi anni fa. Tuttavia, nessuna lettura, conferenza, documentario o passaparola
avrebbe potuto prepararmi alla realtà della situazione che ho trovato qui. Non
si può immaginare a meno di vederlo, e anche allora si è sempre più consapevoli
che l'esperienza stessa non corrisponde affatto alla realtà: pensate alle
difficoltà che dovrebbe affrontare l'esercito israeliano se sparasse a un
cittadino statunitense disarmato, o al fatto che io ho il denaro per acquistare
l'acqua mentre l'esercito distrugge i pozzi e naturalmente al fatto che io posso
scegliere di andarmene. Nessuno nella mia famiglia è stato colpito, mentre
andava in macchina, da un missile sparato da una torre alla fine di una delle
strade principali della mia città. Io ho una casa. Posso andare a vedere
l'oceano. Quando vado a scuola o al lavoro posso essere relativamente certa che
non ci sarà un soldato, pesantemente armato, che aspetta a metà strada tra Mud
Bay e il centro di Olympia a un checkpoint, con il potere di decidere se posso
andarmene per i fatti miei e se posso tornare a casa quando ho finito.
Dopo tutto questo peregrinare, mi trovo a Rafah: una città di circa 140.000
persone, il 60% di questi sono profughi, molti di loro due o tre volte profughi.
Oggi, mentre camminavo sulle macerie, dove una volta sorgevano delle case,
alcuni soldati egiziani mi hanno rivoltola parola dall'altro lato del confine.
«Vai! Vai!» mi hanno gridato, perché si avvicinava un carro armato. E poi mi
hanno salutata e mi hanno chiesto «come ti chiami?». C'è qualcosa di
preoccupante in questa curiosità amichevole. Mi ha fatto venire in mente in che
misura noi, in qualche modo, siamo tutti bambini curiosi di altri bambini.
Bambini egiziani che urlano a donne straniere che si avventurano sul percorso
dei carri armati. Bambini palestinesi colpiti dai carri armati quando si
sporgono dai muri per vedere cosa sta accadendo. Bambini di tutte le nazioni che
stanno in piedi davanti ai carri armati con degli striscioni. Bambini israeliani
che stanno in modo anonimo sui carri armati, di tanto in tanto urlano e a volte
salutano con la mano, molti di loro costretti a stare qui, molti semplicemente
aggressivi, sparano sulle case mentre noi ci allontaniamo.
Ho avuto difficoltà a trovare informazioni sul resto del mondo qui, ma sento
dire che un'escalation nella guerra contro l'Iraq è inevitabile. Qui sono molto
preoccupati della «rioccupazione di Gaza». Gaza viene rioccupata ogni giorno in
vari modi ma credo che la paura sia quella che i carri armati entrino in tutte
le strade e rimangano qui invece di entrare in alcune delle strade e ritirarsi
dopo alcune ore o dopo qualche giorno a osservare e sparare dai confini delle
comunità. Se la gente non sta già pensando alle conseguenze di questa guerra per
i popoli dell'intera regione, spero che almeno lo iniziate a fare voi. Un saluto
a tutti. Un saluto alla mia mamma. Un saluto a smooch. Un saluto a fg e a
barnhair e a sesamees e alla Lincoln School. Un saluto a Olympia.
Rachel
20 FEBBRAIO 2003
Mamma, adesso l'esercito israeliano è arrivato al punto di distruggere con le
ruspe la strada per Gaza, ed entrambi i checkpoint principali sono chiusi.
Significa che se un palestinese vuole andare ad iscriversi all'università per il
prossimo quadrimestre non può farlo. La gente non può andare al lavoro, mentre
chi è rimasto intrappolato dall'altra parte non può tornare a casa; e gli
internazionali, che domani dovrebbero essere a una riunione delle loro
organizzazioni in Cisgiordania, non potranno arrivarci in tempo. Probabilmente
ce la faremmo a passare sefacessimo davvero pesare il nostro privilegio di
internazionali dalla pelle bianca, ma correremmo comunque un certo rischio di
essere arrestati e deportati, anche se nessuno di noi ha fatto niente di
illegale.
La striscia di Gaza è ora divisa in tre parti. C'è chi parla della
«rioccupazione di Gaza», ma dubito seriamente che stia per succedere questo,
perché sarebbe una mossa geopoliticamente stupida da parte di Israele. Credo che
dobbiamo aspettarci piuttosto un aumento delle piccole incursioni al di sotto
del livello di attenzione dell'opinione pubblica internazionale, e forse il
paventato «trasferimento di popolazione». Per il momento non mi muovo da Rafah.
Mi sento ancora relativamente al sicuro e nell'eventualità di un'incursione più
massiccia credo che, per quanto mi riguarda, il rischio più probabile sia
l'arresto. Un'azione militare per rioccupare Gaza scatenerebbe una reazione
molto più forte di quanto non facciano le strategie di Sharon basate sugli
omicidi che interrompono i negoziati di pace e sull'arraffamento delle terre,
strategie che al momento stanno servendo benissimo allo scopo di fondare colonie
dappertutto, eliminando lentamente ogni vera possibilità di autoderminazione
palestinese.
Sappi che un mucchio di palestinesi molto simpatici si sta prendendo cura di me.
Mi sono presa una lieve influenza e per curarmi mi hanno dato dei beveroni al
limone buonissimi. E poi la signora che ha le chiavi del pozzo dove ancora
dormiamo mi chiede continuamente di te. Non sa una parola d'inglese ma riesce a
chiedermi molto spesso della mia mamma - vuole essere sicura che ti chiami. Un
abbraccio a te, a papà, a Sara, a Chris e a tutti.
Rachel
Una ragazza americana a Rafah
«Ho degli incubi terribili, sogno i carri armati e i bulldozer fuori dalla
nostra casa». «Voglio andare a ballare e avere dei ragazzi e disegnare fumetti.
Ma voglio anche che tutto questo finisca». «Venire qui è stata una delle cose
migliori che io abbia mai fatto. E quindi, se sembro impazzita, o se l'esercito
israeliano dovesse porre fine alla sua tradizione razzista di non fare male ai
bianchi, attribuite il motivo semplicemente al fatto che io mi trovo in mezzo a
un genocidio»
27 FEBBRAIO 2003
(alla madre)
Vi voglio bene. Mi mancate davvero. Ho degli incubi terribili, sogno i carri
armati e i bulldozer fuori dalla nostra casa, con me e voi dentro. A volte,
l'adrenalina funge da anestetico per settimane di seguito, poi improvvisamente
la sera o la notte la cosa mi colpisce di nuovo: un po' della realtà della
situazione. Ho proprio paura per la gente qui. Ieri ho visto un padre che
portava fuori i suoi bambini piccoli, tenendoli per mano, alla vista dei carri
armati e di una torre di cecchini e di bulldozer e di jeep, perché pensava che
stessero per fargli saltare in aria la casa. In realtà, l'esercito israeliano in
quel momento faceva detonare un esplosivo nel terreno vicino, un esplosivo
piantato, a quanto pare, dalla resistenza palestinese.
Questo è nella stessa zona in cui circa 150 uomini furono rastrellati la scorsa
domenica e confinati fuori dall'insediamento mentre si sparava sopra le loro
teste e attorno a loro, e mentre i carri armati e i bulldozer distruggevano 25
serre, che davano da vivere a 300 persone. L'esplosivo era proprio davanti alle
serre, proprio nel punto in cui i carri armati sarebbero entrati, se fossero
ritornati. Mi spaventava pensare che per quest'uomo, era meno rischioso
camminare in piena vista dei carri armati che restare in casa. Avevo proprio
paura che li avrebbero fucilati tutti, e ho cercato di mettermi in mezzo, tra
loro e il carro armato. Questo succede tutti i giorni, ma proprio questo papà
con i suoi due bambini così tristi, proprio lui ha colto la mia attenzione in
quel particolare momento, forse perché pensavo che si fosse allontanato a causa
dei nostri problemi di traduzione.
Ho pensato tanto a quello che mi avete detto per telefono, di come la violenza
dei palestinesi non migliora la situazione. Due anni fa, sessantamila operai di
Rafah lavoravano in Israele. Oggi, appena 600 possono entrare in Israele per
motivi di lavoro. Di questi 600, molti hanno cambiato casa, perché i tre
checkpoint che ci sono tra qui e Ashkelon (la città israeliana più vicina) hanno
trasformato quello che una volta era un viaggio di 40 minuti in macchina in un
viaggio di almeno 12 ore, quando non impossibile. Inoltre, quelle che nel 1999
erano le potenziali fonti di crescita economica per Rafah sono oggi
completamente distrutte: l'aeroporto internazionale di Gaza (le piste demolite,
tutto chiuso); il confine per il commercio con l'Egitto (oggi con una gigantesca
torre per cecchini israeliani al centro del punto di attraversamento); l'accesso
al mare (tagliato completamento durante gli ultimi due anni da un checkpoint e
dalla colonia di Gush Katif).
Dall'inizio di questa intifada, sono state distrutte circa 600 case a Rafah, in
gran parte di persone che non avevano alcun rapporto con la resistenza, ma
vivevano lungo il confine. Credo che Rafah oggi sia ufficialmente il posto più
povero del mondo. Esisteva una classe media qui, una volta. Ci dicono anche che
le spedizioni dei fiori da Gaza verso l'Europa venivano, a volte, ritardate per
due settimane al valico di Erez per ispezioni di sicurezza. Potete immaginarvi
quale fosse il valore di fiori tagliati due settimane prima sul mercato europeo,
quindi il mercato si è chiuso. E poi sono arrivati i bulldozer, che distruggono
gli orti e i giardini della gente. Cosa rimane per la gente da fare? Ditemi se
riuscite a pensare a qualcosa. Io non ci riesco. Se la vita e il benessere di
qualcuno di noi fossero completamente soffocati, se vivessimo con i nostri
bambini in un posto che ogni giorno diventa più piccolo, sapendo, grazie alle
nostre esperienze passate, che i soldati e i carri armati e i bulldozer ci
possono attaccare in qualunque momento e distruggere tutte le serre che abbiamo
coltivato da tanto tempo, e tutto questo mentre alcuni di noi vengono picchiati
e tenuti prigionieri per ore: non pensate che forse cercheremmo di usare dei
mezzi un po' violenti per proteggere i frammenti che ci restano? Ci penso
soprattutto quando vedo distruggere gli orti e le serre e gli alberi da frutta:
anni di cure e di coltivazione. Penso a voi, e a quanto tempo ci vuole per far
crescere le cose e quanta fatica e quanto amore ci vuole. Penso che in una
simile situazione, la maggior parte della gente cercherebbe di difendersi come
può. Penso che lo farebbe lo zio Craig. Probabilmente la nonna la farebbe. E
penso che lo farei anch'io.
Mi avete chiesto della resistenza non violenta. Quando l'esplosivo è saltato
ieri, ha rotto tutte le finestre nella casa della famiglia. Mi stavano servendo
del tè, mentre giocavo con i bambini. Adesso è un brutto momento per me. Mi
viene la nausea a essere trattata sempre con tanta dolcezza da persone che vanno
incontro alla catastrofe. So che visto dagli Stati uniti, tutto questo sembra
iperbole. Sinceramente, la grande gentilezza della gente qui, assieme ai
tremendi segni di deliberata distruzione delle loro vite, mi fa sembrare tutto
così irreale. Non riesco a credere che qualcosa di questo genere possa succedere
nel mondo senza che ci siano più proteste. Mi colpisce davvero, di nuovo, come
già mi era successo in passato, vedere come possiamo far diventare così orribile
questo mondo. Dopo aver parlato con voi, mi sembrava che forse non riuscivate a
credere completamente a quello che vi dicevo. Penso che sia meglio così, perché
credo soprattutto all'importanza del pensiero critico e indipendente. E mi rendo
anche conto che, quando parlo con voi, tendo a controllare le fonti di tutte le
mie affermazioni in maniera molto meno precisa. In gran parte questo è perché so
che fate anche le vostre ricerche. Ma sono preoccupata per il lavoro che svolgo.
Tutta la situazione che ho descritto, assieme a tante altre cose, costituisce
un'eliminazione, a volte graduale, spesso mascherata, ma comunque massiccia, e
una distruzione, delle possibilità di sopravvivenza di un particolare gruppo di
persone.
Ecco quello che vedo qui. Gli assassini, gli attacchi con i razzi e le
fucilazioni dei bambini sono atrocità, ma ho tanta paura che se mi concentro su
questi, finirò per perdere il contesto. La grande maggioranza della gente qui,
anche se avesse i mezzi per fuggire altrove, anche se veramente volesse
smetterla di resistere sulla sua terra e andarsene semplicemente (e questo
sembra essere uno degli obiettivi meno nefandi di Sharon), non può andarsene.
Perché non possono entrare in Israele per chiedere un visto e perché i paesi di
destinazione non li farebbero entrare: parlo sia del nostro paese che di quelli
arabi. Quindi penso che quando la gente viene rinchiusa in un ovile - Gaza - da
cui non può uscire, e viene privata di tutti i mezzi di sussistenza, ecco,
questo credo che si possa qualificare come genocidio. Anche se potessero uscire,
credo che si potrebbe sempre qualificare come genocidio. Forse potreste cercare
una definizione di genocidio secondo il diritto internazionale. Non me la
ricordo in questo momento. Spero di riuscire con il tempo a esprimere meglio
questi concetti. Non mi piace usare questi termini così carichi. Credo che mi
conoscete sotto questo punto di vista: io do veramente molto valore alle parole.
Cerco davvero di illustrare le situazioni e di permettere alle persone di tirare
le proprie conclusioni.
Comunque, mi sto perdendo in chiacchiere.Voglio solo scrivere alla mamma per
dirle che sono testimone di questo genocidio cronico e insidioso, e che ho
davvero paura, comincio a mettere in discussione la mia fede fondamentale nella
bontà della natura umana. Bisogna che finisca. Credo che sia una buona idea per
tutti noi, mollare tutto e dedicare le nostre vite affinché ciò finisca. Non
penso più che sia una cosa da estremisti. Voglio davvero andare a ballare al
suono di Pat Benatar e avere dei ragazzi e disegnare fumetti per quelli che
lavorano con me. Ma voglio anche che questo finisca. Quello che provo è
incredulità mista a orrore. Delusione. Sono delusa, mi rendo conto che questa è
la realtà di base del nostro mondo e che noi ne siamo in realtà partecipi. Non
era questo che avevo chiesto quando sono entrata in questo mondo. Non era questo
che la gente qui chiedeva quando è entrata nel mondo. Non è questo il mondo in
cui tu e papà avete voluto che io entrassi, quando avete deciso di farmi
nascere. Non era questo che intendevo, quando guardavo il lago Capital e dicevo,
«questo è il vasto mondo e sto arrivando!». Non intendevo dire che stavo
arrivando in un mondo in cui potevo vivere una vita comoda, senza alcuno sforzo,
vivendo nella completa incoscienza della mia partecipazione a un genocidio.
Sento altre forti esplosioni fuori, lontane, da qualche parte. Quando tornerò
dalla Palestina, probabilmente soffrirò di incubi e mi sentirò in colpa per il
fatto di non essere qui, ma posso incanalare tutto questo in altro lavoro.
Venire qui è stata una delle cose migliori che io abbia mai fatto. E quindi, se
sembro impazzita, o se l'esercito israeliano dovesse porre fine alla sua
tradizione razzista di non far male ai bianchi, attribuite il motivo
semplicemente al fatto che io mi trovo in mezzo a un genocidio che io anch'io
sostengo in maniera indiretta, e del quale il mio governo è in larga misura
responsabile.
Voglio bene a te e a papà. Scusatemi il lungo papiro. Ok, uno sconosciuto vicino
a me mi ha appena dato dei piselli, devo mangiarli e ringraziarli.
Rachel
28 FEBBRAIO 2003
(alla madre)
Grazie, mamma, per la tua risposta alla mia e-mail. Mi aiuta davvero ricevere le
tue parole, e quelle di altri che mi vogliono bene. Dopo averti scritto ho perso
i contatti con il mio gruppo per circa dieci ore: le ho passate in compagnia di
una famiglia che vive in prima linea a Hi Salam. Mi hanno offerto la cena, e
hanno pure la televisione via cavo. Nella loro casa le due stanze che danno
sulla facciata sono inutilizzabili perché i muri sono crivellati da colpi di
arma da fuoco, perciò tutta la famiglia - padre, madre e tre bambini - dorme
nella stanza dei genitori. Io ho dormito sul pavimento, accanto a Iman, la bimba
più piccola, e tutti eravamo sotto le stesse coperte. Ho aiutato un po' il
figlio maschio con i compiti d'inglese e abbiamo guardato tutti insieme Pet
Semetery, che è un film davvero terrificante. Penso che per loro sia stato un
gran divertimento vedere come quasi non riuscivo a guardarlo.
Da queste parti il giorno festivo è venerdì, e quando mi sono svegliata stavano
guardando i Gummy Bears doppiati in arabo. Così ho fatto colazione con loro, e
sono rimasta un po' lì seduta così, a godermi la sensazione di stare in mezzo a
quelgroviglio di coperte, insieme alla famiglia che guardava quello che a me
faceva l'effetto dei cartoni della domenica mattina. Poi ho fatto un pezzo di
strada a piedi fino a B'razil, che è dove vivono Nidal, Mansur, la Nonna, Rafat
e tutto il resto della grande famiglia che mi ha letteralmente adottata a cuore
aperto. (A proposito, l'altro giorno, la Nonnami ha fatto una predica mimata in
arabo: era tutto un gran soffiare e additare lo scialle nero. Sono riuscita a
farle dire da Nidal che mia madre sarebbe stata contentissima di sapere che qui
c'è qualcuno che mi fa le prediche sul fumo che annerisce i polmoni). Ho
conosciuto una loro cognata, che è venuta a trovarli dal campo profughi di
Nusserat, e ho giocato con il suo bebè. L'inglese di Nidal migliora di giorno in
giorno. È lui a chiamarmi «sorella». Ha anche cominciato ad insegnare alla Nonna
a dire «Hello. How are you?» in inglese. Si sente costantemente il rumore dei
carri armati e dei bulldozer che passano, eppure tutte queste persone riescono a
mantenere un sincero buon umore, sia tra loro che nei rapporti con me. Quando
sono in compagnia di amici palestinesi mi sento un po' meno orripilata di quando
cerco di impersonare il ruolo di osservatrice sui diritti umani o di
raccoglitrice di testimonianze, o di quando partecipo ad azioni di resistenza
diretta. Danno un ottimo esempio del modo giusto di vivere in mezzo a tutto
questo nel lungo periodo. So che la situazione in realtà li colpisce - e
potrebbe alla fine schiacciarli - in un'infinità di modi, e tuttavia mi lascia
stupefatta la forza che dimostrano riuscendo a difendere in così grande misura
la loro umanità - le risate, la generosità, il tempo per la famiglia - contro
l'incredibile orrore che irrompe nelle loro vite e contro la presenza costante
della morte. Dopo stamattina mi sono sentita molto meglio. In passato ho scritto
tanto sulla delusione di scoprire, in qualche misura direttamente, di quanta
malignità siamo ancora capaci. Ma è giusto aggiungere, almeno di sfuggita, che
sto anche scoprendo una forza straordinaria e una straordinaria capacità
elementare dell'essere umano di mantenersi umano anche nelle circostanze più
terribili- anche di questo non avevo mai fatto esperienza in modo così forte.
Credo che la parola giusta sia dignità.
Come vorrei che tu potessi incontrare questa gente. Chissà, forse un giorno
succederà, speriamo.
Rachel
QUESTE LETTERE
Le lettere di Rachel Corrie sono state rese pubbliche dalla sua famiglia e
dai suoi amici subito dopo la morte di Rachel. Circolano su internet, sui vari
siti pacifisti e del movimento. Viaggiano in un tam tam elettronico. Sono state
in parte pubblicate da vari giornali, compreso il nostro. Qui le abbiamo
pubblicate nella loro versione integrale. La versione italiana è stata fatta dai
Traduttori per la Pace (http://web.tiscali.it/traduttoriperlapace)
TESTIMONIANZA
Noi volontarie per la pace
Il 16 marzo 2003 Rachel Corrie, attivista dell'International Solidarity Movement,
è stata uccisa da un bulldozer dell'esercito israeliano mentre a Gaza stava
cercando di impedire la demolizione di una casa di una famiglia palestinese. Noi
donne dell'IWPS (International Womens' Peace Service) siamo attiviste
internazionali che, come Rachel, lavorano nella Cisgiordania e Gaza. Abbiamo
vissuto ore di shock e sentiamo profonda rabbia per la morte della nostra
compagna. Siamo orgogliose di aver avuto un'attivista come lei fra di noi e
sappiamo che Rachel era orgogliosa di lavorare e vivere insieme con la gente di
Rafah per la pace. Rachel ha lottato ed è morta per una solidarietà attiva e
concreta. Con le sue idee e le sue azioni ha dimostrato che la lotta del popolo
palestinese è una lotta che riguarda tutti noi. Rachel ha lottato contro
l'occupazione israeliana, contro le demolizioni delle case, gli arresti e le
uccisioni quotidiane. La famiglia che quel giorno ha perso la casa aumenta
soltanto di poco il numero delle più di 1500 persone che sono rimaste senza casa
negli ultimi 18 mesi. Le demolizioni di case sono una pratica di punizione
collettiva, vietata dalla Convenzione di Ginevra, che continua senza
interruzione da 35 anni e ha portato alla distruzione di almeno 10 000 case.
Oggi, si aggiunge ai conflitti in Medioriente anche la guerra contro il popolo
iracheno - un altro popolo che da anni deve pagare perché l'Occidente possa
mantenere il controllo sul Medioriente, un altro popolo che subisce in prima
linea le guerre che dagli anni `70 sono diventate il mezzo preferito degli Usa
per sanare la sua economia e per assecondare le mire espansionistiche di
Israele. Intanto, qui continuano gli arresti e le uccisioni di coloro che si
oppongono all'occupazione. Inoltre, in questi giorni gli Stati uniti hanno
promesso a Israele milioni di dollari, e mentre Bush, Sharon e Blair stanno
preparando un nuovo piano di «pace», Sharon ha annunciato la seconda fase della
costruzione del muro che ridurrà la Cisgiordania a veri e propri bantustans e
che annetterà di fatto a Israele gran parte della Cisgiordania. Noi continueremo
ad opporci a tutto ciò proprio perché il governo israeliano, anche attraverso
l'uccisione di Rachel, ha chiaramente dimostrato di aver paura di un movimento
internazionale di solidarietà che sta crescendo sempre di più in tutti i paesi
del mondo e che, con la sua presenza in Palestina, vuole osservare, raccontare e
globalizzare la resistenza contro l'occupazione. Per questa ragione, noi donne
dell'IWPS invitiamo tutti/e gli/le attivisti/e e le organizzazioni che hanno a
cuore il rispetto dei diritti umani, a venire in Palestina e a contribuire alla
lotta per la libertà e la terra dei palestinesi. E' piu' urgente e piu'
importante che mai.
Potete contattarci a iwps@palnet.com o visitare il nostro sito
www.womenspeacepalestine.org. In Palestina potete anche contattare l'International
Solidarity Movement-ISM attraverso il sito www.palsolidarity.org