La terra della colpa. L'accusa
di antisemitismo rivolta dal governo israeliano di
Ariel Sharon all'Unione europea e alla sinistra
italiana punta a legittimare la costruzione del Muro in
Cisgiordania e il rifiuto di un piano di pace che accolga le aspirazioni
nazionali dei palestinesi
Con una ossessiva cadenza più o meno mensile, mentre
nei territori occupati Sharon ruba impunemente ai
palestinesi - nel silenzio pressoché generale dei media - vite, case, terreni,
acque, alberi, colture, in breve il loro futuro e ogni speranza, ecco invece
moltiplicarsi le accuse di antisemitismo nei confronti dell'Europa ed in
particolare delle sinistre che chiedono una soluzione negoziata e minimamente
giusta della questione palestinese. Le prime bordate di questo continuo
tentativo di far passare in secondo piano la pulizia etnica in corso in
Palestina e il fatto che antisemitismo e razzismo hanno oggi come vittime
primarie le comunità arabo-musulmane, a cominciare da quelle immigrate nei
nostri paesi, risalgono alla pubblicazione,
nell'ottobre 2003, dei risultati dell'ormai famosissimo sondaggio dell'Eurobarometro
della Ue. Da allora i cittadini europei sono stati
fatti oggetto di una campagna sistematica che li accusava di
nutrire sentimenti antisemiti per aver risposto in modo «sbagliato» alla
domanda del sondaggio - definito addirittura «ignobile» - relativa al paese che
rappresenta la maggiore minaccia mondiale alla pace. Il 59% degli interpellati
ha osato pronunciare la parola proibita: Israele. Apriti cielo.
Come avrebbero dovuto rispondere i cittadini europei
visto che Israele è l'unico paese della regione ad avere armi di distruzione di
massa: nucleari, chimiche, biologiche? Un paese - il solo -
a cui è consentito di non sottoscrivere il «Trattato di non
proliferazione nucleare», che si rifiuta di aprire agli ispettori internazionali
della Aiea i propri
laboratori atomici (Dimona), biologici e chimici (Nes
Ziona), che non ha firmato il trattato sulle armi
biologiche e non ha ratificato la convenzione sulle armi chimiche e che silura
sistematicamente il processo di pace sulla base del principio, più volte
ribadito dal suo premier, Ariel Sharon, che
Gli echi delle accuse di antisemitismo rivolte ai
cittadini europei colpevoli di aver criticato la politica del governo israeliano
si andavano facendo più flebili (nel frattempo erano stati uccisi altre decine e
decine di palestinesi, nel silenzio generale, e il Muro era avanzato di altre
decine di chilometri) quando, alcune settimane dopo, ecco un nuovo attacco. Se
possibile ancor più strumentale del precedente.
L'occasione è stata fornita dalla decisione dell'Osservatorio europeo di
monitoraggio del razzismo e della xenofobia, con sede a Vienna, di non
pubblicare, in quanto in tutta evidenza privo di basi
scientifiche, uno studio sull'antisemitismo in Europa commissionato al «Centro
di ricerche sull'antisemitismo di Berlino».
Da questo punto di vista è ancor più preoccupante che tali accuse siano state
fatte proprie - in un'intervista a
Una fermezza, quella della sinistra italiana, che andrebbe riconosciuta e
valorizzata come un bene prezioso per l'intero nostro paese e per la sua vita
democratica, e non invece dimenticata o, peggio, negata accusandola, a ogni
pie' sospinto e in modo del tutto strumentale, di
antisemitismo.
Da questo punto di vista bisogna piuttosto ricordare che se vi sono stati degli
atti concreti - preoccupanti, in quanto non solo verbali, anche se limitati -,
questi sono stati le intimidazioni attuate non da parte della ma
contro la sinistra e quei settori politici e sociali che con più forza
difendono il diritto dei palestinesi a vivere in uno stato sovrano a fianco di
Israele (nessuno per favore venga più a raccontare la storiella del diritto
negato di Israele a esistere). Qualcuno ha dimenticato l'aggressione ai danni di
Rossana Rossanda e Vittorio
Agnoletto a Roma davanti al Rialto occupato, quella contro l'eurodeputata
Luisa Morgantini e il deputato Mauro
Bulgarelli al termine di un dibattito televisivo, la
gazzarra davanti alla sede di Rifondazione comunista, il danneggiamento della
mostra (proveniente da Tel Aviv) di «Medici senza frontiere» nella libreria
Mondadori di Roma a Fontana di
Trevi, la violenta contestazione contro Alberto Asor
Rosa alla presentazione del suo libro La guerra a Milano?
In questa spasmodica e finora - fortunatamente - vana ricerca di un qualche
episodio concreto di antisemitismo rientra anche il
tentativo di dare una connotazione antisemita, quando tutto portava - come poi
fu acclarato - in altra direzione, alla profanazione delle tombe ebraiche al
cimitero del Verano di Roma, nel luglio 2002.
Per non parlare della più recente, e inedita, iniziativa
dell'ambasciatore israeliano a Roma, Ehud Gol, che
ha inviato ai deputati e ai senatori della repubblica italiana una cartolina con
un foto-montaggio raffigurante un palestinese con le mani sporche di sangue
durante il linciaggio di tre soldati israeliani a Ramallah
e il presidente palestinese Yasser
Arafat, con la scritta «Anche
lui sta con Arafat». Quisquilie se paragonate alla
«critica militante» praticata dall'ambasciatore di
Israele in Svezia che è andato a distruggere di persona, raccogliendo gli elogi
di Sharon, l'opera di un artista israeliano fin
dentro al museo. Ma pur sempre un'iniziativa diplomatica al limite
dell'indecenza, passata sotto silenzio o quasi.
E' significativo che questa campagna
mediatica contro
Ma, quando sembrava riaprirsi qualche spiraglio al dialogo, ecco di nuovo
levarsi, nel gennaio 2004, la cortina fumogena filo-Sharon.
Questa volta, partendo sempre dalla presunta censura della ricerca
dell'osservatorio di Berlino ma allargando l'orizzonte a tutto campo, l'accusa
di antisemitismo ha colpito con parole ancor più dure
la stessa commissione europea con l'obiettivo specifico di Romano Prodi.
Ad aprire il fuoco, a freddo, con una lettera al
Financial Times
Edgar M. Bronfman e
Cobi Benatoff,
rispettivamente presidente del World Jewish
Congress e dell'European
Jewish Congress.
L'offensiva anti-Ue è scattata, anche in questo
caso, di fronte all'irrigidimento dell'Unione sul tentativo israeliano di far
entrare nella comunità le merci delle colonie ebraiche nei territori occupati -
come se fossero «made in Israel» e con
tutte le facilitazioni tariffarie del caso - e con l'attesa per il
pronunciamento sul Muro dell'apartheid della Corte
dell'Aja il prossimo febbraio.
Con sullo sfondo il rinnovo del trattato di associazione
Israele-Ue a fronte della richiesta
dell'euro-parlamento di «congelarlo» sulla base della clausola (articolo 2) che
lo condiziona al rispetto dei diritti umani. Un congelamento che sarebbe invece
non solo coraggioso ma anche doveroso prima di tutto per fermare l'agonia del
popolo palestinese (agonia che si materializza sia attraverso la repressione
israeliana sia con la scelta disperata dei kamikaze) ma anche per mandare un
segnale forte a Israele e spingere lo stato ebraico e
le sue componenti democratiche interne sulla strada di quella pace giusta e
minimamente equa (per i palestinesi) che è l'unica vera garanzia per il suo
futuro.
Questo in tutta evidenza non è il futuro che l'Israele di
Sharon vuole e può dare agli israeliani - a cui, al momento della sua
vittoriosa campagna elettorale, febbraio 2001, aveva solennemente promesso «pace
e sicurezza» - e tanto meno ai palestinesi - vittime di una pulizia etnica che
risale, come ha rivelato uno storico israeliano non sospetto di antisionismo né
di antisemitismo quale Benny
Morris, ai tempi della fondazione dello stato ebraico e affonda le sue
radici nello stesso padre della patria, il socialista sionista David Ben
Gurion (altro che la turpe storiella della terra
senza popolo per un popolo senza terra...). E' su questo futuro che noi
filo-semiti che rifiutiamo ostinatamente l'equazione
alla moda antisionismo-uguale-antisemitismo dovremmo
inquadrare il problema dell'antisemitismo oggi in Italia e in Europa - dal
momento che il pregiudizio anti-ebraico è un cancro nato ed esploso in Europa -
se non vogliamo, di nuovo, chiudere gli occhi come accadde 60-70 anni fa ai
danni degli ebrei. Un'Europa che al senso di colpa per avere prodotto o
consentito lo sterminio del popolo ebraico somma ora un'altra
grande colpa - con o senza senso di -: quella di aver
cercato di sanare una macchia orrenda della sua storia - l'antisemitismo - con
un'altra orribile macchia - la cancellazione dei palestinesi dalla terra di
Palestina.
Anche le vittime delle vittime hanno diritto ad una terra, alla libertà e ad una
vita normale nel loro paese, senza essere occupati, calpestati, umiliati,
cacciati, uccisi, costretti spesso alla scelta secca fra due estremi egualmente
suicidi (e in uno dei due estremi suicida-omicida): la resa o il terrorismo. La
strada, questa, quasi sempre perdente che si imbocca
quando una resistenza, ancorché tenace e sovente eroica, si ritrova
nell'isolamento e nella disperazione. Diritto puro e semplice a vivere in
libertà e in dignità. Al di là dei dotti discorsi
sulla connotazione retrograda che agli albori del XXI secolo, in piena era della
globalizzazione, possono avere le lotte tardive per
l'indipendenza nazionale. Ovvero sui «mostri» prodotti dai nazionalismi laici e
religiosi, arabi ma non solo (e bisognerà pur chiedersi chi ha partorito e
allattato i Bokassa e i Papà
Doc Duvalier per arrivare ai
Saddam Hussein e agli
Osama bin
Laden).
Il vero obiettivo delle campagne recenti sull'antisemitismo europeo ed italiano,
e in particolare sull'antisemitismo di sinistra, secondo noi è costringere
l'Unione europea a mantenere il piccolo (e miserabile) cabotaggio fatto di
complicità e subordinazione, quando non di totale afasia, con il governo
di Israele, qualunque esso sia e qualunque cosa esso
faccia. Campagne a nostro avviso in larga misura pretestuose su cui soffiano
Sharon e i suoi amici confidando che un eventuale
(auspicato?) rigurgito dell'antisemitismo rilanci il (consunto) mito sionista
secondo cui gli ebrei non possono vivere in nessuna
altra parte del mondo se non nello stato ebraico (l'ha detto chiaro e tondo il
premier israeliano alla comunità italiana in occasione della sua visita a Roma
in dicembre), riuscendo finalmente a convincere la maggioranza della diaspora
europea (come accade con parte di quella francese) al «ritorno» nella Grande
Israele e rendendo così impossibile nei fatti ogni ipotesi residua di
spartizione della terra.
L'antisemitismo è una forma peculiare del razzismo da cui nessuno di noi si può
dire liberato o vaccinato per sempre. Ogni pregiudizio di
antisemitismo latente deve essere analizzato, denunciato e combattuto con
ferocia giorno dopo giorno. Ma oggi è ancor più
necessario e pressante, secondo noi, ragionare e respingere con forza il
razzismo dilagante in ogni sua forma. In particolare l'islamofobia
e arabofobia esplose dopo l'11 settembre che
demonizzano intere comunità e rischiano di fare il
gioco di governi di estrema destra nonché di pulsioni colonialiste vecchie e
nuove.
da IL MANIFESTO del 21.01.2004