Raccolta di articoli di Stefano Chiarini

 

Curata da Sergio Cararo

 

Articoli sul Libano

 

Attualità di un insulto alla vita e ai morti        
          di STEFANO CHIARINI

              il manifesto, 02 Settembre 2000

 

Venti giorni di guerra e sono ancora lì: funziona la riforma di Hezbollah                                                          
         
 di STEFANO CHIARINI

il manifesto, 1 agosto 2006

         "Attenzione, si rischia un'altra guerra"              

           di STEFANO CHIARINI inviato a Damasco intervista al ministro dell'informazione siriano Mohsen Bilal: "

il manifesto, 23  agosto 2006

 

        E la Siria festeggia gli "eroi" Hezbollah            
               
di STEFANO CHIARINI inviato a Damasco

il manifesto, 24  agosto 2006

        "Sul disarmo non si discute"                              

            di STEFANO CHIARINI inviato a  Khiam  Libano  intervista Nabil Oauk responsabile Hezbollah per il  sud del Libano

il manifesto, 15 settembre 2006

 

         I campi del «no» al disarmo Onu                      

                       di STEFANO CHIARINI inviato nel Libano del sud

Il manifesto, 17 settembre 2006

 

         Libano. Il gioco delle regole d'ingaggio           
             
di STEFANO CHIARINI

Il manifesto, 15 ottobre  2006

 

         Libano. «Un governo per l' unità nazionale     

                    di STEFANO CHIARINI inviato in Libano intervista  Moussawi esponente Hezbollah

Il manifesto, 24 gennaio 2007

 

 

Articoli sulla Palestina

 

            Riaffiora una coscienza araba                           

                    di STEFANO CHIARINI

                       “La Rivista del manifesto” nr.18, giugno 2001

 

         Jenin l’inferno è in Palestina                            

                    di STEFANO CHIARINI  

Il manifesto, 12 aprile 2002

 

         Il marchio a stella                                             

                    di STEFANO CHIARINI  e Maurizio Matteuzzi

Il manifesto, 21 gennaio 2004

 

                 

                        Israele e Nato, missioni congiunte                  

                     di STEFANO CHIARINI  

Il manifesto, 26 ottobre 2006

 

Articoli sull’ Iraq

 

Quella notte sotto le bombe                            
          di STEFANO CHIARINI

              il manifesto, 4 febbraio 2007

 

“Niente armi.” La CIA spieghi                         

           di STEFANO CHIARINI

il manifesto

             Vignette e Bushs. 800.000 No                      

           di STEFANO CHIARINI

il manifesto, 10 febbraio 2006

 

          La "guerra santa" con gli occhi

            di chi la combatte                                          

 

            Iraq, “disastro compiuto”                              
               
di STEFANO CHIARINI

il manifesto, 27  ottobre  2006

 

           Haifa street, la Falluja di “Bagdad“              
               
di STEFANO CHIARINI

il manifesto, 11 gennaio 2007

 

           Rivolta sciita in nome

             del Mahdi, 300 morti                                   
               
di STEFANO CHIARINI

il manifesto 30 gernnaio 2007                                    

 


 

Attualità di un insulto alla vita e ai morti

STEFANO CHIARINI

il manifesto, 02 Settembre 2000

 

"L'assedio di Beirut, Sabra e Chatila: di là dalla nebbia del tempo resiste la memoria di quell'insulto alla vita. Un incubo, le fitte che dà una vecchia ferita quando si fa sera e di colpo piove e t'accorgi ch'è finita l'estate. E allora pensi ai vivi e ami i morti rimasti laggiù. A Beirut". Così scriveva Igor Man a dieci anni dalla strage del 16 settembre del 1982 nella quale, in una Beirut occupata dall'esercito israeliano, vennero uccisi oltre 2.000 palestinesi (e tra di loro anche non pochi Libanesi) colpevoli solo di essere stati cacciati dalla loro terra, la Palestina alcuni decenni prima.

 

Un massacro per il quale, in un mondo dove si parla sempre di crimini di guerra, nessuno ha pagato. Né degli esecutori, come l'allora capo dei servizi delle Falangi, Elie Hobeika che è stato fino a poco tempo fa ministro del governo libanese, diventato ora fedele servitore di Damasco come nell'82 lo era stato di Tel Aviv. Né dei mandanti come Ariel Sharon, l'allora ministro della difesa israeliano, che è di nuovo candidato alla leadership del Likud e a quella del suo paese. O come il generale Amos Yaron, che fece entrare i fangisti nei campi "per ripulirli dei terroristi" e che li sostenne logisticamente, illuminando con i bengala il campo per tutta la notte, bloccando vecchi, donne e bambini che tentavano la fuga e rimandandoli indietro verso morte sicura. E che è stato nominato da Ehud Barak direttore generale del ministero della difesa israeliano. Tutti sembrano voler cancellare non solo l'esistenza ma anche il ricordo dei profughi palestinesi uccisi in quel caldo giorno di settembre del 1982.

Tutti transitano tranquillamente sull'autostrada che dall'aeroporto di Beirut (tra l'altro in quelle zona dovrebbe esserci secondo il giornalista inglese Robert Fisk un'altra fossa comune) porta al centro della città senza neppure gettare uno sguardo verso Chatila. Un misero campo, nei pressi del nuovo gigantesco stadio, dove vivono ammassati in condizioni sub-umane 18.000 palestinesi.

E dove si trova la fossa comune con i corpi di centinaia di vittime del massacro. Uno sterrato pieno di immondizia.

 

 Per i palestinesi non c'è rispetto da vivi. Ma neppure da morti. Del resto la Palestina non era forse una terra senza popolo per un popolo senza terra? E quindi quei tre milioni e mezzo di persone ufficialmente non esistono. Ed ancora meno esistono i 350.000 profughi in Libano provenienti dalle fertili terre della Galilea.

 

Non esistono nel mondo e non esistono al tavolo delle trattative nonostante la risoluzione 194 stabilisca
il loro diritto a tornare nel proprio paese.

 

In un momento storico come quello attuale nel quale una guerra devastante contro la Serbia è stata giustificata proprio -nelle parole di Massimo D'Alema- "per riportare i profughi alle loro case in condizioni di sicurezza".

 

 E i palestinesi? Il mondo pensa veramente che si possa arrivare alla pace ignorando la loro esistenza? Il mondo pensa veramente che si possa continuare a negare loro una casa, un lavoro e, nel caso di Chatila, anche una degna sepoltura?

Noi del manifesto non lo pensiamo. E abbiamo deciso di batterci perché il ricordo di quei morti non vada perduto. Che venga data loro una degna sepoltura. E siamo stati sommersi di lettere di sostegno. Una risposta che è anche una speranza di giustizia. Se ognuno portasse a Chatila un fiore nessuno potrebbe più ignorare quella fossa.

 Per quanto ci riguarda il sedici settembre noi saremo li con il "nostro fiore dall'odore del sangue ma anche del gelsomino".
 

Venti giorni di guerra e sono ancora lì: funziona la riforma di Hezbollah

di Stefano Chiarini

Il Manifesto, 1 agosto 2006
 

Un portavoce dell'esercito israeliano, alcuni giorni fa, ha annunciato che il numero due degli Hezbollah - lo sheikh Naim Qassem - era stato ucciso in un raid aereo, salvo poi essere smentito, due giorni dopo, dallo stesso esponente libanese. Allo stesso modo i comunicati del ministero della difesa israeliano sull'occupazione di Bint Jbeil si sono rivelati presto poco veritieri per poi lasciare il passo all'annuncio di un ritiro dei parà dalla zona dopo aver subito pesanti perdite. In questa tragica estate di guerra sembra quasi che l'usuale e poco credibile propaganda araba dei tempi di Nasser arrivi oggi da Tel Aviv più che dal Cairo o da Beirut.

E' una delle tante novità della nuova invasione-distruzione israeliana del Libano nella quale un'istituzione araba non statuale, una guerriglia locale con un'agenda "islamo-nazionale" e non jihadista - l'obiettivo dichiarato è quello di liberare le fattorie di Sheba occupate da Israele, liberare i prigionieri e sostenere i palestinesi - abbia tenuto testa, sopravvivendo per venti giorni, all'esercito più potente del Medioriente. Un fatto che resterà a lungo nella memoria della politica araba e che ha messo a nudo la debolezza dei regimi filo-Usa come l'Egitto, la Giordania e soprattutto l'Arabia Saudita.

Un inciampo non da poco, la mancata distruzione di Hezbollah, se consideriamo che l'obiettivo della guerra israelo-americana è non solo di impedire che Israele debba restituire ai palestinesi, al Libano e alla Siria i territori occupati nel 1967, ma anche quello di colpire a morte l'idea che sia possibile resistere a Tsahal, l'esercito di Tel Aviv, per far sì che il problema delle occupazioni israeliane non venga cancellato dall'agenda internazionale.

Se paragoniamo queste due settimane di guerra a quella dei "Sei giorni" del 1967 e alle precedenti sette invasioni del Libano, questa volta le cose sembra stiano andando in modo assai diverso. La prima ragione di questa inaspettata tenuta sta nel fatto che gli Hezbollah sono in gran parte nati su quel terreno montuoso, con i suoi wadi, i fiumicelli, le pietraie, gli scuri campi di tabacco, le caverne e i mille cunicoli che permettono alla resistenza di sbucare alle spalle dei tank che avanzano tra mine e trappole esplosive.

Un dato evidentemente trascurato da molti commentatori è che gli Hezbollah rappresentano, con i loro alleati, la comunità sciita - che a sua volta costituisce il 40% della popolazione - e soprattutto l'intera popolazione del sud del Libano. Il sostegno del quale godono gli Hezbollah è frutto di diversi fattori: l'efficacia della resistenza, il principale tra i fattori che nel 2000 misero fine a 22 anni di occupazione israeliana del Libano, la buona amministrazione locale, l'essere parte di una rinascita della comunità sciita, l'aver realizzato una trasformazione del movimento da organizzazione di resistenza favorevole alla creazione di uno stato islamico in Libano, sull'esempio iraniano, a movimento sempre sciita ma "nazionale", con una forte attenzione al sociale, che accetta il carattere multiconfessionale del Libano e che, soprattutto, non interferisce più, a differenza degli anni Ottanta, con la vita di tutti i giorni dei cittadini.

Questa riforma politico-militare, accentuatasi negli ultimi quindici anni anni con l'attuale segretario Hassan Nasrallah, ha visto una separazione tra organizzazione politica e militare (la resistenza islamica), con quest'ultima che ha ristretto le sue fila dando vita ad un piccolo esercito di circa 5.000 uomini altamente professionale (fanteria, genio, comunicazioni, artiglieria, intelligence, finanziamenti) e con una larga autonomia nel portare avanti la resistenza quotidiana in stretto contatto con le popolazioni del sud. Una simbiosi che trova la sua espressione nel "Quartier generale del Libano del Sud" nel quale ha un ruolo determinante Nabil Qaouq, la "mente" locale della lotta armata, sostenitore della teoria di una "Jihad difensiva patriottica", il cui vero segreto sta in ultima analisi nel fatto che gli Hezbollah difendono non tanto e non solo un'idea quanto le loro stesse case, le loro famiglie, le loro comunità. Difficile vedere i miliziani islamici girare armati anche nel sud, dal momento che armi, divise, razzi, e uomini sono già lì sparsi nei villaggi e soprattutto tra le rocce o nei torrenti, pronti all'uso sulla base di piani sperimentati in anni di esercitazioni nei quali ogni singola unità ha amplissimi margini di manovra.

Esattamente l'opposto della ossificata catena di comando degli eserciti arabi. Alla difesa dei villaggi affidata ai nuclei di resistenza interna, si aggiunge nel territorio circostante l'attività di commandos, gruppi di artiglieria mobile e anticarro, nascosti per giorni tra le rocce o nei cunicoli, con il compito di tagliare le linee di rifornimento ai reparti israeliani e di colpirli alle spalle dopo averli fatti avanzare nel territorio libanese.

In altri termini i reparti corazzati israeliani sono un po' come i galeoni spagnoli attaccati dai corsari di sir Francis Drake o come l'esercito napoleonico in Spagna. Anche in questo campo le parti si sono invertite, con la velocità e l'inventiva più presenti nel campo arabo che in quello israeliano. Hezbollah si sta rivelando un avversario temibile per Israele, e ancor più per i soldati italiani che il governo Prodi sembra pronto a mandare a combattere e magari a morire per difendere i confini delle occupazioni israeliane.

 

"Attenzione, si rischia un'altra guerra"

Il ministro dell'informazione siriano Mohsen Bilal: "Troppe ambiguità nella risoluzione Onu, potrebbero riprendere le ostilità". E sulle truppe internazionali, comprese quelle italiane, dice: "Spetta solo ai libanesi decidere come difendere il loro paese". Il bivio tra pace e guerra a cui è arrivato il Medio Oriente, visto da Damasco

Stefano Chiarini, inviato a Damasco

Il Manifesto, 23 agosto 2006

"Il Medio Oriente si trova ad un bivio. O si imbocca la strada per uscire dal tunnel della guerra nella quale la politica israeliana del rifiuto e dei fatti compiuti ha costretto la regione, convocando una conferenza internazionale di pace che porti ad un ritiro di Tel Aviv dai territori occupati palestinesi, libanesi e siriani in cambio della pace, una Madrid II o magari una Roma I, se l'Italia lo vorrà, oppure le probabilità di un secondo round del conflitto in Libano e di una nuova guerra con Israele sono assai maggiori di quanto si pensi. Soprattutto con questa amministrazione Usa inebriata dai fumi del fondamentalismo".

Con queste parole di disponibilità a riprendere il negoziato, ma anche di forte preoccupazione per una nuova guerra con Tel Aviv che molti in Siria danno, se non si aprono nuove prospettive di pace, come inevitabile, il ministro dell'informazione Mohsen Bilal - noto chirurgo, ex ambasciatore a Madrid ed ex studente all'università di Bologna - ci esprime nel suo studio alla televisione siriana, sulla centrale piazza Omawyin, il senso di mobilitazione e di urgenza che pervade il suo paese, sempre più deciso - dopo il fallimento dell'assedio Usa, il miglioramento della situazione economica e la vittoria della resistenza libanese - ad uscire da una perenne incertezza sul futuro e a riottenere, in un modo o nell'altro, dopo quarant'anni di occupazione, le alture del Golan.


Nel suo ultimo discorso alla stampa Bashar al Assad ha riproposto con forza la necessità di una rapida restituzione del Golan e per la prima volta da 33 anni un presidente siriano ha parlato di un possibile ricorso all'opzione militare. Quasi la necessità di una spallata come quella del 1973 che poi portò alla restituzione del Sinai all'Egitto...
L'obiettivo di liberare le alture del Golan è stato sempre al centro della politica siriana ma ora la situazione è divenuta insostenibile. I territori occupati palestinesi, le fattorie di Sheba, il Golan sono la radice del conflitto e questo va risolto una volta per tutte con un approccio generale, una nuova conferenza di pace come quella del 1991 basata sul principio di uno scambio "pace contro territori" e cioè del ritiro israeliano sui confini del 1967, la nascita di uno stato palestinese con capitale Gerusalemme est, e il riconoscimento del diritto al ritorno dei profughi. Per quanto ci riguarda noi siamo pronti a riprendere le trattative al punto al quale erano giunte ai tempi di Yitzhak Rabin. Non c'è tempo da perdere. Israele pensa che il tempo sia dalla sua parte ma la guerra in Libano ha dimostrato il contrario. Il suo rifiuto a trattare, le violazioni dei diritti umani e della legalità internazionale, i veri e propri crimini di guerra commessi in Palestina e in Libano, hanno creato un tale odio nei suoi confronti da mettere in crisi qualsiasi discorso negoziale. In questo modo Israele sta condannando i suoi figli ad un futuro di odio e di guerra permanente. Occorre cambiare strada, altrimenti la nostra generazione sarà l'ultima ad accettare l'idea che è possibile una trattativa con Israele.

E' possibile un secondo round della guerra in Libano e un suo allargamento alla Siria?
Certamente. Israele continua il suo blocco aereo e navale del Libano, continua ad occuparne alcuni territori e a compiere raid in violazione della tregua come quello nella valle della Bekaa della scorsa settimana, pericolosamente vicino ai nostri confini. Inoltre Tel Aviv sta già rimettendo in discussione il cessate il fuoco sostenendo che la resistenza dovrebbe disarmare e non usare più parte del proprio territorio, il Libano del sud, mentre invece Israele avrebbe carta bianca per continuare i suoi attacchi - con la scusa di bloccare presunti rifornimenti di armi alla resistenza - e si riservano di estenderli anche alla Siria. Tutto ciò dimostra che qualsiasi intervento, come la risoluzione 1701, che tenga conto degli interessi di una sola parte e non coinvolga tutti i paesi della regione sia

 

E la Siria festeggia gli "eroi" Hezbollah
 

Ritratti di Nasrallah nei mercati popolari, bandiere Hezbollah sulla statua di Salah ed-Din e nei quartieri cristiani: Damasco vive una rivincita per interposta persona
 

di Stefano Chiarini

Il Manifesto, 24 agosto 2006

Una bandiera gialla e verde con il logo degli Hezbollah, un braccio con il pugno chiuso che stringe un fucile, sventola da alcuni giorni sulla famosa statua in bronzo di Salah ed Din - l'eroe arabo di origini kurde che sconfisse i crociati - davanti alle mura della città vecchia. Nel vicino suk coperto di Hamidiyya - cuore commerciale della città, della Siria e dell'intera regione da almeno tremila anni - grandi striscioni finanziati e scritti dalla locale comunità sciita inneggiano alla vittoria contro gli israeliani conseguita dalla resistenza libanese, denunciano le responsabilità americane nei massacri ai danni della popolazione civile e, singolarmente, i "complotti per far fallire la conferenza di Roma per un cessate il fuoco". Sulle decine di taxi, in gran parte di fabbricazione iraniana, franco-rumena o russa, ma anche sul lunotto posteriore di molte auto private, e dei sempre più numerosi affollatissimi bus cinesi e mini-bus giapponesi che, in un caos indescrivibile, partono dalla stazione di Baramke, accanto alla foto del presidente Bashar Assad c'è ora immancabilmente anche quella del leader degli Hezbollah, Hassan Nasrallah, così come sui manifesti murali e sui ciclostilati attaccati un po' ovunque per convocare questa o quella iniziativa di sostegno al Libano e alla sua resistenza. I discorsi di Nasrallah, le bandiere, le foto sono in vendita ovunque lungo i viali anni sessanta della vecchia università, accanto a quelle dei principali leader e pensatori arabi del passato e alla magliette con il volto de Che Guevara.

Damasco prepara il Ramadan

 

Damasco si sta preparando all'imminente Ramadan - quando nei bar alle spalle della moschea Omayade tornerà recitare le sue storie uno degli ultimi hakawati, il cantastorie con i suoi pantaloni larghi, il gilé ricamato e il tradizionale fez - in un'atmosfera di grande euforia per quella che viene considerata la prima vittoria araba dall'inizio del conflitto con Israele e di attesa per una pace giusta, con il ritiro di Israele dai territori occupati siriani (il Golan), palestinesi (la West Bank) e libanesi (le fattorie e le colline di Sheba).

La mobilitazione siriana è scattata subito all'inizio delle ostilità in Libano e si è accentuata via via in seguito all'arrivo di centinaia di migliaia di profughi libanesi accolti non solo dalle autorità quanto soprattutto dalla stessa società siriana. Sistemati nelle scuole, negli edifici pubblici, nei locali adiacenti alle moschee, ma anche in molte case private, i profughi hanno ricevuto ogni aiuto dalle famiglie siriane che hanno provveduto a tutte le loro necessità. Poi la notte del cessate il fuoco, su invito del segretario degli Hezbollah a tornare ciascuno nel proprio villaggio per avviare la ricostruzione e una nuova fase della resistenza, la maggior parte dei profughi sciiti è sparita da Damasco nel giro di poche ore.

L'assistenza data dalla società siriana ai profughi libanesi assume una rilevanza ancora maggiore se si considera il risentimento della popolazione per l'uccisione in Libano di decine e decine di immigrati siriani nel corso della "rivoluzione dei cedri" e nei mesi successivi, e per il fatto che questa è la quarta ondata di profughi che ha investito la Siria dopo l'arrivo di 400mila palestinesi del 1948, seguiti nel 1967 da 500mila abitanti del Golan occupato e, a partire dal 2003, da almeno 500mila iracheni. Un caleidoscopio di popoli che caratterizza gran parte della capitale: il vecchio, disordinato, quartiere centrale di Merjeh (la piazza intitolata alle vittime dei bombardamenti francesi del 1945 sul parlamento siriano, e Hamas ancora non era nato), dai mille negozietti dove si può trovare praticamente di tutto e dagli alberghi supereconomici e spesso piuttosto equivoci, è sempre più affollato di iracheni e soprattutto di pellegrini iraniani. I primi tendono a stabilirsi nell'area di Jaramana, non senza alterne tensioni con la locale comunità kurda, e i secondi più fuori attorno alla moschea costruita da Teheran sul luogo dove è sepolta Sayyda Zenab, nipote di Maometto.

E tutti aiutano i profughi

"Il dato importante della solidarietà nei confronti dei profughi libanesi, in gran parte sciiti - ci dice Omar, studente di scienze politiche che incontriamo in un ex bagno turco della città vecchia trasformato in bar - sta nel fatto che essa ha superato qualsiasi differenza politica e, soprattutto, confessionale". Colpiscono da questo punto di vista i ritratti del leader Hezbollah Hassan Nasrallah, davanti alle moschee sunnite (la principale corrente dell'Islam maggioritaria in Siria) che gli Usa dal 1982 ad oggi hanno sempre cercato di usare per rovesciare il regime del presidente Hafez Assad prima e di suo figlio Bashar el Assad poi, appartenenti alla minoranza alawita (sciita). E ciò nonostante i forti legami di molti ricchi commercianti sunniti con l'Arabia Saudita.

"La spinta della base sunnita a favore della resistenza libanese è stata così forte - ci dice un giovane ricercatore del centro studi al Sharq - da portare non solo i principali predicatori sauditi ad abbandonare una prima condanna degli Hezbollah venuta dal regime dei Saud, ma da spingere persino il centro della Fratellanza, la moschea di al Azhar al Cairo, ad esporre anch'esso i ritratti di Hassan Nasrallah. Non solo. La stessa al Qaeda, con un discorso di al Zawahiri, è dovuta scendere in campo pubblicamente al suo fianco nonostante i wahabiti considerino gli sciiti al pari degli atei e dopo che lo stesso Zarqawi avesse accusato gli Hezbollah di aver creato 'un muro di sicurezza' a difesa di Israele contro gli attacchi jihadisti e ne aveva chiesto il disarmo".

Bandiere Hezbollah tra i cristiani

Non meno interessante è il vedere le bandiere Hezbollah e i ritratti di Nasrallah per le strade di Bab Touma (la porta di San Tommaso), il quartiere cristiano della città vecchia sorto attorno alla vecchia cantina dove si crede che abbia abitato Anania, uno dei primi discepoli cristiani, apparso in sogno a Paolo di Tarso. Un quartiere sempre più affollato di ristoranti tipici dove non è raro sentire nei pub all'aperto, molto frequentati dai giovani e dalle giovani siriane - con il velo o senza ma tutte elegantissime - le suonerie dei telefonini con la voce di Nasrallah o con gli screensaver dedicati ai miliziani libanesi.

"Non estraneo a queste simpatie - ci dice padre Augusto, religioso in una vicina chiesa - il fatto che cristiani e sciiti sono entrambi minoranze nel paese e si garantiscono a vicenda, e che tra i cristiani di Bab Touma, soprattutto tra gli ortodossi, sono sempre stati assai presenti il partito social-nazionale siriano favorevole alla "Grande Siria" e le varie organizzazioni della tradizione comunista. In ogni caso sempre fortemente nazionalisti e orgogliosi delle loro origini mediorientali e della loro cultura araba. Per non parlare di altri aspetti come la comune devozione nei confronti dei martiri e le immagini dei santi".

Nabil, professore di musica al conservatorio ritiene però che la popolarità degli Hezbollah e della loro resistenza sia anche legata, afferma, "alla loro modernità, al loro rifiuto della demagogia e della propaganda, al loro impegno in prima persona, all'accettazione del carattere multiconfessionale del Libano, al loro praticare la resistenza ma rifiutando il terrorismo e, soprattutto, al mantenere quanto promettono. Esattamente l'opposto di quanto hanno sempre fatto i regimi arabi. La gente non vuole più slogan ma fatti e in questo caso è pronta anche a dare la vita per il proprio paese". E sarebbero molti i giovani siriani partiti per loro conto diretti in Libano per combattere - ci dice un religioso sunnita - mentre altri sarebbero stati fermati mentre tentavano di dirigersi verso le linee israeliane sul Golan.

In questa situazione Damasco sembra decisa non solo a riacquistare il Golan ma anche quel ruolo regionale che è riuscita ad avere per anni ma che ora gli è stato negato dagli Usa, nonostante la sua disponibilità a collaborare contro al Qaida e a trattare con Israele. Un trattamento considerato ingiusto nei confronti del paese che ha suscitato in Siria un forte risentimento verso la politica degli Usa e, in parte, della UE. "Per quanto si possa criticare il regime - sostiene un ex oppositore della società civile che incontriamo al Sibti Garden - odieremo sempre di più gli Stati Uniti e Israele per quello che hanno fatto a noi e ai nostri fratelli arabi". Damasco, immersa nell'afa e scossa da un vento caldissimo proveniente dal deserto, sembra aver accolto la vittoria in Libano come una pioggia


 

Libano, parla Nabil Qauk, responsabile di Hezbollah per il sud del paese dei Cedri

"Sul disarmo non si discute"

"I soldati italiani dell'Unifil benvenuti solo se ci lasceranno operare come sempre". E Israele già modifica il confine

di Stefano Chiarini
Inviato a Khiam (sud Libano
)

Il Manifesto, 15 settembre 2006

"Volevano annientarci, volevano cacciarci dalla zona a sud del fiume Litani, disarmarci e porre fine alla resistenza. Ebbene eccoci qui di nuovo a Khiam come un anno fa, in vista del confine, con le nostre armi e la nostra determinazione a continuare la resistenza, finché non avremo liberato l'ultimo lembo di terra libanese e fino a che Israele non avrà lasciato i territori occupati. Per questo non intendiamo neppure discutere di un nostro disarmo, qualunque cosa dicano a Beirut. Certo nessuno vedrà le nostre armi nel Libano del sud ma nessuno, è bene essere chiari su questo punto, né l'esercito, né l'Unifil le dovrà cercare e toccare".

Nabil Qauk, responsabile politico-militare di Hezbollah per il sud del Libano, avvolto in un mantello grigio-marrone e con il tradizionale turbante dei religiosi sciiti, non lascia molti dubbi sul messaggio, meglio dire sul monito, che nelle ultime ore la leadership del movimento, con un intervento del segretario generale Hassan Nasrallah, ha mandato all'Onu, ai paesi che stanno inviando le truppe in Libano e allo stesso premier libanese contro l'istituzione di una sorta di mandato coloniale sul Libano e il tentativo di porre fine alla resistenza utilizzando le forze nultinazionali.

Una dura presa di posizione che risponde anche alle sempre più forti pressioni della base e degli abitanti della regione, esasperati per la totale assenza del governo di Beirut durante l'aggressione israeliana e per le continue violazioni israeliane della tregua. Abitanti che nel paese di Ait al Shaab, a ridosso del confine, due notti fa hanno ripreso le armi per respingere un nuovo attacco israeliano contro il villaggio, così come nella vicina Bint Jbail, ridotta ad un cumulo di macerie ma mai conquistata, o che a Strifa, hanno bloccato la strada per Tiro contro il "disinteresse delle autorità" nella ricostruzione delle loro case devastate dai bombardamenti israeliani e che ieri notte avrebbero lanciato sassi e bottiglie, senza fari danni o feriti, contro le autoblindo del contingente italiano di stanza nella vicina collina di Jebel Maroun.

L'esponente sciita ci riceve, nell'ambito delle commemorazioni per la strage di Sabra e Chatila e per quelle di quest'ultima guerra, nella ex portineria esterna di quello che sino a poche settimane fa era l'ex carcere di Khiam e che i bombardamenti israeliani hanno ridotto ora ad una grande piazza, in cima ad una collina, ricoperta di macerie, calcinacci e tondini di ferro divelti.

Qua e là qualche mezzo lasciato dagli israeliani nel 2000 incenerito o accartocciato, pezzi di ferro delle porticine delle segrete dei sotterranei, filo spinato, mattoni. Alcune decine di ragazzini del vicino omonimo paese di Khiam vagano qua e là con i cappelletti da baseball rossi distribuiti per celebrare quella che viene definita una "vittoria divina" e giocano tra le macerie facendo il segno della vittoria e gridando ridendo "Kullu Hezbollah", qui tutti Hezbollah.

Auto di grossa cilindrata della sicurezza e giovani militanti in moto controllano le strade che si avvicinano al paese passando con un impercettibile cenno della mano attraverso i posti di blocco istituiti di recente dall'appena arrivato esercito libanese. Ogni tanto nelle vicinanze, più a valle dove si intravede al di là di una leggera nebbiolina il confine con Israele, passano le macchine bianche con la bandiera blu dell'Unifil con a bordo i soldati.

Nel cielo blu intenso continuano a sfrecciare come sempre gli aerei da guerra israeliani che ieri hanno sorvolato non solo il sud del Libano, in particolare la città di Nabatiyeh, ma anche la valle della Beqaa con la città di Baalbeck.

Sarebbero oltre cento, secondo l'Unifil, le violazioni israeliane dal "cessate il fuoco" ad oggi. Gli interventi degli esponenti Hezbollah, in questi ultimi giorni, sono tutti improntanti a celebrare "la vittoria" del Libano - il segretario Hassan Nasrallah è apparso ieri in televisione non con il mantello nero usuale ma con quello della festa marrone tutto intessuto con pregiata lana di cammello proveniente dalla città santa irachena di Najaf - e ancor più lo è quello dello sheik Nabil Qauk, uno degli strateghi del movimento che, unendo le tecniche della guerriglia a quelle della guerra convenzionale, è riuscito a fermare la macchina bellica israeliana - con la piana di Khiam cosparsa tra i campi di tabacco di grandi macchie nere oleastre, là dove sono bruciati di versi tank di Tel Aviv.

"I nostri giovani combattenti con il loro sacrificio - ci dice in una grande stanza coperta di tappeti sullo sfondo di un murales sulla guerra - sono riusciti a fermare i piani di Usa e Israele sia per il Libano che per la Regione e non siamo disposti a permettere che questo successo sia svuotato da altre risoluzioni dell'Onu o da accordi presti sopra la nostra testa. Il Libano deve restare un paese arabo, libero e con una piena sovranità su tutti i suoi territori. Per questo continueremo a combattere fino alla liberazione delle fattorie di Sheba e delle colline di Kfar Shuba".

In ogni caso però, il movimento sembra deciso a dare un certo tempo alla diplomazia: "Se le fattorie di Sheba passassero sotto controllo dell'Onu a noi andrebbe benissimo - ci dice sorridendo - a noi non piace la guerra e abbiamo di meglio da fare".

La pazienza avrebbe però un limite dal momento che "se qualcuno ha dato ad Israele assicurazioni sul fatto che continueranno ad occuparle, sappia che nessuno potrà mai garantire nulla ad un occupante e che la guerriglia continuerà fino al totale ritiro israeliano".

Per quanto riguarda le forze dell' "Unifil due", l'esponente Hezbollah sostiene che non "hanno nulla da temere", purché rispettino un'interpretazione della risoluzione sul cessate il fuoco, la 1701, che non interferisca con le attività della resistenza libanese, come ha sempre fatto, dal 1978 ad oggi la vecchia la Unifil nel Libano del Sud.

Un'apertura di credito anche all'Italia che, sostiene, andando via dall'Iraq "è entrata nel cuore dei libanesi ma che continuerà ad esserlo se non sarà strumento dei piani degli Usa e di Israele". Del resto essendo composte da abitanti dei villaggi del sud le forze militari degli Hezbollah, sostiene Nabil Qauk, non sono mai andate via e non andranno mai via dai loro paesi al punto che anche le visite delle delegazioni straniere nella zona sono tutte coordinate con i rappresentanti del movimento che nottetempo continuano a pattugliare le colline mentre più a valle i bulldozer israeliani cercano di modificare il confine come hanno cercato di cancellare il ricordo dei crimini commessi nel carcere di Khiam cancellandone l'esistenza e la memoria.

E con il carcere anche il paese abbarbicato su una collina con tutte le case mitragliate, bruciate, ferite dalle cannonate o annientate dalle bombe o dai missili. Nonostante ciò i profughi cominciano a tornare a bordo di vecchi camion e camioncini scoperti carichi di mobilia e di materassi, accampandosi tra le rovine o sistemandosi presso parenti.

Una determinazione a riprendere a vivere e a combattere - sostiene Nabil Qauk - per la quale "continueremo ad essere, qui a pochi chilometri dal confine, come prima della guerra, un osso nella gola di Israele e degli Usa".

Poi l'esponente di Hezbollah, prima di lasciarci e dopo l'ennesima foto di gruppo, indica alcuni piccoli paesi lì alle pendici del monte Hermon, proprio davanti alla collina dove ci troviamo e sorridendo ci dice: "Il prossimo anno ci vediamo laggiù, alle fattorie di Sheba".


 

  

I campi del «no» al disarmo Onu

 

I palestinesi del sud del Libano rifiutano l'interpretazione della risoluzione 1701 che imporrebbe il loro disarmo. «Resistermo anche con la forza»

 

di Stefano Chiarini

Il Manifesto, 17 settembre 2006

 

«La tragedia di Sabra e Chatila, quando l'Olp si ritirò da Beirut in cambio della promessa che le truppe multinazionali avrebbero difeso i campi ci insegna quanto sia pericoloso fidarsi delle promesse internazionali. Ogni volta che ci siamo fatti convincere a lasciare le nostre armi siamo stati sistematicamente ingannati e consegnati ai nostri carnefici. Per questo vi assicuro che senza il riconoscimento dei nostri diritti nazionali sanciti dalle risoluzioni dell'Onu e di quelli civili in Libano non ci sarà alcun disarmo dei campi palestinesi, anche a sud del fiume Litani».

 

Sultan Abu Alaynen, organizzatore della resistenza dei campi di Beirut a metà degli anni '80, e attualmente comandante di Fatah in Libano, ci esprime così tutto il suo sdegno per le sempre più insistenti voci che danno per imminente l'imposizione di un disarmo dei due principali campi palestinesi a sud del fiume Litani, Rashidiyeh e Burj el Chemali, nei pressi di Tiro, da parte dell'esercito libanese e delle forze Unifil, sulla base di un'interpretazione discutibile della risoluzione 1701 sulla «cessazione delle ostilità».
Il campo di Rashidiye, sulla strada che porta da Tiro al vicino confine con Israele, tra bananeti, aranceti e orti, accoglie oltre 20.000 ex-contadini cacciati dal nord della Palestina nel 1948 e oggi il suo futuro, al pari di quello di tutti i 400.000 profughi palestinesi in Libano è sempre più scuro. Per questo il disarmo dei campi «potrà essere - continua Sultan - solamente il punto finale di una trattativa su tutta la condizione palestinese e non certo l'inizio.

 

 La pace non dipende dal disarmo della resistenza o dalle truppe straniere ma dalla volontà o meno di Israele e degli Usa a riconoscere i nostri diritti». Il tentativo di tornare alla situazione precedente al 1969, a prima della «rivoluzione», quando i campi si liberarono dall'oppressiva presenza della polizia e dei servizi segreti libanesi e diventarono «no-go area» per l'esercito di Beirut, è arrivata in questi giorni come una doccia fredda sui palestinesi «ospiti» senza diritti nella «repubblica dei cedri», all'indomani di uno straordinario momento di unità con la popolazione sciita del sud del Libano rifugiatasi in parte proprio nei campi palestinesi. Il tentativo israeliano di soffiare sul fuoco delle divisioni religiose tra i profughi sunniti e gli abitanti dei villaggi sciiti alle spalle di Tiro, risparmiando per una volta i primi e distruggendo i secondi ha avuto un effetto opposto a quello che si aspettavano a Tel Aviv con oltre 10.000 sfollati sciiti accolti e ospitati a Rashidiyeh. Non solo.

 

Il campo alla periferia di Tiro - più volte raso al suolo dagli israeliani con oltre 1000 morti e sempre ricostruito - per tutti i 34 giorni dalle guerra con il suo panificio ha letteralmente rifornito l'intera città di Tiro dove tutti e 15 i forni funzionanti, per il blocco delle strade, erano stati costretti a chiudere. Uno sforzo non da poco se consideriamo la miseria imperante, con il 65% dei profughi sotto la soglia di povertà, la disoccupazione, i divieti a fare oltre 60 mestieri e professioni e l'impossibilità ad avere qualsiasi proprietà, persino quella della casa nella quale abitano, che affliggono i profughi palestinesi.

 

Quattrocentomila disperati per nulla disposti ad essere ancora una volta dimenticati dal mondo ma piuttosto - come ci dice sorridendo un giovane studente universitario - decisi a rimanere come «spine nella gola del mondo fino a che non otterremo uno stato e la possibilità di tornare in Palestina».
Nel frattempo la guerra è finita, i forni di Tiro hanno ripreso a funzionare e l'esercito libanese ha circondato di nuovo il campo e ha rimesso in funzione il suo posto di blocco all'ingresso con una garitta a strisce bianche e rosse e uno stanco tank che sonnecchia sotto una rete mimetica. Poche decine di metri più in là alcuni soldati con il basco rosso delle forze regolari palestinesi, seduti davanti ad un grande ritratto di Arafat, con il fucile sulle gambe, sorseggiano un buon caffè portatogli da un ragazzino che abita li vicino.

 

 All'interno tra le baracche in muratura separate spesso da piccoli orti e da alberi di fico spuntano qua e là dei rifugi antiaerei, ora in disuso, ma che non pochi stanno pensando di rimettere in funzione. «Nessuno vuole la guerra e speriamo che non ci sia nessun problema - ci dice un giovane combattente con lo stemma di Fatah sulla divisa, uno di quei giovani "di roccia e di timo" descritti così bene dal poeta Mahmoud Darwish - ma non possiamo restare sempre così senza poter tornare in patria, senza stato, senza diritti, anche noi vogliamo un futuro e se non ce lo daranno ce lo prenderemo. Altro che disarmo.

 

La mia casa è di là del confine, vicino ad Acri e noi siamo qui, in una baracca, nonostante la risoluzione 194 parli del nostro diritto al ritorno e ad un risarcimento. Se vogliono che rispettiamo la 1701 allora facciano lo stesso con Israele imponendo anche il rispetto della 242 e della 338 sul ritiro israeliano e della 194 sul ritorno in Palestina. Altrimenti non pensino di poterci dimenticare qui all'inferno». «Questi giovani - ci dice un anziano notabile palestinese di Tiro - non sono come noi, costretti a lasciare il nostro paese. Questi giovani hanno visto nelle ultime settimane che Israele non è invincibile e che può essere fermato e non si accontenteranno delle solite vuote promesse.

 

 Se dovranno morire preferiranno farlo sulla terra di Palestina con negli occhi l'immagine di quelle case in pietra così solide e di quelle viti rigogliose, delle quali hanno sempre sentito parlare da noi anziani ma che non hanno mai visto. Questa vita da profugo, senza futuro, sospesa, è una non vita alla quale solamente la lotta fino, se necessario, al sacrificio di sé, può dare un senso».

 


 
Libano. Il gioco delle regole d'ingaggio

«El Pais» rivela «Autodifesa preventiva» per l'Unifil in Libano. Pronti a disarmare gli Hezbollah

di Stefano Chiarini

Il Manifesto - 15.10.2006

Le forze dell'Unifil II nel Libano meridionale, con buona pace del loro presunto ruolo di interposizione, non solo avranno diritto, per la prima volta, all'«autodifesa preventiva» nei confronti di possibili attacchi ma potranno anche «far uso della forza, anche letale, per impedire o eliminare attività ostili, compreso il traffico illegale di armi, munizioni ed esplosivi nella loro area di responsabilità (tra il fiume Litani e il confine con Israele)». Non solo. L' Unifil II metterà in piedi a tal fine posti di blocco lungo le strade e requisirà direttamente le armi della resistenza nel caso l'Esercito libanese non fosse capace o non volesse farlo.

 Questi i compiti dell'Unifil in Libano - che aprono la strada ad uno scontro frontale con gli Hezbollah e che configurano una grave violazione della sovranità libanese- quali emergono dal «Manuale di Area» elaborato dai servizi militari spagnoli e distribuito nei giorni scorsi ai soldati di Madrid diretti in Libano il cui contenuto è stato reso noto due giorni fa dal quotidiano «El Pais».
Secondo quanto scrive l'autorevole organo di stampa queste regole di ingaggio, le più dure mai applicate in una missione dei «caschi blu», sarebbero state approvate nel corso di lunghe trattative, lo scorso agosto, al palazzo di vetro dell'Onu, tra i responsabili delle Nazioni Unite e i governi di Francia, Italia e Spagna. Le «regole di ingaggio» prevedono che l' «autodifesa preventiva» potrà applicarsi non solo contro eventuali attaccanti ma anche contro gruppi o persone pronti a compiere azioni ostili - anche se in questo caso le truppe Onu dovranno basarsi su «informazioni attendibili» - contro coloro che stiano progettando un sequestro o che minaccino le autorità libanesi, gli operatori umanitari o non meglio precisati civili.

Non solo. La «forza letale» potrà anche essere impiegata - e questo è un aspetto particolarmente preoccupante - da parte delle truppe dell'Unifil «per realizzare i loro compiti»: in particolare contro chiunque volesse limitare la libertà di movimento delle forze Onu, contro chi intenda forzare un check point e più in generale per impedire e reprimere i rifornimenti di armi alla resistenza libanese a sud del fiume Litani. Fino ad oggi l'Unifil, ma anche il nostro governo, avevano sostenuto che il compito di disarmare gli Hezbollah (comunque una violazione della sovranità libanese e del diritto di ogni paese a liberare con i mezzi che ritiene più opportuni i propri territori occupati da forze straniere), in particolare a sud del Fiume Litani sarebbe spettato unicamente all'esercito libanese.

Una rassicurazione che ha portato anche parte della sinistra pacifista e radicale a sostenere l'invio delle nostre truppe in Libano nonostante la risoluzione 1701 sul cessate il fuoco si ponesse, anche se con una certa ambiguità, l'obiettivo di bloccare le attività degli Hezbollah nel sud senza che Israele abbia accettato di ritirarsi dai territori occupati libanesi. Ora invece, a

meno di non pensare che le «regole di ingaggio» spagnole siano diverse da quelle italiane, abbiamo sufficienti elementi per dire che l'Unifil svolgerà direttamente il compito di reprimere la resistenza libanese istituendo posti di blocco, requisendo armi, e «disarmando gruppi o individui armati» anche in assenza dell'esercito libanese. Esercito che per bocca dei suoi capi degli stati maggiori, citati sul suo sito on line, ha sostenuto più volte, da parte sua, di voler difendere il paese dalle aggressioni israeliane e di non voler affatto disarmare gli Hezbollah.

Ne consegue la scomoda verità che l'Unifil II non avrà affatto un ruolo di «interposizione» ma piuttosto cercherà di impedire direttamente le attività della resistenza libanese contro l'occupazione e le aggressioni israeliane. Con tutte le conseguenze che ne deriveranno anche per il nostro contingente.

Libano. «Un governo per l' unità nazionale»

«Gli Usa vogliono imporci un loro mandato». Parla Moussawi esponente Hezbollah

 

di Stefano Chiarini

 

Il Manifesto, 24 gennaio 2007

 

Scrittore, giornalista, esponente di Hezbollah, Ibrahim Moussawi non nasconde la sua soddisfazione per lo sciopero e per l'ampiezza del movimento di protesta contro il governo Siniora sostenuto dagli Usa, dalla Francia, dall'Arabia Saudita ma anche dai governi europei. «Lo sciopero generale ha paralizzato il paese - dice - e costituisce una grande vittoria del movimento di opposizione, della sua unità e, più in generale, di coloro che intendono difendere la sovranità e la stabilità del Libano minacciata da una destabilizzazione made in Usa. Un movimento sostanzialmente pacifico e di massa che dal primo dicembre si è accampato davanti alla sede del governo per chiedere civilmente un esecutivo di unità nazionale nel quale tutte le comunità e le principali forze politiche siano presenti su un piano di parità e non siano costrette a votare - come è successo - senza neppure discutere, su leggi e proposte arrivate direttamente da Washington».


Quali i problemi all'origine del braccio di ferro di questi giorni?

 

«I ministri dell'opposizione (sciiti e un cristiano ndr) sono usciti dal governo lo scorso novembre perché il premier non ha rispettato l'agenda concordata e ha continuato a prendere decisioni consultandosi con Washington e non con i nostri ministri. Questa tendenza ad escludere la resistenza e ad attuare l'agenda Usa per il medioriente si è andata accentuando sempre più dopo la guerra con Israele sino a diventare intollerabile. A questo punto i nostri ministri si sono dimessi. Il premier però ha continuato a prendere decisioni di grande importanza, come quelle sul tribunale internazionale sull'omicidio Hariri o sulle misure economiche contro la crisi, nonostante sia ormai incostituzionale e di minoranza.


La vostra soluzione per la crisi?

 

Un governo di unità nazionale con tutte le comunità e con il principale partito cristiano-maronita all'opposizione, quello del generale Aoun. Un governo che possa difendere la sovranità del Libano.


Vi sono state in questi 40 giorni alcuni seri tentativi di mediazione?

 

Certamente. Per quanto ci riguarda abbiamo appoggiato la mediazione delle Lega Araba ma Fouad Siniora, sostenuto dagli Usa e da quei governi che si illudono di poter stabilizzare il Libano senza l'apporto di tutte le sue componenti, non ha accettato alcuna mediazione.


C'è chi parla di una possibile nuova guerra civile...

 

Non direi. Per quanto ci riguarda la protesta continuerà ad essere pacifica. In ogni caso in Libano le principali forze politiche che potrebbero dar luogo ad una guerra civile non ne hanno alcuna intenzione e coloro i quali, sostenuti dall'estero, la vorrebbero per fortuna non sono in grado di farla. E poi l'aspetto più importante della protesta è proprio il suo carattere multiconfessionale nonostante gli Usa, qui come in tutto il Medioriente - basta vedere l'Iraq - stiano cercando di dividerne i popoli mettendo una comunità contro l'altra.

 

 L'Intifada scuote popoli e governi

RIAFFIORA UNA COSCIENZA ARABA
Stefano Chiarini

Da “La Rivista del Manifesto” nr.18, giugno 2001

 

Il ministro degli esteri egiziano Amr Moussa, ha accusato con parole durissime il governo Sharon di essere all'origine dello scoppio della violenza che insanguina la Palestina, mentre il moderatissimo ministro dell'informazione degli emirati arabi uniti, Sheik Abdullah bin Zaid al-Nahayan, ha sostenuto due settimane fa che «gli Stati Uniti nella redazione annuale della lista degli stati che sostengono il terrorismo dovrebbero mettersi al primo posto dell'elenco insieme ad Israele». In Giordania il governo del nuovo re Abdullah, di fronte al crescente sdegno popolare che rischia di travolgerlo, ha vietato tutte le manifestazioni di piazza convocate a sostegno della Intifada. Tutti quegli Stati arabi che avevano aperto uffici per il commercio con Israele, senza avere ancora alcun trattato di pace con lo stato ebraico, li hanno chiusi mentre in paesi solitamente `tranquilli' come il Marocco e gli Emirati si sono avute imponenti manifestazioni a sostegno della Palestina. In Arabia saudita il boicottaggio non ufficiale contro i prodotti americani ha spinto la locale McDonald a devolvere parte degli incassi ai feriti palestinesi.
Il quadro generale della pax americana seguita alla guerra del Golfo presenta crepe sempre più vistose. Se i governi dell'area si muovono con la usuale lentezza, va rilevato che l'Intifada palestinese, l'elezione a primo ministro di Israele di un militare come Ariel Sharon, considerato un criminale di guerra per il massacro di Sabra e Chatila, il veto Usa alle Nazioni Unite sulla proposta di inviare una forza di protezione delle popolazioni palestinesi – mentre parallelamente Usa e Onu continuano ad affamare l'Iraq con l'embargo – la scomparsa dell'Europa dalla scena mediorientale, hanno suscitato in tutta la regione un profondo e nuovo sdegno verso Israele e gli Usa.
Per accorgersene basta passeggiare tra le bancarelle dei suk della regione, o guardare i servizi che via satellite ci giungono dalle nuove Tv arabe, in primo luogo dalla Cnn araba `al Jazira' che trasmette dal Qatar o navigare per i numerosissimi siti on line dedicati all'argomento.

A differenza della prima Intifada palestinese della fine degli anni ottanta, quella iniziata lo scorso settembre in seguito alla provocazione di Ariel Sharon sulla spianata delle moschee di Gerusalemme è infatti entrata direttamente nelle case di milioni di arabi non più filtrata dai media ufficiali dei vari regimi, sempre timorosi che la lotta di liberazione palestinese possa finire per travolgere anche loro.

Ogni giorno le popolazioni arabe vedono alla Tv le case palestinesi distrutte dai carri armati israeliani, i bambini uccisi, l'arroganza dei coloni, le minacce alla spianata delle moschee, terzo luogo santo dell'Islam, e questo ha di nuovo internazionalizzato la questione palestinese e mobilitato le popolazioni arabe.
Un ruolo importante a questo proposito l'hanno avuto i videoclip dei cantanti più famosi che inneggiano alla resistenza palestinese e ricordano le giovani vittime della repressione israeliana, a cominciare da Mohammed al-Dura, il ragazzino ucciso a Gaza tra le braccia del padre, e sotto gli occhi delle telecamere da un cecchino israeliano. In pochi mesi Mohammed è diventato il simbolo della `Intifada-Al Aqsa' e la sua memoria viene tenuta viva da una miriade di cantanti egiziani, ma anche libanesi, tunisini e dei paesi del Golfo. Si diffondono canzoni che parlano di ragazzi e di rivolta ad altri ragazzi stanchi della inazione dei loro governi, spesso autocratici e quasi sempre non democratici, ma anche di quella degli stessi movimenti di opposizione.

Si tratta di giovani alla ricerca di un lavoro che non c'è e di una nuova identità che non sia quella `made in Usa' dominante dalla guerra del Golfo. Basti pensare che solo in Arabia saudita, il paese più chiuso e conservatore dell'area, il 42% dei 16 milioni di abitanti ha ora meno di 14 anni. In un'altra canzone il cantante libanese pop Walid Tawfiq invita le nazioni arabe a riconquistare la Palestina, ricordando l'esempio del Saladino che riprese Gerusalemme ai crociati nel 1100.

 «Stiamo assistendo – sostiene il poeta palestinese Samih al-Qassim – all'esplosione della coscienza nazionale araba dall'Oceano Indiano al Mediterraneo. Una risposta all'oppressione e alla repressione da parte di Israele della nazione araba». Tutto ciò non sarebbe stato possibile senza le nuove televisioni via satellite e, per quanto riguarda una consistente ma autorevole minoranza, l'uso di Internet e della rete. Fino a pochi anni fa sarebbe stato impossibile pensare ad un collegamento via Internet tra i giovani profughi del campo di Dheishe nella Cisgiordania e i loro cugini cacciati in Libano e residenti nel campo di Burj el Shemali.


A scuotere il contesto mediatico del mondo arabo caratterizzato dal servilismo, dalla censura e dal conformismo derivante dal fatto che la maggior parte dei media è controllata dai poteri politici, ci ha pensato la piccola – ma ormai mitica – tv via satellite `Al jazira' che trasmette 24 ore al giorno da Doha, capitale del Qatar.

 La grande professionalità dei suoi giornalisti, la libertà dei toni, la sua irriverenza nei confronti dei governi della regione, la denuncia continua dell'embargo all'Iraq, la copertura continua della Intifada palestinese e infine il fatto che tutto ciò possa trovarsi in una Tv araba, ne hanno sancito lo straordinario successo. Un successo che l'ha portata, con soli 300 dipendenti, a surclassare i grandi canali sauditi come la Mbc di Londra e la Orbit e Art con sede a Roma. In questo senso, pur non potendo essere paragonata per forma e per contenuti a `La Voce degli arabi' che trasmetteva dal Cairo all'epoca di Nasser, `al Jazira', secondo alcuni, ne può essere considerata l'erede diretta.


I governi arabi si trovano così stretti tra un'opinione pubblica che chiede con forza una politica di reale difesa dei palestinesi e un'Amministrazione americana sempe più appiattita a difesa della politica del governo di Tel Aviv. Un'Amministrazione che – mentre il mondo arabo è sempre più furioso per quanto sta avvenendo in Palestina – pensa solo a bombardare l'Iraq e a `dare nuova vitalità' alle sanzioni contro Baghdad che hanno già provocato oltre un milione e mezzo di morti. Mentre Sharon spiana i villaggi palestinesi violando il diritto internazionale e la Convenzione di Ginevra, l'Amministrazione Bush chiede ad Arafat di «porre fine alle violenze» e a Saddam Hussein di rispettare le risoluzioni dell'Onu.

I governi arabi, anche i più moderati, che pure hanno sostenuto l'elezione di Bush junior, non riescono a capire la cecità americana ed europea per quel che si sta preparando nella regione. La cecità di fronte al fatto che i palestinesi in particolare e gli arabi in generale hanno sempre meno complessi di inferiorità, conoscono sempre meglio l'Occidente, e soprattutto hanno sempre meno paura. Ed è questo il cambiamento forse più di fondo di questi mesi. Certo non hanno i mezzi per farsi valere ma questi prima o poi li potranno sempre trovare. Per questo Israele vuole arrivare ad una `soluzione finale' del problema palestinese e magari ad una nuova guerra defintiva ora e non tra dieci anni.
Intifada in arabo significa `scuotersi', come quando ci si scuote di dosso l'acqua o la polvere, liberarsi di qualcosa che dà fastidio, il brivido della febbre salutare alla vigilia della guarigione. Ed è questo che sta avvenendo in Palestina e in Medio Oriente a livello psicologico e politico.

I governi della regione se da una parte temono tutto ciò, dall'altra devono comunque tener conto dei desideri di popolazioni sempre più esasperate. Ne è un'interessante indicazione il vertice della Lega Araba del marzo scorso nel corso del quale, almeno a livello verbale (ma anche questo conta), i paesi arabi hanno complessivamente ridefinito la loro posizione nei confronti di Israele in termini di contrapposizione alle sue politiche e non più di ripresa di rapporti e di cooperazione.

Egitto e Giordania, i due paesi che hanno firmato un trattato di pace con Israele, pur non rompendo le relazioni diplomatiche, hanno deciso di non mandare i loro ambasciatori a Tel Aviv, mentre la Lega ha stabilito che non vi saranno più nuovi contatti o accordi commerciali con Israele fino a quando Tel Aviv non cesserà la repressione contro le popolazioni palestinesi. Non solo. Il vertice ha anche stabilito che i membri della Lega araba romperanno ogni rapporto con qualsiasi paese (ma il riferimento erano ovviamente gli Usa) dovesse decidere di trasferire la propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme riconoscendone l'occupazione e l'annessione israeliana. Ma il dato più interessante del vertice di Amman, come del resto di quello del Cairo di ottobre e di quello islamico di novembre in Qatar, sta nel fatto che ha visto il superamento delle divisioni provocate dalla guerra del Golfo con il rientro dell'Iraq nella famiglia araba, dopo dieci anni di assenza, e la ricollocazione della Palestina al centro dei rapporti tra i paesi arabi e le potenze esterne alla regione. Esattamente il contrario degli obiettivi perseguiti dagli Usa negli ultimi dieci anni: abbandono dell'autodeterminazione palestinese (con l'annessione ad Israele di un 50% dei territori occupati e il resto spezzettato in tante piccole riserve indiane autonome), il mantenimento della grande alleanza contro l'Iraq con un rapporto diretto tra arabi moderati pro-occidenatali e Israele, isolamento di Iraq e Iran, pressioni sulla Siria perché accetti una non-restituzione del Golan da parte di Israele e rompa con l'Iran, emarginazione dalla regione delle Nazioni Unite e dell'Europa.

Il quadro che sta emergendo in questi ultimi mesi è sì quello della nascita di un `Nuovo Medio Oriente' di cooperazione e integrazione economica, per usare l'espressione del ministro degli esteri di Tel Aviv, Shimon Peres, ma senza ed in contrasto con Israele. Molto interessante da questo punto di vista è, da una parte, l'abbandono dei proclami sull'unità araba e dall'altra, invece, la decisione di procedere verso la creazione di un'area di libero scambio tra i paesi della regione.

Un processo che, andando in direzione opposta a quella dell'embargo, ha già portato alla firma di un trattato di libero scambio tra Iraq ed Egitto, e tra Iraq e Siria. In particolare l'ultimo vertice arabo ha deciso di accelerare tali processi di integrazione economica in vista di una rapida abolizione di tutte le barriere e tariffe che ostacolano la circolazione di merci e servizi attraverso le frontiere mediorentali, la creazione di una Unione doganale araba, lo sviluppo di progetti comuni sulle comunicazioni, sulle telecomunicazioni e sulle tecnologie dell'informazione. E vi sono stati anche dei passi concreti. Tra il marzo e l'aprile di quest'anno Giordania, Siria ed Egitto hanno unito le loro reti elettriche mentre Giordania, Siria e Libano hanno raggiunto un accordo con l'Egitto per dar vita a un progetto comune rivolto a immettere nelle proprie reti il gas egiziano. Cominciano anche a rifunzionare le ferrovie dei tempi del mandato francese e britannico Damasco-Amman, Aleppo-Mossul- Baghdad, Damasco-Tehran, Istanbul-Aleppo-Baghdad.

 Per quanto riguarda il nuovo accordo di libero scambio tra i paesi delle Lega araba è particolarmente significativo che esso sia stato esteso anche ai servizi che da soli coprono il 20% del Pnl dei paese dell'area. Una decisione che dovrebbe portare a un cospicuo aumento dei commerci inter-arabi che sino ad oggi non sono mai andati oltre un 8-9% del totale, compresi i prodotti petroliferi. Si tratta di progetti che dovrebbero essere tradotti in fatti concreti entro il vertice arabo di Beirut che si dovrebbe tenere nella primavera del 2002, e che verranno realizzati e trasferiti a livello politico da Amr Moussa, il nuovo segretario della Lega araba. Non a caso, l'ultimo vertice arabo, snobbato da gran parte dei commentatori occidentali, è stato preso molto seriamente da Israele che, proprio durante i suoi lavori, ha lanciato i più massicci bombardamenti su obiettivi palestinesi dalla fine di settembre a oggi. Tel Aviv l'ha definito quel vertice «un ostacolo alla pace». Di sicuro alla pace delle fosse comuni sognata da Ariel Sharon a Sabra e Chatila.

 

Jenin, l'inferno è in Palestina
La città martire Edifici in macerie, centinaia i morti nel campo profughi che resiste da cinque giorni bombardato da terra e dal cielo: uccisi ieri 13 soldati israeliani
 
di STEFANO CHIARINI
 

Il Manifesto, 12 aprile 2002

 
Sarebbero centinaia le vittime dell'assedio israeliano, giunto ormai al quinto giorno, del campo profughi di jenin, un chilometro quadrato di poverissime casupole tirate su alla meglio dai profughi palestinesi cacciati nel `48 dalla regione di Haifa. Ottanta carri armati, elicotteri apache e centinaia e centinaia di soldati rovesciano da giorni,senza sosta, bombe e proiettili sugli abitanti decisi a non arrendersi. A costo di essere sepolti sotto le macerie delle casupole buttate giù da enormi bulldozer corazzati.
 
Il campo di Jenin, che ormai sulla stampa israeliana viene definito come una vera e propria «Masada palestinese», è da tempo noto come una roccaforte della resistenza e soprattutto della sua autonomia politica, anche nei confronti della stessa Anp. Come lo era nel 1976 il campo di Tal al Zaatar a Beirut ovest caduto dopo oltre 50 giorni di assedio da parte dei falangisti alleati da Israele e protetti dalla Siria. 
Di fronte alla resistenza dei profughi, da sempre avanguardia del movimento di liberazione palestinese, il capo di stato maggiore dell'esercito israeliano Shaul Mofaz e il ministro della difesa laburista Benyamin Ben Eliezer, presenti entrambi sul posto per dirigere le operazioni, hanno dato via libera ad un fuoco indiscriminato contro il campo. Secondo fonti palestinesi vi sarebbero centinaia di morti.
E a questo proposito anche da parte israeliana comincia a circolare negli ambienti governativi una certa inquietudine, non certo per le vittime palestinesi ma perché, come avrebbe dichiarato Shimon Peres al quotidiano liberal israeliano Haaretz, quando si conoscerà il numero dei morti
l'attacco al campo «di terroristi ben armati» potrebbe essere presentato all'opinione pubblica internazionale come una strage. La situazione dei sopravvissuti, come riportiamo in questa pagina di testimonianze da Jenin, sarebbe oltre la tragedia. 
Senza cibo, elettricità, acqua, senza alcuna possibilità di muoversi per non essere colpiti dai cecchini israeliani la popolazione si rifiuta di uscire dal campo. I combattenti all'interno del campo stanno mostrando, secondo la stampa israeliana, una determinazione inaspettata. Assai diversa da quella dei vari Jibril Rajoub, il capo del servizi di sicurezza, preoccupato più per i suoi affari che della sorte del suo popolo. 
 
Da venerdì scorso, nonostante la sproporzione delle forze, a Jenin sono stati uccisi 22 soldati della riserva mentre decine sono stati feriti. Solamente ieri mattina per le vie del campo sono stati uccisi tredici soldati israeliani e nove sono stati feriti. Un reparto era entrato in un vicolo del campo quando improvvisamente sono esplose numerose cariche di dinamite e in quel momento dai tetti vicini è partito un fitto fuoco di fucileria. La miccia sarebbe stata accesa da un Pietro Micca palestinese rimasto nei sotterranei di una delle case. Quando è intervenuto un altro
reparto israeliano altre cariche collocate lungo la strada sono epslose e il fuoco dei palestinesi è ripreso intensissimo provocando altri sette feriti.
 
A questo punto l'esercito israeliano ha chiesto una tregua per ricuperare i corpi dei caduti. Ma anche durante la tregua ha continuato ad impedire alle ambulanze e ai convogli umanitari di avvicinarsi al campo. Tra questi un convoglio dell'Unrwa, l'organismo per il welfare dei profughi. Bloccati anche alcune centinaia di palestinesi con passaporto israeliano che insieme
ad alcuni deputati arabi e a gruppi di pacifisti israeliani aveva portato medicinali e generi alimentari per la popolazione assediata da cinque giorni. Il convoglio è stato prima attaccato da gruppi di coloni che lanciavano sassi al grido di «amici dei terroristi» «via gli arabi» e poi fermato dall'esercito. 
 
A questo punto un uomo, forse un colono, in divisa da militare ha esploso alcuni colpi di fucile contro i manifestanti provocando due feriti: un ragazzo e una donna. Commentando la morte dei tredici soldati il generale Yitzhak Eytan, comandante del fronte centrale, ha sostenuto che la battaglia e l'assedio al campo di Jenin continueranno fino a quando i difensori non si saranno arresi o saranno stati uccisi. 
 
Di diverso avviso il movimento pacifista Gush Shalom, che in un suo comunicato ha sostenuto ieri in serata: «A Jenin è stata sepolta Masada» e ancora «il mito dell'eroismo e del sacrificio ebraico è stato sepolto dalla montagna di morti dei combattenti palestinesi per la libertà... Generazioni intere saliranno verso il campo per chinare la testa ed elargire onore e rispetto alla memoria di questi combattenti».

 

  

Israele e Nato, missioni congiunte

Raggiunto a Bruxelles un accordo di cooperazione bilaterale tra Israele e l'Alleanza. La marina di Tel Aviv parteciperà alle operazioni di pattugliamento navale «antiterrorismo» davanti alle coste libanesi e siriane

 

di Stefano Chiarini

Il Manifesto, 26 ottobre 2006

 

Israele, protagonista dei 34 giorni di crudeli bombardamenti con il fosforo e le «cluster bomb» contro il Libano, delle violazioni dello spazio aereo della «Repubblica dei Cedri», dell'occupazione delle fattorie di Sheba, dei territori palestinesi e del Golan siriano, della produzione di oltre 200 bombe atomiche, dei programmi di guerra batteriologica e chimica, parteciperà ora a pieno titolo alle operazioni di pattugliamento navale «antiterrorismo» della Nato nell'ambito della missione «Active Endeavour».

 

E la Nato, a sua volta, finirà così per «assolvere» le violazioni israeliane delle risoluzioni dell'Onu, del trattato di non proliferazione nucleare e delle Convenzioni di Ginevra, identificandosi agli occhi di milioni di arabi e musulmani con la brutale politica israeliana nella regione.
Questa vera e propria svolta nei rapporti tra l'Alleanza Atlantica e Israele, avviate verso una pericolosissima simbiosi, si è consumata in questi ultimi giorni tra Bruxelles e Tel Aviv. Nel silenzio generale. Lo scorso sedici ottobre, nella capitale belga dove ha ancora sede il comando della Nato (due anni fa l'Alleanza aveva minacciato di spostarsi a Varsavia se il governo belga non avesse bloccato il processo per crimini di guerra contro Ariel Sharon) è stato concluso un accordo di cooperazione con Israele che prevede la partecipazione dello stato ebraico alle operazioni antiterrorismo nel Mediterraneo ed è stato finalizzato un vero e proprio accordo di cooperazione bilaterale. L'intesa è stata quindi celebrata due giorni fa nel corso di una visita a Tel Aviv del vicesegretario generale della Nato, Alessandro Minuto Rizzo, in occasione di un convegno tenutosi nella cittadina di Herzlya, su «I rapporti Nato-Israele e il dialogo Mediterraneo» in un clima di grande euforia e soddisfazione.

 

 «Se guardiamo attentamente al Dialogo Mediterraneo ed in particolare alla cooperazione tra la Nato e Israele non possiamo non essere colpiti da quanti passi avanti siano stati fatti e da quanto velocemente il processo stia procedendo», ha detto l'ambasciatore Minuto Rizzo che ha poi così continuato «Abbiamo raggiunto recentemente un programma di cooperazione. Il primo di questo tipo nel Dialogo Mediterraneo che copre molte aree di interesse comune, così come la lotta al terrorismo ed esercitazioni militari comuni... Un accordo che a sua volta dovrebbe dare nuovo slancio alla nostra cooperazione». Il vicesegretario della Nato ha poi ricordato come «Il fatto che un ufficiale di collegamento israeliano sia stato assegnato al comando Nato a Napoli è inoltre un altra indicazione della vitalità della nostra cooperazione, così come ... la partecipazione di Israele a due importanti esercitazioni Nato in Romania e in Ucraina», «un nuovo capitolo nella cooperazione tra Israele e la Nato si è aperto».
Al convegno, al quale hanno partecipato «opinion leader» di alto livello, politici israeliani, esponenti del complesso militare industriale, ufficiali e funzionari della Nato, il ministro degli esteri israeliano, la signora Tzipi Livni, ha illustrato la «filosofia» della nuova partnership Israele-Nato. Una filosofia allineata sulle posizioni dell'amministrazione Bush in netto contrasto con le posizioni sul conflitto palestino-israeliano e arabo-israeliano portate avanti dai paesi europei, Italia in primo luogo.

 

«Israele e la Nato sono dei partner naturali» - ha sostenuto l'esponente di Tel Aviv - dal momento che «le tendenze e le aspirazioni nazionaliste» non sarebbero più al centro del conflitto. La «tensione in Medioriente» - ha quindi sostenuto la Livni - non sarebbe più «dovuta a dispute locali su territori o confini» ma piuttosto a «ideologie estreme» e agli «Stati fondati su queste ideologie». Per questo occorrerebbe creare, da qui l'intesa con la Nato, una difesa comune degli stati che «condividono i nostri valori e principi». Forse il ministro israeliano si riferiva al principio dell'acquisizione di territori con la forza delle armi?
O a quello di opprimere un altro popolo rifiutandosi di permettergli di costruirsi un proprio stato su appena il 22% del proprio territorio?
O forse ai principi di un governo razzista che ha fatto dell'apartheid in Cisgiordania e della proliferazioni delle armi di distruzione di massa i pilastri della propria politica?

 

Quella notte sotto le bombe

di Stefano Chiarini

su Il Manifesto del 04/02/2007

Una corrispondenza dalla capitale irachena sotto le bombe: era il 1991, la prima guerra del Golfo, e Stefano Chiarini aveva deciso di restare là nonostante il rischio. Era l'unico inviato della stampa occidentale oltre a Peter Arnett della Cnn

In questa corrispondenza drammatica, il racconto del bombardamento notturno di Baghdad che ha dato inizio alla prima guerra del Golfo. Stefano Chiarini riuscì a farci arrivare questa testimonianza registrata sul nastro. Era il 18 gennaio 1991.
Sono le 2.30 di notte. Una improvvisa fiammata nei pressi dell'aeroporto internazionale della capitale irachena, seguita dal crepitio della contraerea, sveglia improvvisamente una città già al colmo della tensione. Tutti sanno di che cosa si tratta. La guerra è iniziata.


Il cielo si illumina a giorno sulla linea dell'orizzonte, oltre le palme e le luci limpidissime delle strade che conducono verso l'aeroporto in una delle notti più chiare di queste settimane di tensione. Squadriglie di bombardieri americani arrivano da ogni direzione, invano inseguiti da una contraerea i cui proiettili scrivono strisce rosse e gialle nella notte come in una sorta di fuochi d'artificio, tragici e mortali.
L'esplosione delle bombe e dei missili scuote il terreno sotto la capitale dell'Iraq e si sente chiaramente anche nei solidi rifiuti dei grandi alberghi, come in quello Al Rashid dove è ospitata la stampa internazionale. Il rumore delle bombe e della contraerea è assordante per tutta la notte, dalle due e mezza fin quasi alle sei.
La gente si precipita, in preda al panico, nei rifugi lungo le scale dell'Hotel Al Rashid immerso improvvisamente nel buio più assoluto. Fermi gli ascensori, interrotta l'erogazione dell'acqua e dell'elettricità. Alcuni ospiti dell'albergo sono in pigiama, ma la maggior parte ha preferito non andare neppure a dormire rimanendo a scrutare ansiosamente il cielo della prima notte dopo l'ultimatum, quella che tutti consideravano come la più pericolosa.
Il fischio dell'aereo in picchiata è subito seguito da forti boati e da lingue di fuoco che si alzano dal ministero della difesa, dall'aeroporto, dalle centrali di comunicazione, dalla torre delle trasmissioni, tutti obiettivi colpiti pesantemente dai proiettili americani.


Il bombardamento ha un effetto devastante, decine e decine di incursioni a intervalli di dieci-quindici minuti dalle 2,30 fino all'alba. E poi ancora alle 5, a mezzogiorno e nel primo pomeriggio al calar della sera, verso le 17.
Colpito in pieno il ministero della difesa, dove sarebbe rimasto gravemente ferito anche il primo ministro iracheno. Non si sa se seriamente o meno. Colpiti anche una raffineria nei pressi della città, il ministero dell'informazione, l'aeroporto e tutti i centri di comunicazione del paese con l'estero. Colpite anche le zone civili della capitale.
Si ignora il numero delle vittime, ma dovrebbe essere piuttosto elevato.
Oltre 400 gli attacchi aerei condotti dagli F15 americani e dagli aerei inglesi contro oltre 70 obiettivi iracheni. I missili Cruise sono partiti dalle navi ancorate al largo del Golfo e si sono diretti sui loro obiettivi. A Baghdad e nelle altre città dell'Iraq sono stati colpiti industrie, impianti militari e rampe missilistiche.
Nelle sale dell'Hotel Rashid, da diverse ore isolato dal resto del mondo, un funzionario del ministero dell'informazione tiene verso l'ora di pranzo una breve e improvvisa conferenza stampa, sostenendo che sarebbero 14 gli aerei «nemici» abbattuti (americani, inglesi e sembra anche francesi). Il funzionario lancia un appello attraverso la radio perché la popolazione non faccia del male ai piloti eventualmente lanciatisi col paracadute.


Con l'arrivo del giorno la capitale irachena trattiene di nuovo il fiato e inizia il conto alla rovescia verso una sera e un'altra notte che potrebbero essere ancora più tragiche della precedente. Tutti sono rimasti a casa o nei pressi dei rifugi, pochissimi i passanti. Poi in serata, verso le 17, le sirene urlano di nuovo e tutti corrono nei rifugi dove passeranno questa ultima e interminabile notte.

 

 

Iraq. “Niente armi. La CIA spieghi”

Parla David Kay, ex capo del team a caccia dell'arsenale di Saddam. Human rights watch: «Guerra ingiustificata»

di STEFANO CHIARINI

 


David Kay, l'ex capo della speciale commissione della Cia incaricata lo scorso giugno di trovare eventuali armi irachene di distruzione di massa, ha sostenuto ieri che i servizi segreti americani dovrebbero «dare spiegazioni» al presidente per aver sostenuto, alla vigilia della guerra, l'esistenza di una immediata minaccia irachena. Immediata minaccia che costituì la principale giustificazione della guerra all'Iraq. David Kay, in una vera e propria requisitoria nei confronti dell'intelligence americana (della quale in realtà è da tempo parte) ha sostenuto che la Cia e gli altri servizi americani non avrebbero colto il fatto che i programmi iracheni non convenzionali erano da tempo allo sbando e che nella seconda metà degli anni novanta in realtà non c'era altro che fantasiosi programmi preparati dagli scienziati iracheni con il solo scopo di spillare soldi al regime...

...Al di là di qualche isolato e scoordinato tentativo a livello di ricerca, in realtà l'Iraq non solo non avrebbe prodotto armi proribite ma al contrario, autonomamente e con l'aiuto degli ispettori dell'Onu, si sarebbe liberato delle armi chimiche, biologiche e balistiche prodotte prima del 1990. In altri termini alla vigilia della guerra non aveva affatto tutti quegli arsenali non convenzionali che avrebbero costituito un pericolo immediato per gli Stati uniti. In particolare, secondo l'esperto Usa, dal 1997 in poi il paese mediorientale era caduto in un «vortice di corruzione» dal momento che il presidente Saddam Hussein, sempre più isolato dalla realtà, avrebbe cominciato ad autorizzare singoli progetti di governo in tutti i settori senza più consigliarsi con i relativi ministeri o esperti. Da quel punto in poi gli scienziati avrebbero cominciato a rivolgersi direttamente a Saddam Hussein presentandogli «fantasiosi» programmi per la produzione di armi di distruzione di massa destinati a rimanere sulla carta, per ricevere in cambio ingentissime somme di denaro. Secondo David Kay, qualunque eventuale capacità produttiva non convenzionale fosse rimasta all'Iraq, nella seconda metà degli anni novanta, questa sarebbe divenuta esclusivamente parte di un sistema per spillare soldi al governo creato da scienziati e da tecnici esperti nell'arte di mentire e di sopravvivere nelle pieghe del regime. Un «regime che non aveva più il controllo...in una sorta di spirale verso il nulla... - ha dichiarato David Kay- gli scienziati militari non producevano altro che falsi programmi». Saddam Hussein, avrebbe confidato a Kay lo stesso Tareq Aziz in realtà negli ultimi due anni al potere si sarebbe occupato soprattutto di scrivere romanzi e novelle che poi inviava al suo vice-primo ministro alle prese con la gestione quotidiana del paese.

Com'è mai possibile che tutto ciò fosse sfuggito ai servizi di intelligence americani? Su quali basi si poggiava la descrizione di un Iraq minaccia per la sicurezza degli Usa e della Gran Bretagna? Secondo Kay -il quale ovviamente scarta la possibilità che i servizi abbiano semplicemente detto all'amministrazione Bush e agli influenti neoconservatori Likudniks tutti protesi alla guerra, quello che sapevano avrebbe fatto loro piacere aspettandosi nuovi aumenti di bilancio- gli «errori» sarebbero stati così madornali da richiedere ora una severa analisi a posteriori dei meccanismi cha hanno portato a quelle conclusioni così prive di fondamento.

 

Una richiesta che, in parte, la Casa Bianca si appresterebbe a soddisfare - ha sostenuto il portavoce di Bush, Scott McClellan, ma senza rinunciare a continuare nella ricerca dei programmi per la armi proibite. Non più armi ma solamente programmi. Sulla vicenda è intervenuto il ministro degli esteri britannico Jack Straw il quale, dopo essersi detto «contrariato» per il fatto che non sono state armi di distruzione di massa in Iraq, ha sostenuto alla Bbc che la guerra era comunque giustificata dalla necessità di rimuovere dal potere «un terribile tiranno».

 

Più sfumato il ministro degli esteri italiano Franco Frattini per il quale nessuno avrebbe ingannato nessuno, si sarebbe trattato semplicemente di errori di valutazione di intelligence. Sarebbe a questo punto interessante chiedere al presidente del Consiglio Berlusconi a cosa si riferisse quando parlò di aver visto con i suoi occhi le prove della pericolosità dell'Iraq e del non rispetto da parte di Baghdad delle risoluzioni dell'Onu.

Più tempo passa in realtà e più emerge che le uniche dichiarazioni veritiere in questa bolgia di menzogne furono proprio quelle rilasciate da Tareq Aziz e dai rappresentanti iracheni alle Nazioni unite. Sulla seconda linea difensiva approntata dai governi occidentali di fronte alla caporetto sul fronte delle armi di distruzione di massa, quella della necessità di «abbattere il tiranno», della guerra umanitaria, è intervenuto ieri con un lungo rapporto presentato ieri a Londra dal prestigioso organismo americano «Human Rights Watch».

 

 Il direttore dell'associazione umanitaria, Kenneth Roth, prsentando il rapporto, ha sostenuto che «L'amministrazione bush non può giustificare la guerra in Iraq come un intervento umanitario e non può farlo neppure Tony Blair». «Un intervento umanitario non può essere invocato a posteriori per reagire a delle passate atrocità che sono state ignorate» -ha sostenuto il direttore esecutivo di Human Rights Watch - e al momento dello scoppio della guerra non c'era alcun massacro in corso o in preparazione. «Per il momento la situazione in Iraq è migliorata - ha continuato Kenneth Roth- ma questo non giustifica un intervento umanitario» e inoltre vi sono forti preoccupazioni che la situazione potrebbe precipitare sfociando nel caos e nalla guerra civile e in tal caso gli iracheni si troverebbero in una situazione persino peggiore di quella del passato. Inoltre secondo Roth, l'Iraq «continua ad essere assillato dall'eredità delle violazioni dei diritti umani del passato governo e da quelle nuove emerse durante l'occupazione». E tra queste c'è sicuramente l'uccisione nel giugno scorso, durante un interrogatorio nel centro di detenzione di Nassiriya (chissà se i comandi italiani sono a conoscenza di tali eventi), di un prigioniero iracheno al quale quattro soldati Usa, ora sotto processo, hanno spezzato il collo. Intanto continuano nella zona di Mossul le ricerche dei corpi dei due piloti Usa precipitati domenica con il loro elicottero durante un attacco della resistenza ad un barcone di pattuglia sul Tigri nel cui naufragio era morto un altro soldato americano.

 

Vignette e Bush. 800.000 “No

di Stefano Chiarini

Il Manifesto, 10 febbraio 2006

Il ricordo collettivo con il quale gli sciiti rivivono a distanza di milletrecento anni il martirio dell'imam Hussein, nipote del profeta, si è trasformato a Beirut in un'oceanica manifestazione politico-religiosa, e in una vera prova di forza del movimento Hezbollah alla quale avrebbero partecipato almeno 800.000 persone - su poco meno di quattro milioni di residenti in Libano - sfilate per ore nella periferia meridionale della capitale. Il corteo si è caratterizzato per una dura, ma estremamente pacifica contestazione della pubblicazione sui giornali danesi delle vignette che equiparano Mohammed e l'Islam al terrorismo, ma in realtà si è trattato di una ferma condanna dei tentativi americani, israeliani ed europei - con il sostegno della maggioranza di governo (la Hariri Inc., le destre cristiano maronite e l'esponente druso Walid Jumblatt) di destabilizzare il Libano e la Siria, disarmare la resistenza libanese e palestinese, e arrivare ad un trattato di pace separato con Israele indipendentemente dal ritiro israeliano dalla West Bank palestinese e dalle alture del Golan.
La grande manifestazione di ieri mattina ha coinciso con il decimo e ultimo giorno delle celebrazioni dell'«Ashura», la festa religiosa più importante per i musulmani sciiti, nella quale essi rivivono in prima persona la tragica morte in battaglia dell'imam Hussein, nipote e genero di Maometto - al quale per questa corrente dell'Islam sarebbe dovuta andare la successione del profeta - ucciso a Kerbala nel 680 con i suoi pochi compagni dalle soverchianti truppe del califfo omayade di Damasco. Al centro della processione non solo il suo martirio ma anche il senso di colpa di questa comunità per non aver mosso un dito per salvare quel giovane coraggioso e i suoi compagni. Un senso del martirio - con la raffigurazione e il culto dei martiri, assai «meridionale», estremo, pieno di emotività - più vicino al cristianesimo popolare che alla sensibilità ascetica, iconoclasta, della corrente maggioritaria dell'Islam, i sunniti.
Tra le bandiere gialle del movimento Hezbollah - che due giorni fa è riuscito a rompere l'assedio di Usa, Francia ma anche dell'Italia, alleandosi con l'esponente cristiano maronita più popolare del paese il generale Michel Aoun su una base «patriottica e nazionale» e di amicizia con la Siria - numerosi gli striscioni dedicati alla vicenda delle vignette satiriche anti-musulmane quali «Difesa della religione e del profeta a qualunque costo» e «non accettiamo simili offese». I dimostranti hanno poi scandito a lungo slogan come «Morte all'America, morte ad Israele». Il leader del partito Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah, parlando al termine della manifestazione, ha invitato i paesi islamici a restare uniti contro le offese al profeta Maometto e ha chiesto alla Danimarca di scusarsi con i fedeli musulmani. «Oggi qui stiano difendendo la dignità del profeta con le parole, con una manifestazione ma George Bush e il mondo arrogante sappiano che se saremo costretti ... siamo pronti a difenderlo con il nostro sangue». Il leader Hezbollah ha poi rivolto un duro attacco all'Italia per il ruolo che avrebbe avuto nel «coprire» la «scomparsa» del «padre fondatore» della rinascita sciita in Libano, e non solo, l'imam Mousa al Sadr: «La Libia e l'Italia si devono assumere le loro responsabilità per la scomparsa - ha detto Sayyed Nasrallah - di fronte ai libanesi e a tutti i musulmani». Quell'estate del 1978 l'esponente sciita, recatosi a Tripoli per incontrare il colonnello Gheddafi, scomparve misteriosamente nel nulla il 31 agosto. «Troppi anni sono passati - ha continuato Nasrallah - e nessuno ha ancora chiarito questa vicenda. Chiediamo la verità» aggiungendo poi che «l'Italia e la Libia da anni tentano di manipolare le indagini». Il governo libico sostiene che Mousa al Sadr sarebbe partito da Tripoli per Roma e quindi la scomparsa sarebbe avvenuta nel nostro paese. In Italia sono state aperte e archiviate ben tre diverse inchieste. La prima venne chiusa nel gennaio 1979 perché«nessun reato è stato commesso sul territorio italiano». La seconda, del settembre del 1981, invece sostiene che «i reati specificati sono da attribuire a autori ignoti». La terza, è stata chiusa lo scorso novembre, perché «non sono emersi elementi investigativi atti a riferire la sparizione o la soppressione dell'imam a soggetti individuabili o individuati».

 

Libano - La "guerra santa" con gli occhi di chi la combatte


 

Dove crescono i palestinesi "martiri" in Iraq

 

La resistenza irachena vista da dentro. Nel campo profughi di Ain el Hilweh, tragico ghetto palestinese in Libano, varie milizie islamiche addestrano giovani che andranno a combattere la Jihad contro i "crociati" in Iraq o in altri paesi. "Dove serve, quando serve". Anche con i suicidi


 

di Stefano Chiarini - inviato a Sidone
Il Manifesto, 16 giugno 2006

 

 

"Molti giovani sono partiti da qui alla volta dell'Iraq, per difendere l'Islam e un paese musulmano dagli Stati uniti prima che vengano attaccati e occupati altri paesi islamici. Una causa per la quale è giusto dare anche la vita. E almeno una trentina di loro si sono sacrificati".

 

Abu Yaha, circa 35 anni, barba rossiccia un po' lunga, jeans bermuda al ginocchio e canottiera nera, fisico asciutto da atleta, membro del gruppo "Esbat al Ansar" (Lega dei Combattenti), ci accoglie sorridendo nella sua piccolissima casa ai bordi del campo di Ain el Hilweh, nel quartiere di Taamir, una sorta di "terra di nessuno" tra l'ultimo posto di blocco dell'esercito libanese - una garitta bianca e rossa preceduta da una serie di copertoni sulla linea di mezzeria e sorvegliata da un blindato - e il primo delle forze di sicurezza dell'Olp, un pugno di militari col basco rosso dentro una casettina di mattoni sovrastata dai ritratti di Arafat e di Abu Jihad, ai comandi del leader militare del campo (e non solo di questo) Munir Maqdah.

 

Taamir: un quartiere dove dopo il 2000 si sono installati, prima nelle moschee e poi nelle povere case, i militanti dei gruppi islamisti salafiti jihadisti, a cominciare da Esbat al Ansar, e dove periodicamente scoppiano incidenti con le milizie di al Fatah o con quelle del movimento nasseriano di Sidone. Le misure di sicurezza sono discrete.


Abu Yaha, dopo averci fatto entrare nel suo bilocale, ancora più povero e malmesso delle case che lo circondano, si assenta per alcuni minuti e con lui scompare anche la moglie, velatissima dalla testa ai piedi, che sentiamo in cucina con dei bambini. Un altro simpaticissimo scugnizzo dai capelli riccissimi, avrà quattro anni, gioca invece nel piccolo salotto. Su un divano, malnascosta sotto un giornale, fa mostra di sé una mitraglietta.


Abu Yaha è stato condannato a circa 80 anni per terrorismo ed è ultraricercato dalle autorità libanesi. Vive in questo quartiere ai bordi di Ain el Hilweh, approfittando del fatto che, come tutti i campi palestinesi in Libano, dal 1969 gode di una sua extraterritorialità. All'interno vige una sorta di accordo non scritto tra gli islamisti jihadisti, le milizie dell'Olp, e gli islamisti nazionalisti Hamas: i salafiti possono restare se non creano troppi problemi alle forze di sicurezza del campo e agli abitanti. Del resto non sarebbe facile cacciarli senza provocare un massacro generale. Chi supera certe linee rosse però viene ucciso (come è accaduto a diversi esponenti dei gruppi più estremi facenti riferimento alla galassia che si ispira ad al Qaeda) o, se arriva ad uccidere dei poliziotti, consegnato alle autorità libanesi.

Accordi non rivelabili

Abu Yaha sembra contento di raccontare la sua missione in Iraq, ma non intende dire nulla invece sul ruolo suo e dei suoi compagni all'interno del Libano. Forse anche su questo ci sono accordi che non si possono violare.

 

"La vita in Iraq - dice dopo aver cercato inutilmente di far andare il bambino in cucina - era dura ma siamo stati accolti molto bene nella provincia di Anbar, dove siamo arrivati dopo un lungo viaggio. In Iraq non ci sono foreste o montagne e i combattenti stranieri - comunque una minoranza - non potrebbero sopravvivere se non fossero accolti e nascosti nelle case degli iracheni. Dormivamo dove era possibile, anche all'aperto. Ci spostavamo spesso tra Anbar, Falluja, Ramadi, Tal Afar, fino a Mosul e Baghdad".


Il discorso non può che partire dalla resistenza vista dall'interno e dall'alleanza che si sarebbe stabilita tra settori dell'ex Baath e i nuovi gruppi islamisti. "Non si può fare un discorso generale - continua Omar - perché le carte in Iraq si sono mischiate molto. Non c'è dubbio che a mio parere i migliori combattenti siano i kurdi di Ansar al Islam e Ansar al Sunna, poi vi sono molti altri gruppi di varia ispirazione, ma quasi tutti islamici. Per quanto riguarda il Ba'ath, alcuni si sono convertiti e sono bravi combattenti; altri invece, come gli stessi Fratelli Musulmani, sono invece aperti al negoziato e gli americani stanno facendo di tutto per arrivare ad una intesa che gli permetta di diminuire il numero dei soldati".


Eppure, nonostante la sicurezza del nostro interlocutore, non tutto deve essere andato liscio anche tra le fila dei combattenti più radicali e tra questi e la popolazione locale: "Purtroppo gli iracheni sono divisi e se i sunniti hanno ormai cacciato via gli americani dalle loro città o quartieri, non così gli sciiti... E poi la maggioranza sta alla finestra. Non vuole gli americani ma non fa nulla per cacciarli via. Aspetta che se ne vadano da soli".

Il giudizio religioso e politico di Omar contro gli sciiti è senza appello: "Difficile se non impossibile unirsi con loro contro gli Usa - ci dice dopo averci offerto un tè terribile fatto con l'acqua sempre più salata e inquinata disponibile nel campo - così come i protestanti dell'Ulster non si alleeranno mai con i cattolici contro Londra. E' tempo perso, hanno avuto dei privilegi e non vogliono rinunciarci. Sono quasi tutti poliziotti e conducono una guerra aperta contro i sunniti comunque la pensino".

 

L'esistenza di un dibattito, probabilmente vivace, su altri due punti controversi, gli attentati suicidi e le decapitazioni pubbliche, emerge con chiarezza dalle risposte di Abu Yaha, insolitamente difensive: "Guarda, gli americani sono molto forti - ci dice dopo essersi assentato per altri venti minuti - e spesso l'unico modo per colpirli è quello degli attentati suicidi, dei martiri. Le autobomba inoltre servono anche ad impedire qualsiasi forma di 'falsa normalizzazione' ".


"Come vedi i soldati americani..." gli chiediamo bruscamente: "In gran parte sono dei vigliacchi - risponde duro - nascosti nei loro aerei e nei carri armati. Hanno perso il controllo prima dei loro nervi e poi della situazione. Sono quasi tutti drogati, urlano e sparano a qualunque cosa si muova. Tra loro vi sono anche molti suicidi: una volta dopo un falso allarme bomba ho visto uno di loro spararsi alla testa così, in mezzo alla strada. Inoltre usano il terrore per spezzare ogni forma di jihad: il fosforo bianco a Falluja, i massacri quotidiani, le violenze nelle carceri assai peggiori, specialmente a Mosul, di quelle di Abu Ghraib. I giornalisti sono ormai a Baghdad e solo nella Zona Verde...".

Giornalisti spie dei crociati

 

"Anche perché ne hanno rapiti e fatti fuori diversi...", lo interrompiamo, quando il tasso di propaganda si è fatto eccessivo. "Mai quanti gli americani e i loro amici - risponde sorridendo Yaha - e poi in alcuni casi sembra che fossero veramente delle spie dei crociati e degli ebrei. I giornalisti rapiti che non avevano fatto nulla di male sono tornati generalmente a casa".


Dopo una breve interruzione torniamo sul delicato tema delle esecuzioni pubbliche e sul fatto che da tempo non si vedono più le macabre scene dei video con le decapitazioni degli ostaggi. "Forse hanno visto che sono controproducenti e che danno una cattiva immagine dell'Islam..." suggeriamo, alla ricerca di un qualche dubbio. "No, quello era un messaggio per far capire che facevano sul serio e che i crociati e gli apostati dovevano lasciare il paese - risponde Abu Yaha - ed ha avuto il suo effetto. Quindi non le hanno più fatte. Ormai sono inutili".

 

Lapidario e sorprendente il giudizio sull'uccisione di Zarqawi. "Il suo martirio non cambia molto, forse anzi potrà avere un risultato positivo dal momento che lo accusavano praticamente di tutto, anche di quel che non aveva fatto. Almeno così la jihad sarà più collettiva".


Prima di andarcene non riusciamo a non chiedere al militante di Esbat al Ansar perché non è rimasto a combattere in Iraq come tanti altri. La risposta sembra quella di un tecnico, di uno specialista, chiamato qua e là a dare i suoi consigli: "Io sono andato per fare un certo lavoro e dopo sei mesi, avendolo finito, sono tornato a casa. La jihad in Iraq può andare avanti e va avanti anche senza di me, senza di noi... da due mesi non mandiamo più nessuno laggiù".


Prima di uscire, dalle parole di Abu Yaha emerge il velo di un dubbio, forse il segno di un cambio di strategia di questi gruppi o comunque un cenno di delusione. "La guerra in Iraq durerà anni e anni, tra alti e bassi, e non possiamo pensare di cacciare gli americani con una spallata finale. Altri paesi islamici sono minacciati dai crociati, anche il nostro, e avranno presto bisogno di noi". "E poi - dice scuotendo la testa - molti in Iraq sembrano decisi a combattere gli americani seguendo altre strategie... A prendere tempo, negoziare, ottenere questo e quello, combattere giusto per tenere aperto il problema in attesa che gli americani si stanchino, tutte cose che non hanno nulla a che vedere con la nostra jihad".

 

Iraq, «disastro compiuto»

di Stefano Chiarini

su Il Manifesto del 27/10/2006

Cento i caduti Usa ad ottobre. Rivolta tra i generali che contestano Rumsfeld. La guerriglia dilaga. Governativi allo sbando. Washington con le milizie filo-iraniane, favorevoli alla divisione dell'Iraq, contro quelle di al Sadr

L'offensiva lanciata dalla guerriglia irachena contro le forze statunitensi si è estesa ulteriormente ieri nella provincia ribelle di Anbar (Ramadi e Falluja) ad ovest della capitale, e nella vicina regione di Diyala a nord-est di Baghdad, mentre alla periferia della capitale, nel ghetto sciita di Sadr City, e nel sud del paese, continuano gli scontri tra le milizie «filo-iraniane» (la «Badr Brigade»), che controllano le nuove forze di polizia irachene - sostenute dai militari Usa - e quelle «nazionaliste- arabe» del leader sciita radicale Moqtada al Sadr contrarie ad una frantumazione dell'Iraq. Uno scontro che ha portato ieri, per la prima volta, alla clamorosa chiusura - fino a nuovo ordine - della moschea dalla cupola d'oro di Najaf, il santuario dell'imam Ali, il luogo più caro agli sciiti di tutto il mondo.
Il bilancio degli scontri delle ultime ore è pesantissimo per gli occupanti: sarebbero otto i soldati americani uccisi, ai quali vanno aggiunti anche un sottufficiale medico britannico saltato su una mina vicino Basra, e quaranta agenti iracheni uccisi nei pressi di Baqouba. Ancora più grave il bilancio per la popolazione civile. Una cinquantina i corpi ritrovati all'alba a Baghdad, massacrati dagli squadroni della morte sciiti filo-governativi che hanno anche bombardato con i mortai il quartiere di al Baladiya, sempre nella capitale, dove vivono 4.000 palestinesi sopravvissuti ai massacri di questi ultimi tre anni, uccidendo cinque persone e ferendone una trentina.
L'offensiva della resistenza irachena, alla base della quale vi è il sempre maggiore sostegno della comunità sunnita - minacciata nella sua stessa esistenza dai partiti filo-iraniani di governo - il coinvolgimento di settori sciiti contrari alla distruzione del paese, quello delle più importanti tribù irachene ed infine l'eliminazione di al Zarqawi e le sempre maggiori difficoltà dei settori a lui fedeli, che considerano la popolazione sciita come il loro obiettivo principale. Questi cambiamenti hanno portato ad un improvviso aumento delle perdite americane in Iraq, soprattutto nella capitale dove nel corso del Ramadan gli attacchi - nonostante siano stati fatti affluire nella capitale altri 12.000 soldati- sono aumentati di almeno un 22%.

I soldati Usa caduti durante il mese di ottobre, il più nero dell'anno per l'esercito nordamericano, sono così saliti a cento e il totale dall'inizio della guerra a 2.810 morti e 44.777 feriti. Senza contare alcuni pesantissimi colpi ricevuti in questi giorni come la semidistruzione della base «Falcon», con i suoi depositi di armi, a sud di Baghdad, nei pressi del quartiere di Dora.

Una attacco seguito a potentissime esplosioni, forse anche di munizionamento non convenzionale, nel quale sarebbero stati uccisi diversi soldati americani. Era dal gennaio del 2005, due anni fa, che i militari americani in Iraq non subivano tante perdite. La gravità delle perdite e il caos iracheno, insieme all'avvicinarsi delle elezioni di medio termine, hanno provocato un profondo malumore non solo nell'opinione pubblica Usa ma anche tra le stesse fila dell'esercito e dei suoi generali, soprattutto in pensione. Tra questi John Batiste, che guidò la Prima Divisione di Fanteria nel 2004 e 2005, e che ha dichiarato alla rivista «Salon» che il 7 novembre voterà democratico perché «è ora di cambiare» e l'ex generale Paul Eaton, già responsabile dell'addestramento delle truppe irachene, che ha chiesto di cambiare rotta cominciando dal licenziamento del segretario alla difesa Donald Rumsfeld. Il generale Eaton è stato molto chiaro: «Le cosa potranno cambiare solo se i democratici assumeranno il controllo di camera e senato».
L'Amministrazione Bush sta ora cercando di correggere la rotta ma, non volendo rimettere in discussione l'intero impianto dell'operazione Iraq, continua ad essere essa stessa, in parte, vittima di quel «caos creativo», auspicato e realizzato dai «neocon», con la distruzione dello stato, dell'esercito e delle istituzioni irachene. Il dramma degli Usa è che per ridurre le perdite e diminuire il numero dei soldati in Iraq avrebbero bisogno non solo del sostegno dei partiti sciiti e curdi da loro messi al governo ma anche della comunità sunnita e di quella «maggioranza silenziosa» - di ogni fede ed etnia- contraria al loro progetto di divisione dell'Iraq in tre entità etnico-confessionali (una curda, una sunnita e una sciita ). Divisione prevista dalla nuova costituzione irachena (redata a New York) e da una legge di attuazione che la scorsa settimana ne ha fissato la realizzazione entro diciotto mesi.

 

Haifa street, la «Falluja di Baghdad».

Gli Usa cercano di rioccupare la città

di Stefano Chiarini

su Il Manifesto del 11/01/2007

Quinto giorno di combattimenti nel centro della capitale. E’ l’inizio di una nuova «Battaglia per Baghdad». Gli Ulema denunciano le bombe sui civili e la «pulizia etnica» contro i sunniti da parte delle milizie governative sostenute da Washington

Una brigata dell’esercito americano e due delle milizie filogovernative, in tutto circa 1300 uomini, dopo la durissima battaglia di martedì, durata oltre dodici ore, con la resistenza e gli abitanti di Haifa street, ieri hanno completamente circondato il quartiere, già soprannominato la «Falluja di Baghdad», che sorge sulla riva destra del Tigri, a poche centinaia di metri dalla «zona verde». I militari Usa e i miliziani iracheni hanno bloccato ogni via di accesso o di fuga e con i loro mezzi corazzati si sono piazzati sui cinque ponti strategici (al Jumuriya, Sinak, al Ahrar, Shuhada, ma anche sul più lontano Sabatash Tamuz, davanti al palazzo abbasside) sul Tigri perpendicolari ad Haifa street. Il controllo di questi ponti è essenziale per le truppe di occupazione perché assicura loro la possibilità di muoversi su e giù tra il nord e il sud e tra l’est (a maggioranza sciita) e l’ovest (più sunnita) della capitale dove si trovano anche l’aeroporto e la «zona verde».
I membri della resistenza sembrano, da parte loro, essersi volatilizzati nella parte meridionale del quartiere, verso la «zona verde», ma occuperebbero ancora gran parte delle loro posizioni nella sezione più settentrionale e nelle viuzze della città vecchia. Colpi di arma da fuoco si sono uditi, anche se a tratti, per tutta la giornata di ieri. Le truppe Usa hanno piazzato cecchini sugli edifici più alti pronti ad aprire il fuoco contro chiunque venga visto camminare per la strada mentre le truppe irachene procedono ai rastrellamenti casa per casa. Carri armati e pesanti blindati percorrono lentamente Haifa street coalla ricerca di un nemico sfuggente. La popolazione o è fuggita o vive negli scantinati da almeno cinque giorni in condizioni difficilissime. L’attacco, dal momento che le truppe e la polizia irachena, sono composte quasi esclusivamente da miliziani filo-iraniani o peshmerga kurdi, ha subito assunto i toni - soprattutto nei quartieri sunniti (che a Baghdad sono la maggioranza) - di un nuovo tentativo settario di «ripulire etnicamente» la capitale dalla popolazione sunnita portato avanti dagli occupanti con l’appoggio del governo al Maliki. Ed è quello che ieri mattina denunciava il più diffuso quotidiano iracheno, «Az Zaman» secondo il quale «gli abitanti del centro di Baghdad hanno respinto un attacco delle milizie governative appoggiate dai bombardamenti americani». Dello stesso tono il comunicato dell’Associazione degli Ulema musulmani (sunnita), che ha lanciato un duro atto di accusa contro il governo e le sue milizie accusandole di aver giustiziato sul posto una decina di giovani del quartiere e contro i bombardamenti Usa sui rioni di Mushahad e Cheik Ali - sempre nella zona - che avrebbero provocato molte vittime civili. Considerando che la resistenza ha ammesso una decina di morti la maggioranza delle vittime sarebbe quindi composta da semplici abitanti del quartiere e non certo da guerriglieri. Nelle moschee sunnite della capitale, già da venerdì scorso, si lanciano appelli alla popolazione perché si prepari alla nuova «battaglia per Baghdad» e ad un «imminente, generale, assalto da parte delle milizie» alla parte occidentale della città e ai quartieri sunniti, come Adamiya, che si trovano al di là del fiume dove c’è una certa prevalenza sciita.
Volantini che invitano i combattenti a trasferirsi a Baghdad per «fermare gli Usa e i safavidi (i persiani)» sono apparsi nelle ultime ore in quasi tutti i villaggi attorno a Baghdad . L’imminente scontro sembra sul punto di passare i confini dell’Iraq con la massima autorità sciita, l’ayatollah (iraniano) al Sistani, che avrebbe benedetto l’imminente offensiva americana - e il governo saudita che, appresa la notizia della «scomparsa» dopo essere stati arrestati dalla polizia irachena di quattro importanti sheik (Khalid al Dosseri, Saeed Azzawi, Ahmed al Eisawi e Ayad al Juburi) e di una trentina di pellegrini al ritorno dal viaggio alla Mecca, avrebbe fermato, a Medina, il direttore delle relazioni esterne del movimento di Moqtada al Sadr, sheik Hassan al-Zargani per la cui liberazione sarebbero intervenute le autorità americane.
E proprio il comportamento del leader sciita radicale Moqtada al Sadr, assai influente nel governo al Maliki, nei confronti dell’offensiva Usa costituisce uno degli interrogativi più rilevanti di questa seconda battaglia per l’occupazione della capitale. E ancora. Come faranno gli Usa a portare avanti il loro tentativo di isolare la resistenza sunnita, mostrando di voler colpire gli squadroni della morte delle milizie filo-iraniane del governo al Maliki, se queste sono state arruolate da loro stessi nelle forze di sicurezza irachene?

 

Rivolta sciita in nome del Mahdi, 300 morti

 

A Najaf un misterioso "Esercito del paradiso" ha combattuto domenica contro Usa e soldati iracheni. Per eliminare la leadership sciita e far tornare il dodicesimo Imam

di Stefano Chiarini

Il Manifesto, 30 gennaio 2007


 

Nei giorni in cui centinaia di migliaia di pellegrini sciiti sono in cammino verso Kerbala per ricordare il sacrificio di Hussein, figlio di Ali il fondatore dello sciismo, lanciatosi con i suoi 72 compagni contro i 4.000 arcieri e cavalieri del Califfo Omayade, Yezid, in quelli stessi luoghi, a Najaf, quasi a rivivere quell'immane tragedia del 680 D.c., circa 700 seguaci - uomini, donne e bambini - di una misteriosa e sconosciuta setta millenarista, «Esercito del paradiso», decisi a fare piazza pulita di tutta la leadership religiosa sciita, hanno combattuto disperatamente per tutta la giornata di domenica contro le forze americane e irachene appoggiate da carri armati e elicotteri d'assalto.

Al termine degli scontri, che hanno avuto luogo nei palmeti vicino all'Eufrate, sulla piana di Zarqa, a pochi chilometri da Najaf, mentre la zona era frustata da una violenta tempesta di sabbia, sarebbero rimasti sul terreno almeno 300 cadaveri, membri della setta.  «Molti ingenui che li avevano seguiti negli ultimi giorni», come hanno sostenuto le autorità locali, e le loro famiglie, fatti a pezzi dalle cannonate e dai mitragliamenti aerei. Altri cento sarebbero stati arrestati. Degli altri, fuggiti nella tempesta di sabbia, non ci sarebbe traccia. Tra le forze irachene vi sarebbero stati una ventina di morti, mentre gli americani hanno registrato la morte dei due piloti di un elicottero abbattuto dagli insorti. Due caduti che si vanno ad aggiungere agli altri sei soldati uccisi nel corso delle ultime ore in Iraq, in particolare nella ribelle provincia di Anbar e nella stessa capitale. La battaglia è iniziata alle prime luci dell'alba nei pressi di un'oasi dove i membri della setta, provenienti da Hilla, Kut, Amara, e altre province del centro-sud dell'Iraq a maggioranza sciita, si erano accampati con i loro seguaci in attesa - hanno sostenuto le autorità locali sciite - di attaccare Najaf al culmine delle celebrazioni dell'Ashura, la principale ricorrenza sciita che ricorda il sacrificio di Hussein, per uccidere l'ayatollah al Sistani e gli altri tre tre marja «fonti della massima ispirazione» per tutti gli sciiti, e occupare il mausoleo dell'Imam Ali. Quest'ultimo è il luogo più santo per gli sciiti dal momento che Ali, cugino e genero di Maometto e padre di Hussein, è per questa corrente minoritaria dell'Islam il legittimo erede di Maometto.

L'eliminazione dell'intera leadership religiosa sciita, non solo avrebbe decapitato il governo iracheno e annullato il patto stabilito dai marja con gli Usa, ma avrebbe anche lasciato l'intera comunità senza coloro i quali, dopo studi ultradecennali nelle scuole sotterranee scavate nelle rocce sotto la città di Najaf - da sempre centro di mille intrighi e uccisioni per acquisire la sapienza e il potere nella comunità sciita della quale questa cittadina è il centro - che hanno il monopolio della Ijtihad, della possibilità di «interpretare» il messaggio dell'Islam. Una scomparsa che avrebbe praticamente spostato il centro dello sciismo da Najaf alla sua perenne concorrente iraniana, la città di Qom. L'uccisione degli ayatollah di Najaf sarebbe stata vista dai membri dell'Esercito del cielo come una prima manifestazione concreta del ritorno del Mahdi. Del ritorno in Iraq, dilaniato dalla guerra e dagli scontri interni, della giustizia e della serenità. Il Mahdi è infatti il dodicesimo Imam scomparso misteriosamente a Samarra nel nono secolo e da allora atteso dagli sciiti come una sorta di Messia. Una figura che i seguaci della setta avevano individuato proprio nel loro capo, anche lui ucciso nella battaglia di domenica, che si sarebbe fatto chiamare Mhadi bin Ali bin Abi Taleb. In realtà si sarebbe trattato di un quarantenne religioso sciita della vicina città di Diwaniya di nome Ahmed Hassan al Yamani. Sconosciuto a tutti tranne che alle autorità di Najaf, dove avrebbe avuto un suo ufficio chiuso il mese scorso dalla polizia locale emanazione del partito sciita filo-iraniano e filo-Usa al potere in Iraq, il Consiglio supremo per la Rivoluzione Sciita in Iraq. Formazione che, per bocca del suo segretario, Abdel Haziz al Hakim, ha chiesto ancora ieri la divisione dell'Iraq con la formazione nel centro-sud di una repubblica islamica legata all'Iran e che, si dice, vedrebbe di buon grado lo spostamento nella città santa iraniana di Qom della stessa marjaiya. La setta millenaristica dei Soldati del paradiso, che avrebbe raccolto molti seguaci nelle ultime settimane, sarebbe stata ben armata e i suoi membri avrebbero combattuto valorosamente, a piccoli gruppi, per tutta la giornata nonostante la sproporzione delle forze in campo. Il movimento, pur se di ispirazione sciita, predicava - cosa di questi tempi piuttosto rara in Iraq- l'unità tra sunniti e sciiti in un unico Islam senza più gerarchie religiose né sociali. Il fatto che nessuno si sia accorto di loro e allo stesso tempo il loro successo testimoniano il vulcano che si è aperto in Iraq, ma anche l'impopolarità sia delle forze occupanti che delle attuali autorità religiose e politiche locali, che hanno gettato il paese nel caos, nella pulizia etnica, nella mancanza di lavoro, di elettricità, di carburante. Nella più totale disperazione.

Interessante a tale proposito anche il fatto che nelle migliaia di cortei che si stanno dirigendo verso Kerbala, nonostante il tentativo delle autorità di far scaricare l'odio delle masse diseredate sui fedeli sunniti, moltissimi sarebbero gli slogan contro il governo e gli Usa.
Quella di domenica non è del resto la prima rivolta in nome del Mahdi ad incendiare il Medioriente: basta ricordare la rivolta anti-britannica contro le forze coloniali inglesi in Sudan durante gli anni Ottanta della fine dell'800 o le centinaia di fedeli che occuparono la grande Moschea della Mecca nel 1979. Senza dimenticare la vera e propria guerra che vide nell'estate del 2004 le forze americane scontrarsi, sempre a Najaf, con quelle del leader sciita radicale Muqtada al Sadr.


Una folla enorme, forse due milioni di persone, si sta dirigendo verso Najaf e Kerbala per le celebrazioni dell'Ashura, questa mattina, nelle quali i fedeli si flagellano e di disperano disperati per il rimorso di aver lascito soli nelle mani dei loro carnefici sia Ali che Hussein e in previsioni di nuovi attentati attorno alla città sono stati dispiegati oltre 12.000 soldati iracheni appoggiati dalle truppe Usa. Gli occupanti e le autorità si aspettavano un attacco anti-sciita alla al Qaida, come quello di tre anni fa che fece oltre 100 morti, ma nessuno che vi sarebbe stata una rivolta sciita e sunnita contro tutte le leadership religiose. Eppure è sempre qui, su questo confine tra l'arido deserto e la fertile Mesopotamia, che il vecchio e il nuovo, mescolandosi in modi imprevedibili, hanno deciso le sorti dell'Iraq