DIARIO PALESTINESE
Germano Monti
Le righe che seguono non hanno alcuna pretesa di rappresentare altro che non siano le mie impressioni e i miei stati d'animo. Non ero mai stato in Palestina, anche se la lotta di liberazione del popolo palestinese ha accompagnato la mia formazione umana e politica da sempre: da Tal al Zaatar alla guerra del Libano, dalla prima Intifada a quella odierna, sono cresciuto nella consapevolezza che la Palestina siamo noi. Lo pensavo prima, ne sono convinto adesso: SIAMO TUTTI PALESTINESI.
28 marzo 2002
Il benvenuto ce lo danno all'aeroporto internazionale
Ben Gurion di Tel Aviv: otto ore in attesa di sapere se potremo entrare in
Israele o se saremo rispediti in Italia con un volo speciale. Otto ore seduti
per terra nell'atrio dell'aeroporto, a cercare di comunicare con qualcuno,
oppure a cercare un bagno, con le cortesissime hostess israeliane che si
raccomandano di non fumare. Otto ore anche per conoscerci, perché proveniamo da
città, storie ed esperienze diverse. Finalmente, la situazione si sblocca:
possiamo entrare, qualcuno con il passaporto sfregiato da un "no entry"
cancellato con un tratto di penna, testimonianza olografa del fatto che volevano
mandarci via ma non hanno potuto, chissà perché.
Fuori dell'aeroporto, la rassicurante presenza di Giovanni Russo Spena, che non
chiude occhio da molte più ore di noi ma trova anche la forza di sfottermi: "A Germa', vi
davamo cento a uno che non passavate... ringraziate la Pasqua ebraica, che non
gli ha fatto trovare un equipaggio disposto a riportarvi in Italia". E così si
chiarisce il mistero del nostro mancato rimpatrio.
Purtroppo, la notizia del nostro mancato rimpatrio non è la sola; appena usciti
dalle maglie della sicurezza aeroportuale, apprendiamo dell'ennesimo attentato
suicida, stavolta a Netanya, qualche decina di chilometri a nord di Tel Aviv,
poche ore prima del nostro arrivo... quindici, sedici morti, più o meno, in un
locale dove si voleva festeggiare qualcosa o qualcuno. Ancora una bomba umana. Non
abbiamo il tempo di capire cosa è successo, il nostro pullman per Gerusalemme è
pronto per partire.
In albergo, nemmeno il tempo di fare una doccia: i carri armati di Tsahal stanno
scaldando i motori, dobbiamo scendere in
piazza, naturalmente senza uno straccio di autorizzazione.
E scendiamo in piazza, in uno dei luoghi più belli del mondo, la Porta di
Damasco a Gerusalemme: siamo stanchi, impauriti, non sappiamo bene nemmeno dove
ci troviamo, ma siamo in strada, per dire NO alla guerra e all'occupazione
militare e coloniale della Palestina.
Siamo in strada, in una città sconosciuta, e a farci compagnia ci sono solo la
nostra incoscienza e la Banda degli Ottoni: una dozzina di milanesi
che saranno la colonna sonora della nostra missione di pace, e che cominciano a
farsi sentire alla Porta di Damasco, intonando le nostre musiche popolari e di
lotta e facendo impazzire noi e i Palestinesi, mentre i poliziotti israeliani -
armati fino ai denti - ci controllano ma non intervengono.
Al rientro in albergo, è chiaro a tutti che il programma della missione di pace
sarà stravolto dagli avvenimenti e che dovremo decidere il da farsi giorno per
giorno.
29 marzo 2002
In mattinata, partiamo subito con i pullman verso i check
point che bloccano la strada fra Gerusalemme e Ramallah; in situazione di
normalità, le due località non distano più di un quarto d'ora di automobile, ma
la presenza dei posti di blocco rende impossibile qualunque previsione... i
Palestinesi che ci accompagnano ci dicono che si può passare subito, si può
essere fermati per ore ed ore, si può essere rimandati indietro, secondo il
capriccio dei militari.
Naturalmente, non ci fanno passare e ci blocchiamo al check point di A - Ram,
dove improvvisiamo una manifestazione di fronte ai sacchi di sabbia e ai
mitragliatori dei soldati e dei poliziotti; è ancora la Banda degli Ottoni a
tenere banco e attorno a loro si radunano decine di Palestinesi festanti, perché
la nostra presenza rappresenta - sia pure per poco tempo - la rottura
dell'isolamento e della frustrazione imposte dal ferreo blocco israeliano.
Mentre siamo al posto di blocco, i Disobbedienti (che erano stati già respinti
il giorno prima allo stesso check point) improvvisano un corteo a Gerusalemme
verso l'Orient House, ma vengono immediatamente caricati dalla polizia
israeliana, che arresta un compagno del PRC di Roma, Mario Campagnano. Da questo
momento, i Disobbedienti non prenderanno più iniziative da soli, coordinandosi
con le altre delegazioni.
Tornati a Gerusalemme, raggiungiamo le Donne in Nero che manifestano in Paris
Square, a pochi metri dalla residenza ufficiale di Ariel Sharon. Le donne sono
poche, guardate a vista da poliziotti e poliziotte. Facciamo conoscenza
anche degli estremisti sionisti e dei coloni, non più di quattro o cinque, che
provocano le Donne in Nero e noi con cartelli tipo "Basta con l'occupazione
araba della Palestina" e insulti come "Nazisti, fascisti, andate da Hitler",
ecc. Non rispondiamo come meriterebbero perché è evidente che il loro obiettivo
è quello di fornire un pretesto ai ringhiosi poliziotti che ci circondano per
attaccarci. Dalle poche auto che passano (è ancora un giorno festivo) si levano
insulti e minacce contro le Donne in Nero e contro di noi.
Improvvisamente, la musica degli Ottoni viene sovrastata da decine di sirene e
dal rombo dei motori di auto e camionette della polizia: un'altra "bomba umana"
è esplosa a poche centinaia di metri da Paris Square, in un supermercato,
uccidendo un addetto alla sicurezza, oltre alla stessa attentatrice,
un'adolescente di Dheishe, campo profughi vicino Betlemme.
Chiudiamo la manifestazione e torniamo verso gli alberghi, dove si tengono le
assemblee delle delegazioni per decidere cosa fare di fronte alla situazione in
cui ci troviamo, che è ormai quella di una guerra in piena regola, anche se
condotta con uno squilibrio di forze assoluto. Per quanto devastanti, infatti,
le azioni dei "kamikaze" palestinesi non sono nemmeno lontanamente paragonabili
alla macchina da guerra di Sharon, che sta facendo letteralmente a pezzi
Ramallah ed è ormai in procinto di invadere tutte le città ancora formalmente
sotto il controllo dell'ANP.
30 marzo 2002
Non vogliono farci passare nemmeno per Betlemme; il check
point è chiuso e, dicono i militari, dobbiamo tornare indietro perché siamo in
pericolo. Anche per arrivare a Betlemme da Gerusalemme, in condizioni normali,
si impiegano venti minuti, non di più, ma il posto di blocco sull'autostrada
sembra una muraglia invalicabile.
Di fronte a noi il check point, alla nostra destra un uliveto, mentre sulla
sinistra si godrebbe il panorama delle colline, se non fosse deturpato da uno
dei tanti insediamenti coloniali, un blocco di cemento in cima ad un monte.
Scoprirò in seguito che è da quel blocco di cemento che Fiamma Nirenstein,
infaticabile gazzettiera sionista, invia i suoi proclami alla compiacente stampa
italiana.
La trattativa che Russo Spena e Paolo Cento conducono con i militari non da
risultati; stiamo già risalendo sui pullman per tornare a Gerusalemme, quando
sento gridare di andare avanti di corsa, ci fanno passare. E' successo che la
delegazione di Francesi, Belgi e Svizzeri ha forzato pacificamente il blocco,
con le mani alzate e i passaporti bene in vista. Passiamo tutti, mentre i
militari avvertono che andiamo avanti a nostro rischio e pericolo... come se la
nostra "sicurezza" gli interessasse per davvero.
Siamo circa duecento, camminiamo sull'autostrada che entra nell'area di
Betlemme. Il silenzio che ci circonda è irreale. Siamo nella periferia della
cittadina, passiamo vicino a quel che resta di un albergo distrutto dalle
fiamme. Le case sembrano abbandonate, porte e finestre sprangate, ma sappiamo
che dietro quelle imposte ci stanno osservando.
Continuiamo a camminare in silenzio verso il centro abitato, dove ci aspetta il
Sindaco, sulla Piazza della Mangiatoia. Altre centinaia di metri in una città
fantasma.
Gli Ottoni attaccano "Addio, Lugano bella"; qualcuno si affaccia dalle finestre
e dalle porte socchiuse. Una famigliola - padre, madre e due bambini piccoli -
esce sul balcone, al secondo piano di una palazzina. Timidamente, li salutiamo
con le dita a V. Il bambino più piccolo risponde con la manina che ci rimanda lo
stesso gesto. Ora le case sono più fitte, ci stiamo avvicinando al centro. Vetri
rotti e muri sbreccati ci parlano delle incursioni dei carri armati con la
stella di David.
Gli Ottoni passano alla canzone di Che Guevara; altra gente comincia ad uscire
dalle case. Vicino a noi, compare un'auto con tre soldati Palestinesi armati di
Kalashnikov, indossano l'uniforme di Forza 17. Ci guardano, poi continuano il
loro pattugliamento.
Altri Palestinesi scendono in strada, sempre silenziosamente; le prime
automobili si affiancano a noi, dai finestrini ci guardano volti duri di
giovani. Gli Ottoni attaccano l'Internazionale. Una macchina comincia a suonare
il clacson, poi altre, sventolano le prime bandiere palestinesi, le porte si
aprono e adesso la gente scende in strada a centinaia, ci salutano con i pugni
chiusi, le dita a V. E' una festa. Non capisco più niente, attorno a me nessuno
capisce più niente.
Entriamo in corteo (sempre con i formidabili Ottoni in testa, che strombazzano
l'Internazionale a tutto spiano) nella Piazza della Mangiatoia, dove troviamo ad
aspettarci il Sindaco e i compagni del Coordinamento di Solidarietà con l'Intifada,
che da giorni vivono a Dheishe, proteggendo con la loro presenza fisica la
popolazione del campo dalle rappresaglie israeliane.
Siamo in mezzo a decine di uomini armati, ma non avvertiamo tensione. Una mezza
dozzina di bambini irrompe in piazza: sono travestiti da combattenti e giocano
alla guerra. "Ecco i risultati della politica di Sharon", mi dice un compagno
palestinese che ho conosciuto a Roma tanti anni fa e che ora vive a Betlemme con
la moglie italiana e due bambini. Kamal, magro come un chiodo e con gli stessi
baffoni di sempre, è preoccupato per il futuro dei suoi figli: "Non so più cosa
fare per non farli crescere nell'odio - mi dice - Non gli faccio vedere la
televisione e li mando a scuola dalle suore... ma l'odio lo respirano, come
respirano il terrore. Come cresceranno in questo posto?"
Cosa posso rispondere? "Kamal, perché non tornate in Italia?"
Lo so che è una domanda cretina, e infatti Kamal risponde come avrei giurato:
"Questa è casa nostra. Non ce ne andremo, non possono ammazzarci tutti".
I pullman ci aspettano per riportarci a Gerusalemme, ma in tanti decidono di
restare con i compagni di Dheishe. L'invasione israeliana è nell'aria.
Tornati a Gerusalemme, subito a manifestare con i pacifisti israeliani di fronte
alla residenza ufficiale di Sharon. Una fiaccolata triste, controllata a vista
dai soliti ringhiosi poliziotti; saremo due o trecento, quasi tutti
"internazionali". Gli israeliani sono una manciata, ma fra loro ci sono due
signori, un uomo e una donna di mezza età, che Luisa Morgantini vuole far
conoscere a tutti... sono i genitori di due giovani israeliani uccisi in
un attentato. Non solo non odiano i Palestinesi, ma sono convinti che la sola
strada per impedire che altri ragazzi come i loro perdano la vita sia il
riconoscimento dei diritti del popolo palestinese. La loro compostezza e la loro
umanità mi sembrano una stella luminosa nel buio dell'odio dei militari
ringhiosi e dei coloni rabbiosi che ci insultano dalle auto che passano.
31 marzo 2002
L'invasione è cominciata: i tank sono già a Ramallah, il
compound di Arafat è semidistrutto, ma quattro pazzi sono riusciti ad entrare
nella tana del vecchio leone di Palestina, sgusciando fra i mitra dei perplessi
soldati di Tsahal. Sono il deputato italiano Mauro Bulgarelli, il contadino
francese Josè Bovè e due medici, uno dei quali è un ebreo americano. Luisa Morgantini e un pugno di Internazionali li seguono a ruota. Dal nostro albergo
partono i taxi con gli altri Internazionali diretti all'inferno di Ramallah:
appena un gruppo è arrivato, telefona e ne parte un altro. Telefono a Kamal, a
Betlemme, la linea è molto disturbata ma lo sento benissimo quando dice:
"Germano, li stiamo aspettando. Resteremo tutti, non riusciranno a cacciarci,
questa è la nostra terra".
Oggi, l'organizzazione delle delegazioni è palesemente in crisi: molti
responsabili hanno fatto lo zaino e sono partiti per Ramallah, quasi tutti non
abbiamo un programma. Un gruppo decide di partire per Hebron, dove qualcuno
conosce un medico palestinese che è stato a lungo in Italia; io ed altri
vogliamo tornare a Betlemme e a Dheishe, tentando di spacciarci per pellegrini.
Per tutto il viaggio, esamino spietatamente le conoscenze liturgiche
dell'equipaggio. Il risultato è sconfortante: fra tutti e otto, mettiamo insieme
si e no un mezzo Pater Noster e un'Ave Maria al di sotto della sufficienza.
Confidiamo nella nostra smagliante faccia tosta e nel fattore sorpresa: a chi
può venire in mente di tentare un ingresso a Betlemme se non a dei devotissimi
pellegrini?
Arrivati al check point, scopriamo con orrore che la nostra stessa idea, ma
molto più in grande, l'hanno avuto belgi, svizzeri e francesi, arrivati in massa
con un pullman che, naturalmente, i militari hanno bloccato senza appello.
Non si passa. Sentiano parlare di una strada secondaria e - dietro promessa di
una lauta ricompensa - convinciamo il riluttante autista palestinese a tentare
la fortuna.
Mentre giriamo attorno a Betlemme, incrociamo le colonne dei tank: l'invasione è
in pieno svolgimento.
Naturalmente, anche la strada secondaria è bloccata da Tsahal, anzi i militari
ci fanno subito capire che non è aria di rimanere da quelle parti, in piena zona
di operazioni. Un gruppo dei nostri, assieme ad altri squilibrati belgi e
svizzeri, decide di avventurarsi lungo un sentiero che aggira le postazioni,
concordando telefonicamente con i compagni che stanno a Dheishe un incontro a
mezza strada con un'ambulanza che prenderà in consegna i medicinali che abbiamo
portato con noi: li saluto con molta preoccupazione.
Invece, dopo qualche ora ricevo la telefonata di uno scriteriato che, come se
niente fosse, mi comunica che tutto è andato bene, i medicinali sono arrivati a
destinazione, loro sono tutti a Gerusalemme e, visto che non c'è niente da fare,
si fanno una passeggiata nella Città Vecchia. Strana gente, questi
Internazionali.
In serata, tornano anche quelli che sono andati ad Hebron: hanno molti capelli
bianchi più di quando sono partiti. Hebron è situata in una vallata: su una
delle colline che la sovrastano, è stato costruito un insediamento da cui,
spesso, gli Israeliani sparano sulla città. Inoltre, esattamente al centro della
città, lungo la strada principale che la attraversa, è stato costruito un altro
insediamento, un fortino dal quale gli Israeliani si divertono a
sparare sulle auto palestinesi di passaggio, che sono costrette quotidianamente
ad una sorta di roulette russa. I capelli bianchi dei nostri compagni sono
dovuti anche a questa esperienza.
In serata, si definiscono i particolari organizzativi per le partenze per
Ramallah, dove verranno raggiunti gli Internazionali che già sono sul posto,
principalmente per proteggere l'ospedale, circondato dai tank israeliani. Da più
interventi viene sostenuta la necessità di premere affinché dall'Italia parta
immediatamente una delegazione di parlamentari, sindaci, ecc. che raggiunga
Ramallah, e una compagna, involontariamente, provoca l'ilarità dell'assemblea,
comunicando di avere avuto notizia della partenza per Ramallah del sindaco di
Roma Walter Veltroni: scoppia una risata generale, accompagnata dalla battuta
"Si, Veltroni sta arrivando per solidarizzare con Sharon!".
1 aprile 2002
Mentre i compagni diretti a Ramallah partono a piccoli
gruppi, il grosso della delegazione si muove con i pullman verso il check point
di A - Ram: l'obiettivo della manifestazione è sia di far sentire la pressione
degli Internazionali contro l'assedio di Ramallah, sia di costituire un
diversivo mentre i compagni raggiungono la città attraverso percorsi
alternativi. L'operazione riesce.
Dopo circa un'ora, abbiamo la conferma della presenza a Ramallah di tutti i
compagni; subito dopo, dal check point escono, stremati, Mauro Bulgarelli,
Nunzio D'Erme e gli altri compagni che si trovavano a Ramallah da giorni.
Decidiamo di lasciare il check point e una parte della delegazione, composta
principalmente dai Giovani Comunisti e dalla Rete Campana No Global, imbocca
nuovamente in pullman la strada verso Betlemme, per tentare di rientrare nella
città; arrivati al check point, ci rendiamo conto che la situazione è ormai
precipitata. Una lunga colonna di tank ed altri mezzi corazzati ingombra tutta
la sede stradale; inoltre, un pullman pieno di coloni è arrivato per
solidarizzare con i militari che stanno per entrare in azione.
Proviamo ugualmente a passare, con le mani alzate e inalberando i nostri
passaporti; i poliziotti fanno muro, mentre i militari ci guardano indifferenti,
dall'alto dei loro mostri d'acciaio, e i coloni ci insultano e tentano di
provocarci, chiamandoci nazisti e amici di Hitler e gridando che la terra è
tutta loro e cacceranno tutti gli arabi e gli "amici dei terroristi suicidi",
cioè noi. In questa occasione, è ammirevole l'autocontrollo dei Giovani
Comunisti e degli altri compagni napoletani, che non raccolgono le provocazioni
ma rispondono sorridendo agli insulti, con frasi strettamente partenopee che
esprimono seri dubbi sulla moralità delle mamme, delle sorelle e delle mogli dei
coloni presenti, fra i quali mi auguro non vi sia nessuno di origine italiana in
grado di afferrare il significato delle parole che gli
vengono soavemente rivolte.
Dopo qualche minuto di fronteggiamento, i poliziotti israeliani iniziano a
spingerci rabbiosamente verso il pullman; ci allontaniamo il più lentamente
possibile, ma non è pensabile alcuna forma di resistenza. Si vede lontano un
miglio che ci massacrerebbero molto volentieri. Anche Graziella Mascia,
parlamentare del PRC, si prende la sua dose di strattoni. Rimontiamo sui
pullman.
Nel pomeriggio, con altri quattro Internazionali, ci avventuriamo per le
stradine di Gerusalemme vecchia, paralizzata dallo sciopero generale indetto
dall'ANP. Lo spettacolo offerto dalle botteghe serrate e dalle viuzze deserte è
impressionante, come il silenzio carico di tensione che grava su tutta la città,
pattugliata da soldati e poliziotti israeliani.
Prima ancora di rendercene conto, sulla Via Dolorosa ci troviamo in mezzo a
quella che sembra una processione religiosa spuntata dal nulla; in realtà, si
tratta di una esibizione di arroganza da parte di estremisti religiosi
israeliani, non più di un centinaio, scortati da altrettanti militari. Avevamo
sentito parlare in mattinata della provocazione che si andava profilando, ma ce
ne eravamo completamente dimenticati; per alcuni, lunghissimi minuti la
"processione" ci scorre accanto, mentre ci sforziamo di sembrare turisti
qualsiasi e siamo molto felici di aver lasciato le kefyeh in albergo. Il
pensiero che, se fossi un "kamikaze", non troverei un posto e un momento
migliori per farmi saltare in aria non mi piace affatto. A parte gli sguardi
carichi di odio di qualche bambino arabo, non succede nulla e la "processione"
scompare nei vicoli della città vecchia.
Poiché la Moschea di Al Aqsa e la Spianata delle Moschee sono interdette dai
militari, raggiungiamo la Chiesa del Santo Sepolcro, presidiata da un gruppo di
militari sprezzanti; all'interno, quasi deserto, è in corso una funzione
officiata da frati francescani. Non si può rimanere indifferenti di fronte alla
suggestione offerta da una Chiesa che ne contiene almeno quattro, perché il
Santo Sepolcro è un luogo di culto che appartiene a tutte le confessioni
cristiane e dunque una parte è arredata con i simboli latini (come qui chiamano
i cattolici romani), un'altra con quelli greco-ortodossi, un'altra con quelli di
rito armeno, un'altra ancora con quelli luterani... in un periodo normale, di
questi tempi (è il Lunedì di Pasqua) il tempio sarebbe pieno di folla, oggi è
praticamente vuoto.
C'è un particolare che vale la pena di raccontare, perché suggerisce la
straordinarietà di questa città e della sua storia: da secoli, le chiavi della
Moschea di Al Aqsa le tiene un cristiano, che ha il compito di aprirla e
chiuderla; analogamente, le chiavi della Chiesa del Santo Sepolcro sono affidate
ad un musulmano. Sembra che questa tradizione risalga all'epoca di Solimano il
Grande, lo stesso che fece costruire la splendida cinta di mura che circonda i
quattro quartieri della Città Vecchia, quello musulmano, i due cristiani e
quello ebraico.
2 aprile 2002
Le notizie che arrivano da Ramallah, da Betlemme e dalle
altre città palestinesi ormai parlano solo di distruzioni e di massacri; è
evidente che Sharon e Peres puntano alla soluzione finale della questione
palestinese. Tutte le testimonianze che arrivano parlano delle uccisioni di
chiunque svolga un ruolo nella società civile, professionisti, insegnanti,
medici, ingegneri, agronomi, agenti di polizia, che accompagnano la devastazione
sistematica delle infrastrutture e degli impianti. E' chiaro che Sharon e Peres
vogliono annientare il popolo palestinese, gettandolo in quel Medio Evo in cui
Bush padre voleva ridurre l'Irak.
Questa mattina abbiamo un appuntamento importante: dobbiamo raggiungere il
carcere militare n. 6, nei pressi di Haifa, in Galilea, dove i pacifisti
israeliani hanno organizzato una manifestazione in solidarietà con i refusnik, i
militari che si rifiutano di prestare servizio nei Territori Palestinesi, anche
a costo di finire in prigione.
Raggiungiamo il carcere dopo circa due ore di pullman, durante le quali
affianchiamo una quantità di colonne di mezzi corazzati diretti a nord, verso il
confine libanese, dove la Siria ha schierato 20.000 soldati e dal quale gli
Hezbollah bombardano gli insediamenti israeliani dell'Alta Galilea per tentare
di alleggerire la pressione contro i Palestinesi dei Territori.
Il carcere n. 6 è un edificio simile a tutte le carceri del mondo; è stato
costruito in una verde vallata fra il mare e le alture del Monte Carmelo. Ci
arrampichiamo su un'altura per avere una visione di insieme della struttura e
per essere visti dai prigionieri. Stavolta, i pacifisti e i parenti dei refusnik
sono qualche centinaio e gridano slogan verso il carcere; dalle finestre delle
celle, sventolano drappi improvvisati per salutarci. Un volantino distribuito
dagli organizzatori informa che ora i refusnik, dagli iniziali cinquanta, sono
diventati più di mille.
Improvvisamente, spunta un gruppo di provocatori, una mezza dozzina, che si
lancia verso la manifestazione, insultando e gridando slogan per "Eretz Israel",
la "Grande Israele", sventolando le bandiere con la stella di David. E' troppo:
i dimostranti reagiscono, picchiando duro i provocatori, che comunque non se ne
vanno. Fatichiamo non poco a stare buoni, sono giorni che ingoiamo rospi, ma è
facile immaginare il casino che verrebbe montato se uno solo di noi venisse
sorpreso a prendere a sberle un cittadino israeliano... ne siamo tutti
consapevoli e restiamo fermi, anche se, al ritorno, qualcuno confesserà che,
nella calca, si è trovato a mollare un paio di calcioni, ma garantirà di averlo
fatto con grande disinvoltura.
Nel pomeriggio, tornano da Ramallah i primi Internazionali: sono sconvolti,
raccontano di ferocia inaudita, di una città semidistrutta, dove i soli
movimenti sono quelli dei tank israeliani che sparano contro tutto e tutti.
Rifugiati nell'Hotel Ramallah, hanno assistito al bombardamento del palazzo
della Sicurezza Preventiva palestinese, dove gli Israeliani erano convinti si
nascondesse Marwan Barghouti, il leggendario leader dei Tanzim, i militanti di
base di Al Fatah. Raccontano di cadaveri portati all'ospedale con i segni
evidenti di esecuzioni sommarie, di donne e bambini palestinesi che Tsahal, uno
dei migliori eserciti del mondo, usa come scudi umani per impedire ai
combattenti palestinesi di sparare.
Domani si riparte per l'Italia, ma prima tenteremo nuovamente di superare i
check point verso Ramallah.
3 aprile 2002
Con le valige e gli zaini già caricati nei pullman, arriviamo
all'appuntamento con i pacifisti israeliani. Mi accorgo con piacere che,
stavolta, siamo veramente tanti, finalmente si ragiona nell'ordine delle
migliaia.
Il cielo - come al solito - è plumbeo, viene giù una pioggerellina gelida. Ci
incamminiamo verso il posto di blocco, presidiato da soldati e poliziotti in
assetto di guerra.
Il corteo sfila lungo la stradona interrotta dal check point; la prima fila
arriva a contatto con i militari, è evidente che hanno l'ordine di non far
passare nessuno. Sventolano molte bandiere palestinesi e un solitario vessillo
del Partito della Rifondazione Comunista. Un mezzo corazzato prende posizione
subito dietro i militari.
Improvvisamente, parte la carica: esplosioni, fumo, gente che corre, ma
nell'insieme non c'è panico. Alcune donne palestinesi distribuiscono cipolle,
che servono per riaprire le vie respiratorie intasate dai gas. Il vento che
spazza la strada ci da una mano, disperdendo subito le nuvole di gas CS. Vedo
due o tre feriti che vengono portati a braccia verso le ambulanze.
Dobbiamo tornare ai pullman, altrimenti rischiamo di perdere l'aereo. Ce ne
andiamo mentre la manifestazione continua, con altre cariche e altri feriti.
All'aeroporto Ben Gurion, stavolta non ci trattengono molto, anche se i
controlli sono asfissianti. Luisa Morgantini non si qualifica come parlamentare,
per non abbandonare le decine di persone in attesa di partire, e subisce gli
stessi controlli, tanto formalmente gentili quanto pignoli. A rovistare nelle
valige e fra la biancheria sporca sono una quantità di ragazzini, nessuno ha più
di venticinque anni.
Anche un tipo distratto come me non può fare a meno di osservare che
nell'aeroporto regna la paura. I bagni sono chiusi, ufficialmente a causa di una
non meglio definita "festività religiosa", e alcuni addetti controllano in
continuazione i cestini dell'immondizia. La tensione si taglia con il coltello.
Finalmente, ci imbarchiamo sul volo Alitalia. Mentre l'aereo rulla sulla pista,
dal finestrino conto decine di C-130 militari parcheggiati vicino agli hangar.
Nell'aeroporto civile Ben Gurion, gli aerei militari sono molti di più di quelli
civili.
Il volo AZ 811 decolla, direzione Roma, Italia. Nessuno parla, ma sappiamo tutti
che abbiamo un dovere: dobbiamo testimoniare quello che abbiamo visto, dobbiamo
gridare ai nostri svagati connazionali che uno Stato "democratico", che chiede
di associarsi all'Unione Europea, non è altro che una infame macchina da guerra,
che opprime e uccide un intero popolo. Dobbiamo riempire le piazze delle nostre
città per dire a tutti che le piazze e le città della Palestina, appena aldilà
del Mediterraneo, stanno diventando cimiteri, perché su quei cimiteri
un'ideologia folle e razzista sostiene debba ergersi Eretz Israel, la Grande
Israele dal Nilo all'Eufrate.
Non so se ce la faremo, ma so che dobbiamo provarci.