DOSSIER HAMAS

Nel tentativo di fornire un contributo alla comprensione dei movimenti in atto nella situazione palestinese, pubblichiamo una serie di interventi e di analisi sulla vittoria del movimento islamico Hamas nelle recenti elezioni palestinesi.
5.2.2006

I risultati delle elezioni palestinesi riaprono una situazione bloccata
 

Editoriale di Radio Città Aperta di Roma
 

E’ curioso osservare le preoccupazioni delle forze reazionarie in Israele, in Europa e negli Stati Uniti di fronte ai risultati elettorali in Palestina. Per anni hanno negato ogni legittimità alla leadership palestinese isolando e colpendo Arafat, demonizzando e oscurando l’OLP e invocando una leadership democratica.

Dopo dieci anni i palestinesi hanno svolto ordinatamente una competizione elettorale – pure se ancora sotto i ricatti di una occupazione militare e coloniale - ma i risultati prodotti dalla sovranità popolare palestinese – la vittoria di Hamas – hanno lasciato nelle ambasce le cancellerie, le direzioni politiche e le redazioni del mondo occidentale.

La vittoria di Hamas è stata netta così come è stato netto il segnale mandato dal popolo palestinese ad una ANP che non era riuscita a realizzare due cose importanti: ripristinare l’OLP e ripulire i propri ranghi da dirigenti con un passato anche glorioso ma con un presente poco pulito.

Anche noi avremmo preferito che questa operazione fosse gestita dalla sinistra palestinese piuttosto che dai movimenti di ispirazione religiosa, ma è anche vero che in questi anni Hamas ha saputo coniugare la difesa della coesione sociale e dell’identità palestinese con un ruolo di primo piano nella resistenza contro l’occupazione israeliana. In questo, ha dimostrato maggiore capacità di discontinuità con un passato poco chiaro di quanto fatto dall’ANP con il presente ed ha potuto disporre di mezzi superiori di quelli delle organizzazioni della sinistra abbandonate a se stesse dalla sinistra europea dopo la dissoluzione del socialismo reale.

E’ stupefacente verificare con quanta superficialità e schematismo oggi anche le forze della sinistra guardano, indagano e si confrontano con le forze in campo nello scacchiere mediorientale.

Hamas, come gli Hezbollah libanesi, sono tutt’altro che un gruppo di fanatici. Uno dei suoi leader uccisi dagli israeliani – Rantisi – era un dirigente politico pragmatico e lungimirante. Forse gli israeliani rimpiangeranno di averlo ucciso così come dovranno rimpiangere di tenere ancora in carcere Marwan Bargouti o di costringere nella prigione di Gerico Ahmed Saadat.

Non vi è alcun dubbio che i risultati delle elezioni palestinesi riaprano una situazione di immobilismo caratterizzata dall’impantanamento statunitense in Iraq, dall’oltranzismo israeliano e dall’opportunismo dei regimi arabi moderati.

Il movimento di liberazione palestinese, in tutte le sue espressioni politiche, ha bisogno oggi di sentirsi nuovamente intorno la solidarietà internazionale per determinare le condizioni di una pace in Medio Oriente fondata sulla giustizia e non sull’occupazione coloniale.

 


 

Riflessione sulle elezioni in Palestina e la sinistra

 

Sin dall’inizio abbiamo ritenuto importante la scadenza elettorale , non perché e’ un segnale di democrazia oppure potrebbe risolvere problemi come quello dell’occupazione sionista in Palestina , ma perché un appuntamento del genere può dare al nostro popolo un momento di riflessione su tutto ciò che riguarda il suo presente ma soprattutto il suo futuro. In questo modo si aprono le strade verso l’autocritica e la correzione della politica , ma anche si rinnova l’impegno storico dei militanti palestinesi verso una Palestina libera e democratica .

Purtroppo quello che succede in Palestina e’ solo al 30% palestinese , e’ molto visibile l’influenza estera , a partire dai grandi giocatori mondiali come il quartetto(Stati Uniti, Europa, Russia e ONU) arrivando alla politica dei paesi arabi nel loro rapporto organico con la realtà palestinese. Queste ingerenze estere hanno inciso notevolmente sulla vita politica del popolo palestinese, soprattutto in una scadenza come questa .

il successo elettorale di Hamas

Non possiamo capire bene le cause che hanno portato alla vittoria schiacciante di hamas se non analizziamo la realta’ palestinese sotto occupazione.

1- il voto e’ stato in parte un voto di protesta contro la corruzione dell’Anp : un popolo che vive sotto occupazione in condizioni di vita quotidiana drammatica chiaramente contesta fortemente qualsiasi forma di corruzione .

2- la gente contestava il modo con il quale sono state condotte le trattative di pace , e soprattutto che in 10 anni non hanno portato nulla di importante per il popolo palestinese .

3- la politica di fatto delle forze coloniali è stata di

favorire una forza religiosa per motivi strategici ( vedi le strategie Neocon ) , bloccando qualsiasi movimento di solidarieta’ internazionale per creare condizioni di isolamento internazionale spianando la strada a nuove forme di repressione nei confronti del nostro popolo e alla sua resistenza legittima (il console americano a Gerusalemme 2 giorni prima del voto annuncia di aver dato due milioni di dollari a favore di candidati democratici, sempre un mese prima del voto gli stati uniti ed europa minacciavano di tagliare gli aiuti in caso della vittoria di Hamas . Le posizioni israeliane tradizionali fanno di tutto per far apparire la lotta del popolo palestinese come un gruppo di fanatici religiosi ) , tutto ciò ha contribuito a dare piu’ credenziali a Hamas .

4- Hamas con il sostegno economico che ha ricevuto ha potuto realizzare delle strutture sociali che hanno contribuito tantissimo all’allargamento della base dei simpatizzanti .

5- La mancata esperienza dei compagni in campagne elettorali , e la mancanza di risorse economiche ha contribuito a dirottare i voti verso Hamas

Autocritica

Non abbiamo mai pensato in questi tempi duri che la sinistra palestinese avrebbe potuto vincere , ma abbiamo ritenuto sempre che la sinistra dovrebbe avere un ruolo importante e dare il suo contributo politico sociale alla vita del nostro popolo e alla lotta di liberazione nazionale .

Una prima riflessione da fare e’ del come mai la sinistra non ha potuto dirottare i voti di protesta .

Come mai la sinistra si e’presentata in 3 liste diverse , che ha contribuito tanto a sfiduciare l’area dei simpatizzanti , che volevano un alternativa compatta e credibile riconciliando il programma politico sociale con quello di resistenza contro l’occupante .

C’è da registrare che la sinistra ha ricevuto solamente il voto militante, e non ha potuto rendere popolare i suoi programmi , soprattutto una visione chiara della natura del conflitto , ma anche l’importanza vitale del programma sociale che porta giustizia per i proletari ed evidenzia la lotta di classe ,e l’interesse reale delle masse popolari per un modello di sviluppo alternativo ed antagonista al modello borghese che vige in Palestina .

La sinistra italiana e la nostra

E’ importante ribadire che il disguido delle sinistre europee non ha contribuito per nulla alla crescita della sinistra palestinese , la sinistra europea oggi e’ obbligata a riflettere e confrontarsi con le forze di sinistra palestinese per trovare il modo migliore ed programmato verso un mediterraneo dei popoli e cogliamo l’occasione per invitare tutte le forze di sinistra ad articolare un rapporto costruttivo e mirato con la sinistra palestinese .

Impegnamoci

Da questo momento in poi e’ dovere di tutti i compagni di attivarsi alla luce di questo risultato per un autocritica costruttiva ed attivare un dibattito in Palestina e nella diaspora mirato a costruire la casa della sinistra per una società giusta ,laica e uguale per tutti e per una Palestina libera e democratica .

Un Chiarimento

Con il sistema a metà proporzionale e a metà distrettuale, soprattutto nei distretti, non si valorizza il peso effettivo delle forze politiche. Tanti compagni hanno avuto un alto numero di voti ma non hanno potuto vincere nei seggi dei vari distretti (per esempio il compagno prigioniero Ahed ha ricevuto 17000 voti nel suo distretto per pochi voti abbiamo perso , e con questo sistema i voti saranno persi e non possono essere valorizzati politicamente ) , se si fosse adottato il sistema proporzionale nelle votazioni o sommando semplicemente i voti sicuramente avremo potuto avere piu’ risultati . Dobbiamo riflettere sulla legge elettorale per rendere facendo battaglia per un voto proporzionale che rende chiaro il peso delle forze politiche .

U.D.A.P (Unione democratica araba-palestinese)

 


ELEZIONI PALESTINESI: HANNO VINTO LA DIGNITA’ E LA RESISTENZA

di Germano Monti

La vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi era largamente prevedibile, e solo una visione neocoloniale della politica poteva portare a credere possibile una riconferma, sia pure ridimensionata, del vecchio ceto politico di Al Fatah.

La scomparsa di Yasser Arafat ha messo definitivamente a nudo l’assenza di un qualsivoglia progetto politico da parte di quella che è stata la più grande organizzazione del popolo palestinese; il vecchio raìs, con la sua capacità tattica ed il suo carisma, era sempre riuscito a far passare in secondo piano la profonda debolezza politica e progettuale del movimento da lui stesso fondato, ma i segni della crisi erano evidenti ancor prima della morte del primo Presidente della Palestina.

Al Fatah non è mai stata un semplice movimento guerrigliero: chiunque abbia una minima conoscenza della questione palestinese sa che - mentre i suoi fedayn impegnavano le truppe di occupazione israeliane dalla Giordania, dal Libano e dall’interno della Palestina occupata – Al Fatah e l’OLP curavano la crescita della società civile palestinese, sia nei campi profughi che all’estero. Alle attività produttive ed assistenziali realizzate nei campi libanesi si affiancava la formazione nelle università occidentali di migliaia di moderni professionisti, particolarmente medici, architetti ed ingegneri. L’OLP, di cui Al Fatah è stata la vera anima, poteva a buon diritto definirsi uno Stato privo solo del proprio territorio.

Gli accordi di Oslo e la nascita dell’ANP hanno paradossalmente avviato il processo di declino dell’OLP e quindi della stessa Fatah. Coinvolti nella gestione amministrativa, sempre sotto la supervisione degli occupanti sionisti, molti dirigenti dell’ANP e di Al Fatah si sono in buona misura lasciati corrompere, dando vita ad una vera e propria nomenklatura formalmente indipendente da Israele, ma di fatto collaborazionista. E’ il caso di ricordare, oggi, che i servizi di sicurezza dell’ANP – completamente in mano ad Al Fatah – negli anni successivi agli accordi di Oslo sono stati fra i più zelanti repressori delle attività dei gruppi palestinesi contrari all’appeasement con Israele, a cominciare proprio da Hamas; non sono state poche le denunce di torture ed anche omicidi di militanti islamici nei confronti dei servizi dell’ANP.

Il fallimento di Camp David, dove gli israeliani pretendevano la capitolazione di Arafat, e la seconda Intifada hanno evidenziato la vera attitudine dei governanti israeliani, peraltro mai nascosta ai cittadini che li hanno democraticamente eletti: la realizzazione dell’obiettivo strategico del sionismo, ovvero l’acquisizione del massimo di terra possibile con il minimo di arabi.

Incremento della colonizzazione ebraica dei territori occupati, distruzioni massicce delle città e delle infrastrutture palestinesi, omicidi di dirigenti e militanti, riduzione ai minimi termini della stessa ANP, fino al sequestro nei suoi uffici di Yasser Arafat: di fronte al dispiegarsi dell’offensiva israeliana, la dirigenza di Al Fatah – con l’autorevole eccezione di Marwan Barghouti – non ha saputo fare altro che lanciare patetici appelli, mentre Hamas e le altre fazioni della resistenza (compresa la sinistra palestinese del Fronte Popolare e del Fronte Democratico) continuavano a combattere, nonostante l’enorme divario delle forze in campo.

Nel contempo, la questione della “corruzione” della leadership palestinese è divenuta uno strumento di propaganda nelle mani dei sionisti, cioè dei principali corruttori, visto che ogni finanziamento all’ANP, comprese le rimesse doganali, passa tassativamente per le mani degli israeliani. La campagna ossessiva contro la “corruzione dell’ANP” – parallela a quella sul suo supposto “sostegno ai terroristi” – è in tutto e per tutto simile a quella condotta a suo tempo contro l’African National Congress e centrata in particolare sulla bizzarra figura della moglie di Nelson Mandela, non potendosela prendere direttamente con il leader antirazzista (a differenza di quanto poi fatto con Arafat), in quanto detenuto in un carcere sudafricano fino al giorno della fine del regime dell’apartheid. Quella campagna – che pure si nutriva di qualche verità – aveva lo stesso scopo di quella attuale: stornare l’attenzione dal problema principale (l’apartheid ieri, l’occupazione sionista oggi) ad un aspetto secondario, screditando la vittima e fornendo all’aggressore una ragione plausibile per rifiutare il negoziato.

Per arrivare alla stratta attualità, non è sfuggito a nessuno che il ritiro israeliano da Gaza non è stato solo una abile mossa tattica e propagandistica di Sharon, ma anche il frutto dell’iniziativa della resistenza armata: pure se sui nostri media quasi non se ne parlava, va ricordato che l’intensità dell’azione guerrigliera nella striscia di Gaza (un territorio microscopico e saturato dall’esercito e dai coloni israeliani) aveva raggiunto livelli altissimi, con decine di attacchi al giorno. Imboscate contro i soldati e i coloni, bombardamenti a colpi di mortaio e lancio di missili artigianali contro le colonie e le installazioni militari, fino alle azioni più spettacolari, come le esplosioni sotterranee (i “vulcani di collera”) o le mine sotto i carri Merkava, considerati indistruttibili… sono questi i fattori che hanno indotto Sharon a liberarsi di un fardello militarmente insostenibile, ed a trasformare questa difficoltà bellica in un successo politico e mediatico a livello internazionale.

Purtroppo per Sharon, l’imponderabile ha bruscamente interrotto la sua apparente metamorfosi da spietato criminale di guerra a saggio uomo di pace; più che una metamorfosi, un mito sapientemente confezionato con la complicità degli opinion maker internazionali, compresi gli uomini della “sinistra” italiana, tanto avara di solidarietà verso i palestinesi oppressi quanto prodiga di comprensione e giustificazione verso gli oppressori.

Questo scenario vedeva proprio Hamas protagonista della resistenza: al suo braccio armato, le Brigate Ezzedin Al Qassam (l’eroe della resistenza popolare palestinese contro gli Inglesi e i sionisti degli anni ’30), è ascrivibile qualcosa come l’80% degli attacchi contro gli occupanti nella striscia di Gaza. Il resto, è stato rivendicato dalle Brigate di Al Aqsa (vicine ad Al Fatah), dal Jihad islamico, dai Comitati di Resistenza Popolare e dalle brigate combattenti del Fronte Popolare e del Fronte Democratico.

In sostanza, mentre Hamas conduceva con determinazione la resistenza, Abu Mazen e l’ANP espressione di Al Fatah non sapevano o potevano fare altro che mendicare sostegno da parte dei nemici del popolo palestinese: il governo dell’occupazione e il suo potente alleato a stelle e strisce, a sua volta direttamente impegnato nell’occupazione di un altro Paese arabo, l’Iraq. Una situazione, come si vede, assolutamente grottesca e inevitabilmente propedeutica al successo elettorale di Hamas, espressione inequivocabile della volontà di resistenza del popolo palestinese e non – almeno fino ad ora – di una sua deriva fondamentalista. Del resto, molti di quelli che oggi puntano il dito contro il carattere religioso di Hamas non molti anni fa erano entusiasti sostenitori di un altro movimento a caratterizzazione decisamente religiosa come Solidarnosc, per non parlare dell’affetto tributato ai mujhaeddin afgani e bosniaci, il che fa sorgere il legittimo sospetto che per alcuni il problema non sia la natura religiosa di un movimento, ma i suoi avversari: se questi coincidono con i propri, i religiosi sono combattenti per la libertà, in caso contrario sono terribili terroristi.

Gli analisti occidentali che ora si disperano per la vittoria dei “fondamentalisti” farebbero bene a guardarsi allo specchio ed a chiedersi quale sottocultura colonialista li abbia indotti a considerare credibile che un popolo oppresso - ma non umiliato - potesse conferire il proprio voto ai palloni gonfiati dal sostegno degli oppressori, anziché a chi contro gli oppressori combatte.

La sinistra italiana, che in merito alla questione palestinese ha espresso il peggio di sé, è ora di fronte ad un bivio: portare alle estreme conseguenze la scelta di campo filoisraeliana, facendosi parte attiva nella repressione della lotta di liberazione del popolo palestinese (per esempio, aderendo all’insulsa proposta di far entrare Israele nella NATO), oppure invertire decisamente la rotta. Sostenere apertamente e concretamente il diritto dei Palestinesi ad uno Stato indipendente, sovrano e sicuro nei confini del 1967 con Gerusalemme est capitale; impegnarsi ad abrogare l’accordo di cooperazione militare con Israele; rispettare l’esito del voto palestinese ed allacciare da subito relazioni con il legittimo governo palestinese; schierarsi per la liberazione immediata dei prigionieri palestinesi, a cominciare dai leader popolari Marwan Barghouti e Ahmed Saadat; riconoscere il diritto al ritorno dei profughi palestinesi, piuttosto che stracciarsi le vesti per l’eventuale venir meno dell’identità etnico-religiosa della teocrazia ebraica, tanto cara al segretario del maggior partito della “sinistra” italiana: solo assumendo questi elementi minimi, uniti all’immediato ritiro delle truppe dall’Iraq, la sinistra italiana potrà riacquistare voce in capitolo nello scenario mediorientale. L’assenza di sostanziale discontinuità con la politica estera di Berlusconi e Fini e la conferma del legame privilegiato con Israele sarebbero una sciagura, perché agli occhi delle masse arabe e palestinesi confermerebbero l’inesistenza di ogni possibilità di dialogo e di amicizia e, in definitiva, fornirebbero un’ulteriore legittimazione ai teorici della guerra di civiltà, con tutte le conseguenze del caso.

Per tutti questi motivi, e per molti altri di cui non mancherà occasione di parlare, la manifestazione nazionale indetta per il prossimo 18 febbraio a Roma assume un rilievo politico eccezionale; in quell’occasione, il popolo della sinistra e della pace potrà far sentire la propria voce non solo ai governanti attuali, ma anche – e soprattutto – a quelli futuri, oltre a far giungere nelle case dei territori palestinesi occupati, dei campi profughi, dell’Iraq e di tutto il Medio Oriente l’immagine viva di un’Italia diversa da quella di chi la governa.   

 

Germano Monti


 

I documenti che seguono sono stati raccolti da Curzio Bettio, di Soccorso Popolare di Padova, che ringraziamo per l'utilissimo lavoro svolto

 

La vittoria di Hamas

 

by Uri Avnery (Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)

 

26 gennaio 2006

GlobalResearch.ca

 

DÉJÀ VU!

Se Ariel Sharon non si trovasse in coma profondo, sarebbe balzato fuori dal letto per la gioia. La vittoria di Hamas ha realizzato appieno le sue più ardenti aspettative. 

Infatti, per un anno intero aveva messo in atto ogni cosa possibile per delegittimare Mahmoud Abbas. La sua logica risultava assolutamente ovvia: gli Americani pretendevano che lui negoziasse con Abbas. Questi negoziati avrebbero inevitabilmente portato ad una situazione che lo avrebbe costretto a restituire quasi tutta la West Bank. Sharon non aveva alcuna intenzione di fare questo. Lui aveva di mira annettersi quasi metà del territorio. Quindi doveva sbarazzarsi di Abbas e della sua immagine moderata. 

Durante l’ultimo anno, la situazione dei Palestinesi è andata peggiorando di giorno in giorno. Le azioni degli occupanti rendevano impossibile una vita normale e le attività commerciali. Gli insediamenti nella West Bank continuamente si sono espansi. Il Muro che taglia quasi il 10% della West Bank è vicino al completamento. Non sono stati rilasciati prigionieri di qualche importanza. L’obiettivo era quello di inculcare nei Palestinesi che Abbas era un debole (“un pollo spennato”, così lo ha definito Sharon), che non poteva ottenere nulla, se non offrire la pace e far osservare un cessate il fuoco che non portava da nessuna parte. Il messaggio ai Palestinesi era chiaro: “Israele capisce solo il linguaggio della forza.”  Ora i Palestinesi hanno mandato al potere un partito che parla questo linguaggio.

Per quale ragione Hamas ha vinto?

Le elezioni Palestinesi, come quelle Tedesche, consistono di due fasi. Metà dei membri del Parlamento vengono eletti su liste obbligate di partito (come in Israele), l’altra metà viene eletta individualmente nei collegi elettorali. Questo ha dato ad Hamas un enorme vantaggio.

Nelle elezioni sulle liste di partito, Hamas ha vinto solo con una maggioranza ristretta. Questo potrebbe suggerire che per quanto concerne la linea politica generale, la maggioranza non si discosta molto da Fatah – due stati, pace con Israele.                                  Molti dei voti dati ad Hamas non hanno niente a che fare con la pace, la religione e il fondamentalismo, ma sono voti di protesta. L’amministrazione Palestinese, gestita quasi esclusivamente da Fatah, è minata dalla corruzione. L’”uomo della strada” sentiva che la gente in alto non si interessava di lui. Inoltre, Fatah veniva accusata della terribile situazione che era venuta a crearsi con l’occupazione.  Perciò, la gloria dei martiri e l’indomabile lotta contro l’esercito Israeliano, immensamente superiore, ha accresciuto la popolarità di Hamas.

Nelle elezioni individuali-distrettuali, la situazione di Hamas si è rivelata decisamente migliore. Hamas ha presentato candidati più credibili, non toccati dalla corruzione. La sua macchina di partito è stata ben superiore, i suoi membri molto più disciplinati. In ogni distretto, vi sono stati diversi candidati di Fatah che si sono contrapposti l’uno contro l’altro. Dopo la morte di Yasser Arafat, non vi è stato un leader tanto forte in grado di imporre l’unità. Marwan Barghouti, che forse avrebbe avuto l’incarico, è rinchiuso in una prigione Israeliana – un altro grosso regalo di Israele per Hamas.

Coloro che amano pensare a teorie di cospirazioni, possono affermare che tutto questo fa parte di un piano Israeliano contorto. Alcuni pensano anche che Hamas sia stata un’invenzione di Israele fin dalla sua creazione. Evidentemente, questa è una sregolata esagerazione. Comunque, resta il fatto che negli anni precedenti alla prima Intifada, l’organizzazione Islamista era il solo gruppo Palestinese che aveva praticamente libero movimento nei territori occupati.  La logica (Israeliana) andava in questo senso: Il nostro nemico è l’OLP, (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), gli Islamisti non possono sopportare la laica OLP e Yasser Arafat. Quindi, noi possiamo usarli contro l’OLP.                                                                                                                                           Inoltre, mentre tutte le organizzazioni politiche erano messe al bando, e anche i Palestinesi che lavoravano per la pace venivano arrestati per aver svolto attività politica illegalmente, nessuno andava a controllare quello che stava succedendo nelle moschee. “Finché costoro stanno pregando, non sparano”, questa era l’…innocente opinione del governo militare Israeliano.                                                                 Quando, alla fine del 1987, scoppiava la prima Intifada, questo si è dimostrato del tutto sbagliato. Veniva costituita Hamas, in parte per competere con i combattenti della Jihad Islamica. In breve tempo, Hamas divenne il cuore della rivolta armata. Ma, per quasi un anno, i Servizi di Sicurezza di Israele non sono entrati in azione contro di essa. Poi, la politica è cambiata e lo Sceicco Ahmed Yassin, il leader spirituale, venne arrestato.                                                                                                                                                                        Tutto questo è avvenuto più per stupidità che per calcolo. Ora il governo di Israele si deve confrontare con una leadership di Hamas, che è stata democraticamente eletta dal popolo. 

Ed ora, che cosa avverrà? Ebbene, un forte sentore di deja vu.

Negli anni Settanta e Ottanta, il governo di Israele dichiarava che mai avrebbe negoziato con l’OLP. Costoro erano terroristi. Costoro avevano uno statuto che invocava la distruzione di Israele. Arafat era un mostro, un secondo Hitler. E allora, mai, mai, mai … Alla fine, dopo molto spargimento di sangue, Israele e l’OLP  si riconoscevano vicendevolmente e venivano sottoscritti gli accordi di Oslo.

Ora stiamo ascoltando nuovamente la stessa canzone. Terroristi. Assassini. Lo statuto di Hamas invoca la distruzione di Israele. Noi non discuteremo mai, mai, mai con costoro. 

Tutto ciò cade a fagiolo per il Partito Kadima di Sharon, che apertamente si dichiara per l’annessione unilaterale dei territori (“Fissiamo unilateralmente i confini di Israele”). Questo aiuterà i falchi del Likud e del partito Laburista, il cui mantra è “noi non abbiamo alcun interlocutore per la pace”, che significa all’inferno la pace!  

Gradualmente, il tono cambierà. Da entrambe le parti, e anche gli Americani cadranno dall’alto del piedestallo. Hamas stabilirà di essere pronta a negoziare, e troverà qualche fondamento religioso per farlo. Il governo di Israele (probabilmente guidato da Ehud Olmert) si piegherà di fronte alla realtà e alle pressioni degli Americani. L’Europa dimenticherà i suoi ridicoli slogans. Alla fine, ognuno converrà che una pace, nella quale Hamas sia un interlocutore, è meglio di una pace con Fatah isolato. 

Preghiamo che non scorra troppo sangue prima che si arrivi a questo punto!                                                                                                

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Continua la denigrazione di Hamas sui principali quotidiani italiani.

Per Angelo Panebianco, in prima pagina sul Corriere della Sera, Hamas sarebbe un movimento razzista dato che odierebbe gli israeliani in quanto "ebrei".
 

 

 

http://www.corriere.it/edicola/index.jsp?path=PRIMA_PAGINA&doc=GENN
 
Che farà Hamas? Due scenari, pieni di pericoli

 

LE MASCHERE DEL FANATISMO
di ANGELO PANEBIANCO

 “La democrazia è una fragile scommessa. Può essere cancellata se la maggioranza degli elettori vota, democraticamente, per un partito di taglia-gole. Come accadde nel caso di Hitler. Stretti fra i «corrotti» (Fatah) e i «fanatici» (Hamas), i palestinesi hanno scelto questi ultimi. Sfortunatamente per loro, saranno i primi a pagare per aver dato il potere a un gruppo terrorista e razzista (che odia gli israeliani in quanto ebrei) e per il quale la distruzione di Israele non è un obiettivo modificabile in un meeting di partito, ma un dogma religioso che definisce l'essenza del movimento.”


Interessante la capacità di questa gente di raccontare balle.
Lasciamo perdere la questione di "razzista", che è una sciocchezza pura e semplice. Non che non ci siano arabi razzisti, come ci sono razzisti ovunque (ma sono razzisti verso quelli più sfigati di loro, come tutti i razzisti). Semplicemente, più si è musulmani "integralisti", meno si è razzisti, proprio come più si è comunisti o Testimoni di Geova in Italia, meno si è razzisti. Sia perché si tratta di ideologie universaliste, sia perché un tipo di identità più intellettuale tende a soppiantare le identità più viscerali.
A essere precisi, il vecchio statuto di Hamas non parlava di distruggere Israele, ma di uno stato palestinese unico. E fin qui si potrebbe dire che si tratta di una quisquilia terminologica.
Ma leggete qui, si tratta del Guardian di due settimane fa, cioè tempo sufficiente perché persino un giornalista del Corriere si informasse:

http://www.guardian.co.uk/print/0,3858,5372294-103681,00.html
 
Hamas cancella dal suo statuto la distruzione di Israele
· Il cambiamento avviene in vista delle elezioni Palestinesi

· Rimane l’impegno per la lotta armata

Chris McGreal da Gerusalemme

 

(Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)

 

Guardian, giovedì 12 gennaio 2006


Hamas ha cancellato dal suo manifesto programmatico la distruzione di Israele, in vista delle elezioni per il Parlamento Palestinese fra quindici giorni, una mossa che porta il gruppo più vicino alle posizioni palestinesi più correnti per la costruzione di uno stato dentro i limiti dei territori occupati. 
La fazione Islamista, responsabile di una lunga campagna di attentati suicidi e di altri attacchi contro Israele, invoca comunque ancora l’impegno per la lotta armata contro l’occupazione. Ma questo è un ritrarsi dallo statuto di Hamas del 1988, che domandava lo sradicamento di Israele e al suo posto l’insediamento di uno stato Palestinese.
Il manifesto programmatico non fa menzione della distruzione dello stato Ebraico ed invece assume una posizione più ambigua, affermando che Hamas ha deciso di competere alle elezioni, poiché desidera contribuire alla “formazione di uno stato indipendente, con capitale Gerusalemme”.

L’evidente cambiamento avviene in quanto Hamas si trova sotto pressione da parte del Presidente Palestinese, Mahmoud Abbas, e dei governi stranieri, perché accetti il diritto di Israele ad esistere e perché ponga fine alle sue violenze, se desidera essere accettata come interlocutore politico in una futura amministrazione.


Si prevede che il gruppo risulti il secondo partito più importante, dopo Fatah del Signor Abbas, nel prossimo Parlamento Palestinese. I sondaggi di opinione gli assegnano più di un terzo del voto popolare, grazie ad una campagna contro la corruzione endemica e la cattiva amministrazione di Fatah e il fallimento di questa a contenere la crescente criminalità, e grazie al preteso credito per avere costretto l’esercito di Israele e i coloni ad andarsene da Gaza.  

Comunque, il manifesto continua a dare enfasi alla lotta armata: “La nostra nazione si trova sul punto della liberazione nazionale, ed è giusto agire per riconquistare i nostri diritti e la fine dell’occupazione usando tutti i mezzi, compresa la resistenza armata”

 

Gazi Hamad, un candidato di Hamas nella Striscia di Gaza, ieri affermava che il  manifesto rifletteva la posizione del gruppo sull’accettazione di uno stato ad interim basato sui confini del 1967, ma lasciava la decisione finale a chiunque di riconoscere Israele per le generazioni future:
"Hamas dichiara che la fine dell’occupazione è la base per uno stato, ma allo stesso tempo Hamas non è ancora pronta a riconoscere il diritto all’esistenza di Israele.  Noi non possiamo abbandonare il diritto alla lotta armata, visto che i nostri territori nella West Bank e di Gerusalemme Est sono sotto occupazione. Quelli sono i territori per cui stiamo lottando per la loro liberazione.”

Ma il Signor Hamad ha dichiarato che la resistenza armata non è più di tanto la principale strategia di Hamas:

 “La politica è di mantenere la lotta armata, ma questa non è la nostra istanza prioritaria.  Noi sappiamo che prima di tutto dobbiamo impegnarci a risolvere i problemi interni, combattere la corruzione, il mercato nero, il caos. Queste sono le nostre priorità, poiché, se noi riusciamo a cambiare la situazione per i Palestinesi, allora la nostra causa diverrà più forte. 
Hamas sta studiando di imporre una nuova strategia politica con la quale tutti i raggruppamenti Palestinesi parteciperanno, non saranno dominati più da Fatah. Noi discuteremo la strategia del negoziato, come sia possibile condurre il conflitto con Israele, ma con metodi differenti.”  

 

Ghassan Khatib, un ministro del governo Palestinese e membro del partito laico “Popolo della Palestina”, ha dichiarato di credere che Hamas si stia sforzando davanti alla eventualità realistica di sedere in Parlamento, e di doversi dedicare ad un accordo negoziale con Israele: “Avere Hamas all’interno del sistema rappresenta uno sviluppo positivo, dato che devono rispettare le regole della maggioranza e le proposte dell’amministrazione di cui fanno parte, che comprendono la formazione di uno stato costruito sui confini del 1967. Passerà del tempo, ma Hamas non potrà avere più a lungo la sua milizia. Sarà unicamente una forza politica.” 

 

Ma l’establishment della sicurezza di Israele prevede che, se Hamas dovesse avere un buon risultato alle elezioni, questo pregiudicherebbe l’Autorità Palestinese ed inoltre minerebbe le prospettive per un accordo.  

Guardian Unlimited © Guardian Newspapers Limited 2006

 

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Hamas ha vinto: i nemici della giustizia e della pace in Palestina nello scompiglio.

di Manno Mauro

Gennaio, 26 01 06
Hamas ha vinto! E lo ha fatto in maniera strepitosa. Il popolo palestinese ha manifestato ancora una volta la sua volontà indomabile di resistenza e la sua sete di giustizia. E' fallito miseramente il piano sionista-statunitense, al quale si erano vergognosamente accodati i dirigenti della politica estera europea, di portare i palestinesi ad accettare la loro ghettizzazione e confinamento oltre il muro dell'apartheid e nel campo di concentramento di Gaza e ad accontentarsi di uno 'stato' senza diritti sull'8% della loro patria.

Era un piano ben congegnato ed era imperniato sui seguenti punti:

1)      Portare  gli storici dirigenti della resistenza palestinese ad accettare trattative per poter 'realisticamente' costruire un loro stato indipendente sul 22% del territorio della loro patria (Cisgiordania, Gaza, Gerusalemme Est). Il cosiddetto 'processo di pace' o 'processo di Oslo'. La condizione per intavolare le trattative era di 'accettare l'esistenza dello stato di Israele' e deporre le armi. Per questo furono organizzate elezioni nei territori occupati e fu eletta la direzione dell'ANP che doveva condurre le trattative. Per l'ANP queste dovevano essere basate sulle risoluzioni dell'ONU, per Israele dovevano essere cancellate.

2)      Lasciare che Israele conducesse le trattative con lentezza esasperante. Con mille rinvii. Con governi che cambiavano in continuazione, compreso il governo Netanyahu,  nato dall'assassinio della 'colomba' Rabin, e con il governo Sharon (poi diventato governo di unità nazionale), il quale era salito al potere con il programma dichiarato di voler affossare le trattative di Oslo. Nel frattempo lasciare che i vari governi israeliani, indifferentemente di destra o sinistra, continuassero a ritmi sostenuti la colonizzazione e l'esproprio. Una spinta che demoliva sul terreno le stesse 'trattative'. Alla fine non ci sarebbe stato nulla su cui trattare. Questa spinta è stata infine completata con la costruzione del muro per delimitare lo 'stato' palestinese e imprigionare i suoi abitanti.

3)      Sovvenzionare (USA, Europa) la dirigenza ANP e corromperla in modo da screditarla presso il popolo palestinese, staccarla dalle sue radici storiche, farne uno strumento malleabile e cedevole ai piani sionisti-statunitensi. Evitare che ci potessero essere altre elezioni democratiche palestinesi (dopo quelle all'inizio del 'processo di pace') in modo da poter lavorare su una direzione ANP sempre meno in rapporto col popolo e la sua resistenza. Di questo si sono occupati mirabilmente gli israeliani imponendo continui rinvii e favorendo la voglia di potere di alcuni dirigenti palestinesi.

4)      Mettere l'ANP sotto accusa per la sua corruzione, indebolirla e spingerla a dividere il popolo palestinese, tutto ciò con il ricatto che la trattativa non era conciliabile con la resistenza, per cui, compito principale dell'ANP era di 'combattere la violenza' e il cosiddetto terrorismo, cioè la resistenza popolare ai piani di Israele. Se l'ANP non lo avesse fatto, il rubinetto degli 'aiuti' sarebbe stato chiuso.

5)      A tutto questo Sharon aveva potuto facilmente aggiungere una sua novità (subito accettata da USA e Europa). L'impossibilità di trattare con un'ANP corrotta e incapace di combattere il 'terrorismo' o subdola al punto di non volerlo fare. Questo comportava anche l'assassinio, tramite avvelenamento, di Arafat, non disponibile a cedere completamente e la sua sostituzione con il molto più morbido Abu Mazen.

6)      Lasciare che l'esercito di occupazione israeliano intervenisse continuamente per eliminare (assassinare) con 'omicidi mirati' (assassini extragiudiziari) i dirigenti e i combattenti della resistenza (Hamas, FPLP, Comitati Popolari, Jihad Islamica).

7)      Fare in modo che la propaganda imperialista, e in particolare quella dei sionisti, nei Media occidentali continuasse a osannare trattative di pace inesistenti (non c'erano né trattative, né pace) e continuasse ad addebitarne la lentezza alla 'violenza palestinese', alla segreta e non dichiarata volontà di Arafat di 'distruggere lo stato ebraico'.

Negli ultimi tempi si è potuto vedere dove questo piano ha portato. Per i palestinesi era impossibile continuare in questo tragico andazzo. Le forze sane della società palestinese, i democratici e soprattutto la resistenza hanno imposto queste elezioni e hanno manifestato nel modo che abbiamo visto, e che sarà certamente di portata storica  per tutto il Medio Oriente, la loro volontà di farla finita con l'INGANNO  DEL 'PROCESSO DI PACE'.

Israele, gli USA, l'Europa sono nello scompiglio. L'unica cosa che sanno dire è che queste elezioni porteranno un colpo mortale al 'processo di pace'. Ma quale processo di pace? Dove sta la pace? E cosa hanno dato ai palestinesi, oltre dieci anni di trattative? Israele ha avuto tutto e anche di più, i palestinesi nulla e anche di meno. Il popolo palestinese, il più oppresso della terra, non ha libertà, non ha benessere, non ha pace e sta perdendo l'ultimo suo lembo di terra.                             Ma adesso la musica cambierà.

Hamas e i suoi alleati, le forze della resistenza, rappresentano la volontà incorrotta e incrollabile di farla finita con l'ipocrisia occidentale.

Adesso Israele, che già dice di non voler trattare con i 'terroristi', cioè con chi resiste all'occupazione e all'ingiustizia criminale sionista-statunitense, vede fallire i suoi piani e dovrà decidere se vuole almeno un periodo di pace, cedendo tutti i territori occupati, o vuole confrontarsi con un governo palestinese deciso a resistere anche con le armi ad ogni sopruso.

Ma si dice: Hamas non accetta il diritto di Israele ad esistere. Cosa terribile apparentemente! E allora cosa dicono gli ipocriti sostenitori della democrazia in Medio Oriente? Pensano, ma non lo dicono, che forse era meglio quando c'era un'ANP che governava in modo assoluto (da più di dieci anni) senza rendere conto al popolo attraverso elezioni. Si arrampicano sugli specchi e 'sperano' che il nuovo governo palestinese saprà 'essere realista', si renderà conto dei 'rapporti di forza', 'rinuncerà al 'terrorismo', alla 'lotta armata', cioè alla resistenza.

Il primo a dire una cosa del genere è stato quel servo sciocco degli USA che è diventato l'indegno segretario dell'ONU Kofi Annan. "La democrazia non si concilia con la violenza".

A ruota lo ha seguito la Condoleezza Rice (in realtà vera ispiratrice, con telefonata diretta, della dichiarazione del Segretario ONU), poi è venuto Jack Straw, 'l'uomo di paglia' per chi sa l'inglese.

Ma che sciocchezze! Le 'democrazie' occidentali possono usare la violenza e la guerra per invadere l'Iraq, farci il bello e il cattivo tempo, causare 200.000 o

300.000 morti, ma i popoli oppressi non possono resistere all'occupazione ed eleggere al governo chi si fa carico di portare avanti la resistenza? Non è democratico! Le 'democrazie' occidentali, oltre all'Iraq, possono invadere l'Afghanistan, metterci un governo di marionette, possono bombardare per due mesi la Serbia, possono intervenire 'umanitariamente', ma con le armi, nella ex Jugoslavia, in Kosovo, a Granada, possono intervenire con la sovversione e con il potere del denaro in Georgia, in Ucraina e dappertutto, possono minacciare e  possono pure ... finanziare Abu Mazen in occasione di queste ultime elezioni palestinesi.

E gli israeliani non sanno forse conciliare egregiamente da sempre la loro 'democrazia' da apartheid con un continuo uso della violenza? Che ci facevano nel 1956 i carri armati con la stella di Davide in Egitto, durante una guerra che non li riguardava, visto che era la guerra per Suez che opponeva Egitto da una parte e le due potenze coloniali di allora, Francia e Inghilterra? Che ci faceva la 'democrazia' israeliana in Libano nel 1982, quando quel paese fu invaso, sebbene non avesse attaccato nessuno? Invasione che causò decine di migliaia di vittime e le orribili stragi di Sabra e Chatila. E come può la logica occidentale della democrazia spiegare la violenza quarantennale di Israele nei territori occupati?

Ipocrisia e ancora ipocrisia. La verità è che, per gli imperialisti, la violenza e la guerra, se fatte dall'Occidente e da Israele, sono 'autodifesa', 'intervento umanitario' e 'democratico', mentre la resistenza di Hamas e degli oppressi è 'terrorismo'.

E adesso l'Occidente minaccia di chiudere i cordoni della borsa. Comunque non sarà un problema; di questo denaro di Giuda i palestinesi possono fare a meno, non serve più. D'altra parte esso serviva a corrompere i dirigenti ANP e neanche un soldo giungeva nelle mani del popolo palestinese, il quale non ha visto migliorare in nulla le sue condizioni di vita. Oltre a corrompere, il denaro americano e europeo serviva a pagare la polizia palestinese per reprimere la resistenza e per difendere, non la popolazione oppressa dalla criminale violenza degli occupanti, ma serviva per difendere le colonie degli integralisti sionisti dalla collera della resistenza popolare. Quei denari erano funzionali al gioco  di Israele.

Adesso la vittoria di Hamas e delle forze popolari ha buttato i nemici dell'umanità nello scompiglio. Era prevedibile. I segni della tempesta, per chi voleva capire, c'erano tutti. Durante la campagna elettorale, nella stessa ANP, contro Abu Mazen, si era schierato un settore consistente intorno a Marwan Barguti, segregato in una prigione israeliana perché era alla guida dei palestinesi dell'OLP che si opponevano ai cedimenti. Era stato opportunamente, dal punto di vista israeliano s'intende, messo fuori combattimento per lasciare soli nell'ANP coloro che erano pronti a collaborare e per togliere un importante alleato ad Arafat.

Ma ora Hamas ha vinto e, pur avendo ottenuto la maggioranza assoluta, formerà un governo di unità nazionale, un governo forte e pronto a lottare in tutte le forme per l'indipendenza e la libertà dei palestinesi. Un altro tassello è andato in porto per minare il progetto americano-sionista del 'Gran Medio Oriente'. Le forze democratiche e antimperialiste del mondo se ne rallegrano.

L'accusa rivolta ad Hamas di voler 'distruggere Israele', nella sostanza è falsa pur contenendo una piccola parte di verità. Per la propaganda occidentale, voler 'distruggere Israele' equivale a voler un nuovo olocausto o a voler 'buttare a mare' tutti gli ebrei di Palestina. Questa è una menzogna.

In una recente intervista, a Silvia Cattori, pubblicata da Réseau Voltaire (Voltairenet.org), Moshir al-Masri, dirigente di Hamas, afferma: "Per quanto riguarda il rifiuto dell'esistenza di Israele e il rifiuto degli ebrei in Palestina, permetteteci di fare una distinzione tra gli ebrei in quanto tali, cioè i seguaci di una religione che noi rispettiamo e con i quali abbiamo in comune una storia onorevole che attraversa tutta la storia musulmana, e una occupazione presente sul nostro territorio. Il problema non è con gli ebrei. Noi diamo il benvenuto agli ebrei che vogliono vivere con noi; si tratta in realtà di un atteggiamento permanente che notiamo in tutta la storia dell'Islam, fin dal tempo del Profeta Maometto. No, il problema è che c'è un'occupazione che pesa sulla nostra terra. Il nostro problema è quindi con questa occupazione. (..). Si fanno delle affermazioni, riguardanti Hamas, secondo le quali questo movimento cercherebbe di 'buttare gli ebrei a mare'. Sono affermazioni false e infondate. Rispettiamo il Giudaismo in quanto religione e gli ebrei in quanto esseri umani. Ma viceversa, non rispettiamo una occupazione che ci caccia dalle nostre terre ed esercita contro di noi tutte le forme di aggressione, con le armi più atroci, utilizzate contro il nostro popolo palestinese".

Una cosa sono gli ebrei in quanto esseri umani, un'altra uno stato 'per soli ebrei', uno stato di apartheid che caccia i palestinesi dalla loro terra.

Hamas propone quindi uno stato unitario, in cui ebrei e palestinesi vivano in pace. E' chiaro. La piccola parte di verità consiste in questo: che si vuole distruggere uno stato di apartheid, non gli abitanti ebrei di esso. 

Ma Israele, gli USA e l'Europa vogliono, o meglio esigono, che Hamas e i palestinesi riconoscano Israele come stato ebraico, riconoscano lo 'stato' espansionista dei soli ebrei sulla terra palestinese.

Questa pretesa non si trova neanche nelle risoluzioni dell'ONU, anzi nella risoluzione n° 194 (dicembre 1948) è previsto il ritorno dei profughi palestinesi (750.000 persone nel 1948) nelle loro case e nelle loro terre. E allora addio 'stato per soli ebrei'! Si noti l'ipocrisia occidentale su questo punto: nella risoluzione 273 (maggio 1949) l'ONU si dichiara pronta a riconoscere lo stato d'Israele se esso applicherà le risoluzioni precedenti. Ma Israele non ha MAI applicato la risoluzione 194. Anzi le 'trattative' di Oslo dovevano servire a 'risolvere il problema dei profughi', cioè a cancellare il loro diritto al ritorno, a cancellare la risoluzione 194, sempre per conservare lo stato per soli ebrei, lo stato razzista di apartheid.

Hamas è quindi dalla parte del diritto internazionale, oltre che dalla parte del sacrosanto diritto che ogni popolo ha di resistere ad un'occupazione. Sono gli USA, Israele e l'Europa che sono dalla parte del torto e sono contro lo stesso diritto e le stesse risoluzioni che a suo tempo votarono.

 

Dopo la schiacciante vittoria delle forze popolari in Palestina, a noi antiimperialisti in Occidente spetta il compito di denunciare la propaganda  e i piani di Israele e dei suoi alleati; di mettere in rilievo le loro contraddizioni.

Dobbiamo sottolineare che l'Occidente ha imboccato un tunnel senza uscita, a causa dell'appoggio incondizionato al sionismo. Dobbiamo appoggiare la resistenza. Rinunciamo infine, per una volta, a quella pretesa, che ha tanta parte del movimento antimperialista, di voler dettare la politica ai popoli che lottano per la loro libertà. Questa parte del movimento è spaventata da Hamas perché è un partito islamista.

Ogni popolo si sceglie i propri dirigenti e noi dobbiamo badare alla sostanza della loro lotta. La sostanza è che la lotta di Hamas  è una lotta per la libertà e l'indipendenza e noi dobbiamo appoggiarla incondizionatamente. I presuntuosi del movimento pacifista e antimperialista stiano attenti a non ripetere errori gravi commessi nel passato, altrimenti si finisce per sostenere governi fantoccio filoimperialisti solo perché sono 'laici' e occidentalizzanti, ma oppressori dei loro popoli.
Anche il sionismo è una forza 'laica' (almeno formalmente) e 'occidentale', ma opprime e aggredisce. Anche il governo di Mubarak è 'laico' e 'occidentale' ma è reazionario e sottomesso all'imperialismo statunitense.

 I veri militanti antimperialisti capiscono che la situazione in Medio Oriente sta, oggi, rapidamente evolvendo a favore dei popoli oppressi, i quali hanno bisogno del nostro aiuto. Diamoglielo!!

 

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HAMAS: CHI SIAMO E PER COSA COMBATTIAMO
 

intervista a Moshir Al Masri, portavoce di Hamas a Gaza.
di Silvia Cattori, 20 gennaio 2006. 

Fonte : *voltairenet.org

Moshir Al Masri risponde in maniera quanto mai limpida ad una serie di domande che oltre a mettere in luce la drammatica situazione del popolo palestinese, le malefatte e le angherie dell'ANP e dell'Autorità palestinese, espone la linea politica e la strategica di Hamas. Indispensabile dunque per capire il vero significato delle decisive elezioni svoltesi il 25 gennaio. Ci pare particolarmente importante diffonderlo, anche in previsione dell'intensificazione della campagna di satanizzazione di questo movimento e di un intero popolo. Ci auguriamo che tutti quanti hanno a cuore la causa palestinese lo facciano circolare nella rete.


  Silvia Cattori : Dopo l'assassinio di Sheikh Yassin, il leader spirituale di Hamas, nel 2004, le autorità israeliane hanno giustificato la sua liquidazione sostenendo che si trattava del Bin Laden palestinese. Hanno diffuso l'idea che il movimento islamico Hamas fosse collegato ad  Al Quaida. All'estero, quando i giornalisti parlano di Hamas, è in genere per presentare i suoi membri come « terroristi », e non come resistenti. Vi si rimprovera di aver rifiutato il processo di Oslo. E' largamente diffusa l'idea che « Hamas non accetta l'esistenza d'Israele, che nessun ebreo potrà restare in Palestina e che ogni ebreo è un bersaglio che deve essere eliminato ». Cosa rispondete a chi vi accusa di voler  « gettare gli ebrei a mare »  e di rifiutare « il diritto di esistere di Israele »? Potete precisare la vostra posizione politica su questi punti ?

  Moshir Al Masri : Innanzitutto, permettetemi di ringraziare tutti i giornalisti stranieri che condividono le sofferenze e la tristezza del popolo palestinese, che hanno una coscienza umana, che comprendono l'ingiustizia che pesa sul nostro popolo e lo difendono. Grazie a tutti i giornalisti, uomini e donne, che compiono la loro missione professionale in maniera obiettiva e fedele, senza pregiudizi filo israeliani.

  Per quanto riguarda il rifiuto dell'esistenza d'Israele e il rifiuto della permanenza degli ebrei in Palestina, permetteteci di distinguere tra gli ebrei in quanto tali, cioè in quanto seguaci di una religione, che noi rispettiamo e con cui abbiamo condiviso una storia onorevole attraverso la storia islamica, e l'attuale occupazione sul nostro territorio. Il problema infatti non è un problema con gli ebrei. Noi porgiamo il benvenuto agli ebrei che vogliono vivere con noi; questo è un atteggiamento permanente che constatiamo lungo tutta la storia dell'Islam, già compresa l'epoca del nostro Profeta, Muhammad. No, il problema è che c'è un'occupazione che grava sul nostro territorio. Di conseguenza, la nostra resistenza è legale, in virtù di tutte le leggi e i regolamenti internazionali. D'altronde, la quasi totalità delle rivoluzioni nel mondo hanno avuto il fine di cacciare un occupante dal loro territorio. Questo fu il caso nel cuore dell'Europa e in America e, di conseguenza, noi abbiamo il diritto di difenderci e di cacciare l'occupante dal nostro suolo. Ci sono accuse contro il movimento di Hamas, secondo cui questo movimento cercherebbe di  « gettare gli ebrei a mare  ». Queste sono affermazioni false e infondate. Noi rispettiamo il giudaismo come religione e gli ebrei come esseri umani. Invece, noi non rispettiamo un'occupazione che ci caccia dalle nostre terre e che pratica contro di noi ogni forma di aggressione, adoperando le armi più atroci, utilizzate contro il nostro popolo palestinese. Ne deriva che non si può accettare la presenza di questa occupazione. Permettetemi di darvene un esempio: se un uomo possiede una casa e qualcuno viene a occupare quella casa, e se poi il ladro accetta al massimo di concedere una piccola parte di quella casa al suo legittimo proprietario, nel corso di quelli che lui stesso chiama  « negoziati », dicendogli : « tutto il resto mi appartiene », qualcuno potrebbe accettare una simile situazione? E' accettabile essere cacciati dalla propria casa e poi riconoscere che la casa appartiene a colui che gliel'ha rubata? E poi andare sul mercato e negoziare con il ladro per tentare di recuperare una piccola stanza e sopportare i suoi tentennamenti? E quanto più, se il ladro uccide i vostri figli, spezza le vostre culture e distrugge le basi stesse con cui ti guadagni da vivere? No. Nessuna religione accetta questo. Nessuna persona dotata di ragione.

  S.C. - Alla fine del 2002, quando ho incontrato il dott. Rantissi voi non eravate ancora costretti a vivere nascosti. Dopo il 2003, le cose si sono fatte molto più dure: Hamas è stato messo sulla lista nera delle organizzazioni «terroristiche» ; c'è stato l'assassinio del dott. Rantissi e di centinaia di altri quadri importanti. Come prendete il fatto che nessuna istanza, nessuno stato occidentale, prenda in considerazione la gravità delle violazioni di legalità compiute da Israele, e vi tratti come  un nemico? Che nel caso d'Israele, che si fa beffe dei principi della giustizia e della vita umana, che ha violato oltre 65 risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, il diritto internazionale non viene applicato ?

  Moshir Al Masri : Per quanto riguarda la classificazione di Hamas tra i movimenti  «terroristi», risponderò che certamente tale qualifica non è né fondata né ammissibile: Hamas pratica una resistenza onorevole ed equilibrata. Dire di Hamas che si tratterebbe di un movimento «terrorista» è inaccettabile. Noi non siamo «terroristi», noi non predichiamo l'omicidio, non rubiamo la roba d'altri e noi non siamo gli occupanti, che io sappia, per venire qualificati così ?!? Noi ci difendiamo contro le incursioni, contro gli arresti, contro gli omicidi mirati, contro l'utilizzo da parte di Israele delle armi più crudeli per colpire senza pietà e arbitrariamente i civili. Noi abbiamo il diritto di difenderci. Ma è evidente che gli Stati Uniti prendono apertamente la parte d'Israele. E poi c'è anche questa debolezza dell'Europa rispetto alla posizione americana. Noi non possiamo fare a meno di constatare che ne deriva una connivenza europea con Israele, fondata sull'allineamento filo israeliano dell'amministrazione americana. Noi facciamo appello ai cittadini di tutto il mondo affinché riesaminino la natura del conflitto palestino-sionista e a comprendere, davanti alla tregua che noi abbiamo osservato e che gli israeliani hanno violato, che il problema non è dalla parte del popolo palestinese, non è dalla parte della sua legittima Resistenza, ma piuttosto dalla parte dell'aggressione di cui il nostro popolo è vittima.

  S.C. - Al minimo atto di resistenza non violenta o violenta, Israele vi manda i suoi bombardieri. Voi non potete ignorare che vi provocano per farvi passare dalla parte del torto, e quindi giustificare l'uso della forza agli occhi del mondo. Contro il dominio d'Israele, cui gli stati internazionali danno carta bianca per massacrarvi, non è un suicidio voler rispondere con le armi?

  Moshir Al Masri: Per quanto riguarda ciò che è costume chiamare «l'equilibrio delle forze», permettetemi di insistere sul fatto che ogni paese occupato, da quando lotta contro un'occupazione militare, non gode certamente di un rapporto di forze favorevole. Altrimenti, se le forze fossero equilibrate, l'esercito occupante non potrebbe mantenere la propria occupazione del paese in questione e del suo popolo per un minuto in più. Chiaramente, le forze sono totalmente squilibrate, e noi siamo deboli. Ma siamo deboli nella misura in cui ci mancano le armi, e non certamente nella nostra determinazione e volontà di tenere testa alle armi ultramoderne e sofisticate israeliane. Noi abbiamo la volontà delle montagne. Abbiamo il diritto dalla parte nostra, e noi siamo pronti a sacrificare tutto, dico tutto, per recuperare il nostro diritto usurpato e violato. Di conseguenza, è verosimile che riusciremo a creare questo equilibrio di forze a poco a poco. Tra l'inizio e la fine, l'Intifada ha cambiato tattica militare, passando da un tipo di azione a un altro, per essere in grado di portare colpi al nemico e di fermare la sua permanente aggressione contro il nostro popolo. 

  S.C. - Quale è stata la politica di Yasser Arafat verso Hamas? E qual’è oggi quella di Abu Mazen?

  Moshir Al Masri: La politica verso il movimento Hamas dello scomparso presidente Abu Ammar [Yasser Arafat] - che Dio lo accolga nella Sua misericordia ! - è stata una politica fluttuante, che cambiava da un momento all'altro. Una cosa è certa: nel 1996, l'Autorità Palestinese ha condotto una politica di arroganza e arbitrarietà verso Hamas; ha gettato in carcere i suoi militanti e dirigenti, fino a imporre gli arresti domiciliari a Shaykh Ahmad Yassin. Siamo stati pazienti, abbiamo superato le nostre ferite. Non per debolezza, ma per rispetto per il sangue palestinese e per conservare l'unità nazionale. Al contrario, ci sono stati periodi in cui il rapporto tra Hamas e il presidente Abu Ammar era un rapporto solido: c'è stata un'interazione. Questo rapporto, si vede, non era monocolore: al contrario, ha assunto numerosi colori diversi, dei più vari. Per quanto riguarda, stavolta, i nostri rapporti con il presidente Abu Mazen [Mahmud Abbas]: fino a oggi, il presidente Abu Mazen si è dimostrato un uomo debole. Noi ci siamo trovati d'accordo con lui su molti punti, ma le decisioni prese non sono state tradotte concretamente sul campo, e fino ad ora, è impossibile fare una vera valutazione della sua politica. Da una parte, perché l'esperienza non è abbastanza lunga da permettere tale valutazione, ma soprattutto, d'altra parte, perché Abu Mazen non ha mai realmente applicato alcun progetto sull'arena politica palestinese, per quanto possiamo giudicare.

  S.C. - Oltre 650.000 palestinesi sono passati per le carceri israeliane, e molti di loro hanno subito torture traumatizzanti. In Israele, ci sono al momento 9.200 prigionieri palestinesi. Come sapete, gli agenti dello Shabak adoperano tecniche sofisticate per degradarli, umiliarli, trasformarli in collaborazionisti. Ci si può meravigliare del fatto che l'Autorità Palestinese non ha chiesto con maggiore insistenza la liberazione dei prigionieri, come premessa a ogni negoziato! Centinaia di militanti di Hamas e della Jihad sono stati arrestati nel corso degli ultimi mesi in Cisgiordania. Questi arresti e questi assassini avrebbero potuto avere un successo così massiccio, senza la collaborazione dei servizi di sicurezza palestinesi con lo Shin Beth?

  Moshir Al Masri: Per quanto riguarda gli arresti e gli omicidi  «mirati», bisogna sapere che non avrebbero mai potuto aver luogo senza la collaborazione dei servizi di sicurezza palestinesi con lo Shin Bet. Noi affermiamo che vi è stato un patto, per cui l'Autorità palestinese si è legata le mani davanti al nemico palestinese e che secondo i termini di questo patto, vi è stato un coordinamento nel campo della sicurezza, che ha posto il campo palestinese in un impasse terribile e con dissensi interni. Gli assassini, la caccia all'uomo, gli arresti domiciliari ai militanti, ai danni dei  dirigenti di Hamas, sono stati possibili solo in virtù di questa collaborazione tra i responsabili della sicurezza israeliani e quelli palestinesi. Per quanto riguarda gli omicidi mirati e gli arresti, è evidente che esiste tutta una rete di traditori, che vanno e vengono liberamente in Palestina. Sono loro che giocano un ruolo essenziale e diretto nelle operazioni israeliane di eliminazione. Lo stesso vale per le incursioni e le perquisizioni. Purtroppo, l'Autorità Palestinese non è stata all'altezza delle sue responsabilità, in questo campo, e noi non abbiamo voluto assumerci i compiti di ordine pubblico, per non creare dissensi nel campo palestinese, e anche perché non si potesse dire che noi saremmo uno stato nello stato. Noi non dirigiamo le nostre armi che contro quelli che ci aggrediscono, e spetta alla giustizia palestinese prendere le proprie responsabilità e risolvere ogni problema interno. E' evidente che l'Autorità Palestinese si è legata le mani da sola, firmando accordi che ci proibiscono di perseguire i traditori che praticano l'omicidio dei nostri concittadini, e indicando alle forze di occupazione i luoghi in cui si nascondono i [resistenti] palestinesi ricercati, che essi cercano per arrestare o ancora più spesso, per  assassinarli.

  S.C. - Sembra che l'Autorità Palestinese, dopo aver messo il proprio popolo in una situazione impossibile -invitandolo a cessare la lotta armata prima ancora della liberazione nazionale- e dopo aver firmato con Israele dei trattati «tra due parti», abbia fatto sparire il termine «nemico israeliano» dal proprio vocabolario. Recentemente, anche il «Diritto al ritorno» è stato rimosso dal vocabolario dei dirigenti palestinesi, che adesso parlano di una «soluzione al problemi dei profughi» ma non di un diritto. Durante questo periodo, il denaro si è riversato a fiumi nelle casse di Abu Mazen. E' un caso? Questo denaro non è forse destinato a comprare tutta una élite politica e una classe media suscettibile di rinunciare alla lotta nazionale di liberazione? Qual è oggi la posizione di Hamas nei confronti dell'Autorità Palestinese?

  Moshir Al Masri: Per quanto riguarda la modifica della terminologia e dell'uso, o del divieto, dell'espressione «nemico israeliano», l'Autorità Palestinese ha operato di concerto con il nemico israeliano, in virtù di un accordo di sicurezza concluso tra di loro, per fare sparire molti concetti e cercare di cancellarli dallo spirito di diverse generazioni di palestinesi. Ma la benedetta Intifada di al-Aqsà ha riportato queste definizioni e questi concetti all'ordine del giorno, in una maniera ancora più forte di prima, e questo grazie soprattutto alle azioni dell'occupante, fatte dei più orribili crimini e massacri perpetrati contro i figli del nostro popolo. Sì, esiste una notevole debolezza nell'azione dell'Autorità Palestinese, e sotto molti punti di vista. E, guarda il caso, sono questi responsabili che vogliono cambiare il vocabolario. Ma le definizioni del popolo non sono quelle dei rappresentanti dell'autorità.Lo stesso vale per il Diritto al ritorno dei profughi palestinesi. Quando un responsabile palestinese parla di  «risolvere il problema dei profughi», ci si può vedere una concessione esorbitante, proveniente da quella parte. Noi parliamo qui dei milioni dei figli del nostro popolo che sono esiliati, scacciati, sparpagliati nella quasi totalità dei paesi del mondo e che hanno il diritto di ritornare a casa loro, alle loro terre, alla loro patria da cui sono stati cacciati con la forza. Questi sono i termini che usano il popolo e i combattenti. Quello che dicono certi rappresentanti palestinesi non è rappresentativo dell'insieme dei palestinesi.

  S.C. - La Conferenza per il «Diritto al ritorno» che si è riunita a Nazareth nel dicembre del 2005, ha messo in guardia coloro che vogliono imporre il riconoscimento dello Stato d'Israele in quanto stato ebraico e rimuovere il Diritto al ritorno. Questo diritto resta per voi «un diritto inalienabile» che niente potrà rimettere in discussione?

  Moshir Al Masri: Per quanto riguarda l'imposizione di un riconoscimento arabo e palestinese dello stato d'Israele in quanto stato ebraico e il riconoscimento del fatto compiuto, io penso che tale riconoscimento dello stato d'Israele sia estremamente pericoloso, perché significa l'abbandono del diritto palestinese, e questo significa che la politica del fatto compiuto si è imposta definitivamente al mondo arabo-musulmano. Noi accogliamo a braccia aperte gli ebrei in quanto tali, ma non accogliamo a braccia aperte  un'occupazione che  schiaccia la nostra terra e il nostro popolo. Come ho già detto, noi non possiamo accettare di essere cacciati da casa nostra, dalle nostre case, dalle nostre terre, dopo di che torniamo a prendere possesso di una parte di quelle terre e riconosciamo al ladro la proprietà di tutto il resto, dicendo che questo gli spetta di diritto e consacrando questo diritto davanti al mondo intero. Ecco perché noi, di Hamas, mettiamo in guardia tutte le parti contro le conseguenze terribili che avrebbe il fatto di cadere nella trappola israeliana che consiste nel consacrare la politica israeliana dei fatti compiuti.

  S.C. - L'Autorità Palestinese ha puntato tutto sulla creazione di uno Stato palestinese indipendente. Ma i palestinesi sono pronti ad accettare uno stato sull'8 % dei territori storici, per regolare così tutti i torti causati da Israele dopo il 1948? Uno stato unico in cui gli ebrei e i non ebrei vivano con diritti uguali non sarebbe una soluzione più equa ?

  Moshir Al Masri: Ci tengo a dire che il movimento Hamas crede alle soluzioni per  tappe, ma non alle soluzioni basate sulle concessioni. E' questo che aveva affermato lo Shaykh Yassin, fondatore e dirigente di Hamas, più di quindici anni fa. Egli aveva detto : «Noi possiamo accettare la creazione di uno stato in Cisgiordania, nella striscia di Gaza e a Gerusalemme Est, con il ritorno dei profughi e la liberazione di tutti i prigionieri. Allora potremo firmare una tregua di lunga durata, per dieci anni se occorre, o anche di più».

Ma è chiaro che il nemico sionista vuole perpetuare la sua occupazione. Prova ne sia che Sharon, dopo aver venduto il ritiro da Gaza come una «dolorosa concessione», ritorna a Gaza uccidendo e bombardando, e ritorna al nord della striscia di Gaza per crearvi una terra di nessuno. E' chiaro: non conosce altra lingua che quella dell'occupazione. Non  sa cosa voglia dire una tregua, come mostra la sua violazione della tregua attuale, e non conosce la lingua della pace. Non conosce altro che la lingua del crimine e del terrore contro il nostro popolo.

Di conseguenza, confermiamo la nostra adesione a soluzioni per tappe, ma in cambio, non riconosceremo l'occupazione del nostro territorio. Ecco perché il resto del mondo dovrà riunirsi per mettersi al fianco del nostro popolo dolente e martoriato, il cui territorio è occupato, i cui luoghi sacri sono violati e i cui figli sono le vittime della peggiore aggressione. Quanto alla creazione di uno stato che riunisca ebrei e  palestinesi, noi abbiamo sempre affermato -ma io lo voglio riaffermare ancora una volta- che noi abbiamo convissuto durante tutta la storia islamica con gli ebrei che, in quanto dhimmi, nello stato musulmano, godevano degli stessi vantaggi ed erano soggetti agli stessi obblighi nostri; facevano parte della nostra patria. Di nuovo: il problema non è con gli ebrei. L'unico problema che noi abbiamo è con l'occupazione israeliana.

  S.C. - Dopo il ritiro dei coloni da Gaza, la comunità internazionale ha considerato questo ritiro come un passo verso la pace. Ora, dove è la pace? Il vostro movimento afferma che Gaza è stata liberata. Ora, quelli che l'hanno visitata recentemente hanno riferito che il milione e mezzo di  palestinesi che vi abitano si trovano sotto il controllo assoluto d'Israele; una sorveglianza e una coercizione che cresceranno ancora a causa della costruzione da parte di Israele della triplice barriera munita di mitragliatrici telecomandate, di monitor elettronici ed ottici. Piuttosto che parlare di liberazione, perché non denunciare il fatto che gli abitanti di Gaza sono murati dietro barriere, in un campo di concentramento?

  Moshir Al Masri: Sì. È chiaro che ciò che Sharon ha voluto vendere è una menzogna. In effetti, il ritiro da Gaza non è un vero ritiro, né un ritiro totale. Israele continua ad occupare lo spazio aereo di Gaza: i suoi aerei non smettono di sorvolare Gaza, i bombardamenti continuano e gli attacchi simulati, così come gli omicidi mirati dall'aria, per mezzo di velivoli senza pilota e di missili. Lo stesso vale per l'accerchiamento terrestre e marittimo, compreso il punto di passaggio di Rafah, che è l'unica uscita rimasta al popolo palestinese che vive nella striscia di Gaza: è piena di telecamere, ci sono commissioni di sicurezza miste che interrogano tutti coloro che entrano dentro la striscia di Gaza o ne escono, anche se non c'è più una presenza militare israeliana effettiva. Ne consegue che viviamo in un'immensa prigione, e che il  nemico israeliano non ha fatto alcuna concessione. Si è ritirato da Gaza solo sotto i colpi della Resistenza: lui stesso ha riconosciuto che non si può più sopportare il peso in termini di sicurezza che ricadeva sulle sue spalle a causa dell'occupazione della striscia di Gaza, in particolare nelle colonie, grazie ai colpi della Resistenza palestinese, nonostante i mezzi rudimentali di cui disponeva quest'ultima, che pure è riuscita a colpire il nemico israeliano infliggendogli una dura lezione e insegnandogli che la terra palestinese non sopporta più di essere occupata da Israele.

  S.C. - Al contrario dell'ANC in Sudafrica, né Arafat né Abu Mazen hanno mai fatto appello al boicottaggio internazionale, o alla lotta civile, o a sanzioni punitive contro Israele. Lo stesso presidente dell'università palestinese Al Quds ha protestato contro il boicottaggio delle università israeliane lanciato da alcuni inglesi. Come spiegate una tale sottomissione a Israele, quando i palestinesi si aspettano che le proprie autorità difendano la loro causa?

  Moshir Al Masri: E' chiaro che l'Autorità Palestinese imbocca una deriva pericolosa e che certi suoi dirigenti si accasciano sulle proprie poltrone. Sono pronti a far ogni concessione possibile e immaginabile. E' di questo che ci siamo resi conto, con il genere di accordo che hanno firmato: non c'era una posizione solida dell'Autorità Palestinese che fosse in grado di mettere fine all'aggressione sionista contro il popolo palestinese. Il discorso dominante era quello delle concessioni: è questo linguaggio delle concessioni che si è imposto per la maggior parte del tempo, a un punto tale che il presidente di un'università palestinese ha osato protestare, e in questo avete pienamente ragione, contro il boicottaggio delle università israeliane, come se vivessimo alla pari di Israele, dimenticando totalmente il nostro sangue versato, la confisca delle nostre terre e la messa sotto occupazione di tutte le possibilità per il popolo palestinese! Sì, purtroppo, esiste la sottomissione dell'Autorità all'amministrazione israeliana, in cambio di non-concessioni israeliane verso l'Autorità. E questo, perché l'Autorità si è lasciata legare mani e piedi da accordi da cui non può uscire, nel momento stesso in cui Sharon e i suoi compari negano gli stessi accordi, dichiarando che gli accordi di Oslo non hanno più esistenza pratica, sul terreno.

  S.C. - I parlamentari europei -di sinistra e di destra- hanno votato nel 2004, a grande maggioranza, una risoluzione chiamata "Pace e Dignità in Medio Oriente" che esige che l'Autorità Palestinese conduca una lotta contro gli atti di terrorismo. Questa risoluzione: «ribadisce la sua ferma condanna, così come il rifiuto, di ogni atto di terrorismo commesso da organizzazioni terroristiche palestinesi contro il popolo israeliano ed esige che  l'Autorità Nazionale Palestinese conduca una lotta senza quartiere contro tali atti di terrorismo, fino allo smantellamento totale di tali organizzazioni»; «.dichiara espressamente che il terrorismo palestinese, siano le sue vittime civili o militari, non solo è responsabile di numerose vittime innocenti, cosa che lo rende ancora più condannabile, ma in più nuoce gravemente al processo di pace che si cerca di riprendere ». Cosa dite all'Europa?

  Moshir Al Masri: Per quanto riguarda i «terroristi», e l'affermazione secondo cui la Resistenza non solo ucciderebbe degli innocenti, ma sarebbe un ostacolo al processo di pace, noi diciamo: «osserviamo in maniera attenta e precisa lo scenario palestinese e gli avvenimenti che vi hanno avuto luogo dopo la firma dell'accordo di pace tra palestinesi e israeliani. Chi ha cominciato a uccidere? Chi è stato il primo a perpetrare dei massacri? Come è cominciata l'Intifada di Al-Aqçâ, che noi continuiamo a vivere ancora oggi? Non fu per caso con la visita provocatoria di Sharon alla Moschea  di Al-Aqçâ, benedetta e santa per i musulmani e per il popolo palestinese? I fedeli [musulmani] avevano protestato e le forze di occupazione hanno ucciso decine di loro, in pochi istanti. Fu allora che insorsero le folle, ovunque, per difendere i propri luoghi santi, come era loro diritto e loro dovere. E la prima Intifada non è scoppiata forse dopo che un colono aveva deliberatamente ucciso sette operai palestinesi a Jabalya? Di conseguenza, noi difendiamo il nostro popolo, e quelli che ci qualificano come «terroristi» si ingannano; devono rivedere il loro apprezzamento. Noi non siamo  «terroristi». Noi promoviamo la vita, promoviamo un progetto di liberazione, difendiamo la dignità e la legittima fierezza. Il mondo europeo deve cessare di essere complice dell'America, col suo allineamento evidente con il nemico israeliano. Se studiate e investigate in maniera meticolosa i problemi in gioco nell'arena palestinese, capirete che in quasi tutti i casi, è l'occupazione che provoca i problemi.

  S.C. - Il recente successo elettorale (alle elezioni amministrative) di Hamas ha gettato nel panico l'Autorità Palestinese. Pensate che dopo aver regnato per dodici anni come un padrone assoluto, dopo essersi lasciata impantanare nei negoziati  «di pace» che hanno solo portato ulteriori sofferenze ai  palestinesi, sarà capace di rinunciare ai privilegi acquisiti a spese del proprio popolo e di accettare il messaggio che il popolo le manda?

  Moshir Al Masri: Noi pensiamo che uno dei principi della democrazia consiste nell'accettazione dei risultati delle elezioni. La nazione non è il monopolio di nessuno, essa appartiene a tutti. Il movimento Hamas ci tiene a rassicurare tutto il mondo, l'Europa, l'America e il mondo intero, così come  l'Autorità Palestinese: noi non abbiamo alcuna intenzione di prendere il posto di nessuno in queste elezioni, né di contestare nessuno. Noi vogliamo consacrare una nuova tappa, quella della partecipazione politica, per farla finita con l'esclusiva riguardo alla presa delle decisioni in Palestina. Questa tappa sarà anche quella dell'unione nazionale di fronte alle sfide proprie di questa tappa: questo popolo che ha fatto i più grandi sacrifici per costringere l'occupante a ritirarsi da una parte del suo territorio, oggi deve poter vivere una vita tranquilla e decente, lontano dalle manifestazioni di anarchia e di insicurezza provocate nella maggior parte dei casi dai servizi detti «di sicurezza», ponendo fine al sistema delle raccomandazioni e delle tangenti, lontano dalla perdite di risorse, dal vuoto davanti all'ignoto che attualmente domina la scena palestinese. Ecco perché Hamas ha voluto partecipare senza aspettare oltre alle elezioni legislative, nel tentativo di salvare la scena  palestinese da questa situazione deleteria.

  S.C. - Per il popolo palestinese è una situazione che non potrebbe essere più deprimente. Nulla di ciò che l'Autorità Palestinese aveva promesso è stato realizzato. Ma se i palestinesi le hanno girato le spalle, questo non vuol dire che essi aderiscono al vostro programma.

  Moshir Al Masri: E' chiaro che a causa della monopolizzazione del potere da parte dell'Autorità Palestinese, che da dieci anni prende da sola tutte le decisioni che riguardano l'avvenire del popolo palestinese, e d'altra parte a causa del successo del movimento Hamas e del suo programma in materia di  Resistenza legittimante riconosciuta da parte del diritto internazionale, e del fatto che questo movimento si è reso portatore delle preoccupazioni del popolo palestinese e della bandiera del cambiamento e della riforma, si è assistito a un raggruppamento popolare attorno a Hamas.

Inoltre, il popolo palestinese è a maggioranza un popolo musulmano. Ora,  Hamas è un movimento musulmano, che vuole che il nostro popolo viva  l'Islam come una realtà concreta per quanto ci è possibile. E' chiaro che  l'Autorità Palestinese non ha tratto la lezione dai suoi errori, e la sua situazione è deplorevole. 

E' addirittura incapace di tenere testa ai propri membri che praticano il sequestro degli stranieri, che nuocciono all'immagine onorevole del nostro popolo, o che praticano l'occupazione di diverse istituzioni, il racket e l'intimidazione. Tutto ciò fa sì che l'Autorità Palestinese attraversi un periodo di grande debolezza e di decomposizione. Ecco perché noi ci tenevamo a partecipare alle elezioni, affinché l'Autorità recuperasse il proprio prestigio, e il diritto ritrovasse il proprio primato. Noi vogliamo creare un'Autorità Palestinese rispettabile, affinché il popolo palestinese la possa rispettare.

  S.C. - Salvo che Ramallah, durante l'anno passato, in occasione delle elezioni locali,  Hamas ha raccolto più del  50 % dei voti. Il FPLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina), partito di sinistra, si è alleato a voi in certi comuni. Questo tende a dimostrare che non si tratta di votare per una religione, ma per uomini e donne integri che, al contrario dei quadri di Fatah, non hanno mai abbandonato la lotta di liberazione?

  Moshir Al Masri: Il fatto che Hamas abbia concluso alleanze con il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina o con altre organizzazioni conferma che non si tratta di un movimento settario, né sclerotico, né ripiegato su se stesso.  Hamas è un movimento che si afferma come un pagina aperta a tutti, come un movimento pronto ad allearsi con tutti i figli del nostro popolo palestinese, per difendere gli interessi superiori del nostro popolo, nel quadro di un cambiamento e di una riforma reali nell'arena palestinese. Da qui deriva il sostegno dato da Hamas a un candidato di sinistra ( e cristiano) per il posto di sindaco di Ramallah, un sostegno che non costituisce affatto un caso isolato (anche a Betlemme), tutt'altro. Noi diciamo a tutti che non vogliamo prendere il posto di nessuno, non vogliamo cacciare nessuno. Vogliamo vivere un'esistenza degna e tranquilla, al riparo da tutti fenomeni che la scena palestinese conosce da dieci anni. Noi vogliamo accordarci su una strategia ben definita che protegga i diritti del popolo palestinese e conservi le sue conquiste, senza fare considerazioni sulle appartenenze di questi alleati: è sufficiente che siano  palestinesi e che vogliano servire la causa del popolo palestinese.

  S.C. - Perché avete deciso di partecipare a queste elezioni, quando invece la Jihad islamica si è astenuta? Le elezioni sotto occupazione non distraggono i  palestinesi dall'essenziale? La priorità non è quella di non nuocere al dialogo inter-palestinese per rilanciare la lotta nazionale?

  Moshir Al Masri: Quali sono le priorità di Hamas, al momento attuale? Mettiamo i puntini sulle  « i » : Hamas ha tre priorità, nessuna delle quali è caduca o meno importante delle altre. La prima priorità è il rafforzamento dell'unità interna perché è chiaro che è questa unità che protegge il campo palestinese da ogni sviluppo pericoloso. La seconda è il rafforzamento della partecipazione politica, che rappresenta un'opzione in grado di salvare la scena palestinese dall'attuale marasma. Il terzo punto è il rafforzamento del programma della  Resistenza come scelta strategica del nostro popolo, finché un'occupazione continuerà a pesare sulla nostra terra e finché dura l'aggressione continua contro il nostro popolo. Questa è stata la scelta di tutte le rivoluzioni del mondo, compresa l’Europa e l’America. Si tratta di una scelta riconosciuta dal diritto internazionale.

  S.C. - La partecipazione di Hamas alle elezioni legislative palestinesi nei territori sotto il controllo dell'Autorità Palestinese, è stata messa in discussione da Javier Solana. Costui, riprendendo le minacce degli Stati Uniti, ha fatto pressione sui palestinesi affermando che se Hamas avesse vinto le elezioni, gli aiuti finanziari europei sarebbero stati sospesi. Ciò indica che  l'Europa non riconosce ai palestinesi il diritto di scegliere i propri rappresentanti, né quello di resistere. Questo ricatto, che minaccia i palestinesi con uno strangolamento finanziario, e quindi di renderli ancora più deboli di fronte all'occupante, impedirà ai palestinesi di votare per i candidati di Hamas o del FPLP?

  Moshir Al Masri: Per quanto riguarda la questione di sapere se le minacce europee e quelle americane di tagliare gli aiuti sono in grado di dissuadere il nostro popolo dal sostenere Hamas, risponderò che penso che le dichiarazioni tanto europee quanto americane a tale effetto hanno coinciso con la quarta tappa delle elezioni comunali palestinesi, in particolare nelle città più grandi. Ora, che effetto hanno avuto? Hamas ha vinto le elezioni nelle più grandi città palestinesi, come Nablus, El-Bireh, Ramallah o Jenin. Di conseguenza, il nostro popolo palestinese è un popolo che confida essenzialmente in Dio - che sia esaltato! - e che conosce il versetto coranico  « E' nel cielo che si trova la vera vita che vi è stata promessa ».

Il popolo sa benissimo che esiste un complotto internazionale ordito contro di lui. Di conseguenza, vuole scegliere coloro che saranno in grado di rappresentare la sua preoccupazione e coloro di cui sa, con fiducia, che saranno degni della missione che egli conferirà loro, per la grazia di Dio! Noi, Hamas, ci siamo messi alla prova, nel corso degli anni, in numerose istituzioni, sindacati, cooperative o altro, e abbiamo dato un esempio da seguire. E' con conoscenza di causa che il popolo palestinese ci ha eletti, è a causa della sua fiducia. Ecco la spiegazione della provocazione dell'amministrazione americana di non concede al popolo palestinese le briciole (che non rappresentano praticamente nulla nel bilancio palestinese), e la posizione europea -vedete le dichiarazioni di  Javier Solana, che non penso tuttavia riflettano tutti gli  stati membri dell'Unione Europea.

Diciamo che io non considero che l'ultima posizione assunta dal Quartetto sia una posizione di grande fermezza. Si tratta piuttosto dell'espressione di una ritirata: dopo aver rifiutato la partecipazione di Hamas alle elezioni, certi partner internazionali hanno superato questo blocco, dopo aver constatato la determinazione e la volontà dei  palestinesi, come anche l'unanimità sulla necessità della partecipazione di tutti a queste elezioni. Le potenze straniere che si oppongono alla nostra partecipazione hanno cominciato a brandire la minaccia di sospendere gli aiuti economici, poi hanno smesso di farlo dopo aver constatato che ciò non avrebbe dissuaso per nulla i  palestinesi dal votare per Hamas. Allora si sono accontentati di formulare delle messe in guardia contro la partecipazione di Hamas a qualunque futuro governo palestinese. Io sono convinto che i partner internazionali si vedranno costretti a scendere a compromessi con una realtà nuova per loro: il movimento Hamas è una componente autentica del popolo palestinese, fa parte di coloro che determinano la decisione politica palestinese.

  S.C. - La posizione del Quai d'Orsay [ministero degli esteri della Francia, ndt] è stata più sfumata di quella di Solana : «Noi pensiamo che sia importante che il processo elettorale che sta avendo luogo nei territori palestinesi si possa  svolgere normalmente. Hamas resta  iscritta alla lista «delle organizzazioni terroriste dell'Unione Europea, finché non avrà rinunciato alla violenza e riconosciuto lo stato d'Israele. Da parte nostra, seguiamo con interesse lo sviluppo di Hamas sul piano politico». Vi sembra possibile rinunciare alla lotta armata e riconoscere lo stato ebraico d'Israele ?

  Moshir Al Masri : Per quanto riguarda il riconoscimento dello stato d'Israele e la rinuncia alla lotta armata, io rispondo: come si è liberato il Libano; come si sono liberati molti paesi europei, e come si è liberata l'America del Nord? Non è stato con la cacciata delle potenze che li occupavano? Sono dieci anni che cerchiamo di negoziare, con quale risultato? Il risultato, non è forse l'ignoto? Il risultato non è forse il vuoto? Cos'ha raccolto l'Autorità Palestinese? Cos'ha raccolto il popolo palestinese? Nulla, se non sofferenza, distruzione, la sconfitta della causa palestinese per dei lustri. Non si può continuare a fare questo genere di esperienza, votato alla sconfitta, né accettare un'occupazione che si incrosta, che continua a uccidere, a massacrare, a perpetrare il terrore contro il popolo palestinese. Noi diciamo che Hamas è un movimento aperto, pronto al dialogo con chi lo cerca alla luce degli interessi superiori del popolo palestinese. Ma un dialogo con  l'occupazione sionista, questo è un dialogo che è già fallito, anche se è stato tentato sulla base delle più grandi concessioni da parte nostra, in cambio di assolutamente nulla da parte israeliana.

  S.C. - Vi sconvolge sapere che i dirigenti dei paesi democratici si sono sistematicamente rifiutati di sanzionare Israele che viola le Convenzioni di Ginevra -demolizioni di case, esecuzioni sommarie, arresti arbitrari, omicidi di bambini- e anche sapere che le associazioni a favore della Palestina hanno collaborato con l'Autorità Palestinese, che è stato un sistema corrotto e repressivo? Non pensate che la vostra arma migliore consista nello spiegare meglio all'opinione internazionale che tipo di sostegno i  palestinesi sotto occupazione militare si aspettano?

  Moshir Al Masri: Sì, mi sconvolge. In effetti, noi abbiamo bisogno di una vasta campagna mediatica. Ma è chiaro che i sionisti e i loro amici possiedono mezzi di informazione estremamente potenti che schiacciano i nostri.  Israele ha violato la quasi totalità delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, come tutte le Convenzioni di Ginevra, commettendo i peggiori crimini terroristici contro il nostro popolo: distruzione di case, di terre agricole, omicidio deliberato di bambini innocenti, e tutto ciò senza giudicare il più piccolo soldato responsabile di questi omicidi, in particolare di bambini come quello del giovane Muhammad Al-Durra, a cui tutto il mondo ha assistito: l'hanno visto gridare, supplicare. Invano. Il risultato? Il soldato responsabile di aver ucciso deliberatamente è stato in carcere per appena un mese. Questo equivaleva puramente e semplicemente a farsi beffe del sangue palestinese versato. Sì, dobbiamo denunciare tutte le violazioni  israeliane delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e anche di quelle delle Convenzioni di Ginevra. Noi abbiamo bisogno degli sforzi delle giornaliste e dei giornalisti europei, dei giuristi, di tutte le persone e istanze portatrici del senso della parola «umanità», che capiscono cosa significhi l'occupazione e che conoscono l'orrore del crimine e del terrorismo sionisti contro il nostro popolo, affinché facciano capire al mondo, finché è loro possibile, qual è la vera situazione. Noi sappiamo che esiste una connivenza tra i regimi politici europei e il  nemico israeliano, ma sappiamo anche che esiste presso di voi, in Europa, gente che difende i valori umani, e noi stringiamo loro fraternamente la mano, mentre li preghiamo di moltiplicare i contatti con noi.

  S.C. - Detto altrimenti, Israele avrà il ruolo del buono finché l'opinione pubblica non capirà che la radice di questo conflitto non è la religione, ma la lotta di un popolo per difendere la propria terra, e anche l'espulsione di tre quarti dei palestinesi nel 1948, per installare al loro posto della gente di confessione ebraica proveniente da ogni parte del mondo. Finché durerà tale negazione della storia, sarà facile per Israele ribaltare le responsabilità e accusare di terrorismo coloro che alzano la testa. Se voi otterrete la maggioranza alle elezioni legislative, sarete pronti a incontrare i responsabili politici europei per ricordare loro che il punto centrale del conflitto è l'esproprio e la pulizia etnica dei palestinesi da parte di  Israele? E più in generale, cosa pensate di fare?

  Moshir Al Masri: Se otterremo la maggioranza nelle elezioni legislative, ci penseremo. Ma, sul piano del dialogo con l'Europa e gli Stati Uniti, Hamas non è ostile verso nessuno, e noi siamo pronti a dialogare con chi vorrà dialogare con noi. Noi abbiamo dialogato con l'Europa, in particolare con dei parlamentari europei, e abbiamo instaurato un dialogo con degli universitari americani a Beirut (ma non si tratta di persone in possesso di qualunque potere esecutivo negli Stati Uniti). Hamas è un movimento aperto a tutto, e certamente non un movimento rigorista né un movimento complessato. 

E' chiaro, Hamas è un movimento portatore di un progetto islamico, che vuole che tutti vivano nella libertà e nella dignità, e quindi che il nostro popolo viva nella libertà e nella dignità. Quello che chiediamo al mondo è di non allinearsi, di non continuare con questo allineamento palese, omicida e provocatore con il nemico sionista, al prezzo degli interessi nazionali del popolo palestinese. Noi siamo pronti a dialogare con qualunque partner, con l'eccezione di Israele che perpetua  l'occupazione e l'aggressione contro il nostro popolo palestinese, al fine di rendere esplicito ciò che deve e può essere, e di mettere tutti al corrente di ciò che succede sulla scena palestinese, e anche al fine di ricordare ai nostri partner che il problema è  l'occupazione e l'aggressione, e niente affatto il nostro popolo e la sua legittima resistenza. Il problema è da parte di coloro che sono venuti per cacciare il nostro popolo da casa sua e occuparne le terre. Di conseguenza, siamo convinti che il mondo libero deve fare uno sforzo perché il  popolo palestinese possa vivere libero e con dignità, come vive lo stesso mondo libero.

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