ELEZIONI PALESTINESI: HANNO VINTO LA DIGNITA’ E LA RESISTENZA
La vittoria di Hamas alle
elezioni palestinesi era largamente prevedibile, e solo una visione neocoloniale
della politica poteva portare a credere possibile una riconferma, sia pure
ridimensionata, del vecchio ceto politico di Al Fatah.
La scomparsa di Yasser Arafat ha messo definitivamente a nudo l’assenza di un
qualsivoglia progetto politico da parte di quella che è stata la più grande
organizzazione del popolo palestinese; il vecchio raìs, con la sua capacità
tattica ed il suo carisma, era sempre riuscito a far passare in secondo piano la
profonda debolezza politica e progettuale del movimento da lui stesso fondato,
ma i segni della crisi erano evidenti ancor prima della morte del primo
Presidente della Palestina.
Al Fatah non è mai stata un semplice movimento guerrigliero: chiunque abbia una
minima conoscenza della questione palestinese sa che - mentre i suoi fedayn
impegnavano le truppe di occupazione israeliane dalla Giordania, dal Libano e
dall’interno della Palestina occupata – Al Fatah e l’OLP curavano la crescita
della società civile palestinese, sia nei campi profughi che all’estero. Alle
attività produttive ed assistenziali realizzate nei campi libanesi si affiancava
la formazione nelle università occidentali di migliaia di moderni
professionisti, particolarmente medici, architetti ed ingegneri. L’OLP, di cui
Al Fatah è stata la vera anima, poteva a buon diritto definirsi uno Stato privo
solo del proprio territorio.
Gli accordi di Oslo e la nascita dell’ANP hanno paradossalmente avviato il
processo di declino dell’OLP e quindi della stessa Fatah. Coinvolti nella
gestione amministrativa, sempre sotto la supervisione degli occupanti sionisti,
molti dirigenti dell’ANP e di Al Fatah si sono in buona misura lasciati
corrompere, dando vita ad una vera e propria nomenklatura formalmente
indipendente da Israele, ma di fatto collaborazionista. E’ il caso di ricordare,
oggi, che i servizi di sicurezza dell’ANP – completamente in mano ad Al Fatah –
negli anni successivi agli accordi di Oslo sono stati fra i più zelanti
repressori delle attività dei gruppi palestinesi contrari all’appeasement con
Israele, a cominciare proprio da Hamas; non sono state poche le denunce di
torture ed anche omicidi di militanti islamici nei confronti dei servizi dell’ANP.
Il fallimento di Camp David, dove gli israeliani pretendevano la capitolazione
di Arafat, e la seconda Intifada hanno evidenziato la vera attitudine dei
governanti israeliani, peraltro mai nascosta ai cittadini che li hanno
democraticamente eletti: la realizzazione dell’obiettivo strategico del
sionismo, ovvero l’acquisizione del massimo di terra possibile con il minimo di
arabi.
Incremento della colonizzazione ebraica dei territori occupati, distruzioni
massicce delle città e delle infrastrutture palestinesi, omicidi di dirigenti e
militanti, riduzione ai minimi termini della stessa ANP, fino al sequestro nei
suoi uffici di Yasser Arafat: di fronte al dispiegarsi dell’offensiva
israeliana, la dirigenza di Al Fatah – con l’autorevole eccezione di Marwan
Barghouti – non ha saputo fare altro che lanciare patetici appelli, mentre Hamas
e le altre fazioni della resistenza (compresa la sinistra palestinese del Fronte
Popolare e del Fronte Democratico) continuavano a combattere, nonostante
l’enorme divario delle forze in campo.
Nel contempo, la questione della "corruzione" della leadership palestinese è
divenuta uno strumento di propaganda nelle mani dei sionisti, cioè dei
principali corruttori, visto che ogni finanziamento all’ANP, comprese le rimesse
doganali, passa tassativamente per le mani degli israeliani. La campagna
ossessiva contro la "corruzione dell’ANP" – parallela a quella sul suo supposto
"sostegno ai terroristi" – è in tutto e per tutto simile a quella condotta a suo
tempo contro l’African National Congress e centrata in particolare sulla
bizzarra figura della moglie di Nelson Mandela, non potendosela prendere
direttamente con il leader antirazzista (a differenza di quanto poi fatto con
Arafat), in quanto detenuto in un carcere sudafricano fino al giorno della fine
del regime dell’apartheid. Quella campagna – che pure si nutriva di qualche
verità – aveva lo stesso scopo di quella attuale: stornare l’attenzione dal
problema principale (l’apartheid ieri, l’occupazione sionista oggi) ad un
aspetto secondario, screditando la vittima e fornendo all’aggressore una ragione
plausibile per rifiutare il negoziato.
Per arrivare alla stratta attualità, non è sfuggito a nessuno che il ritiro
israeliano da Gaza non è stato solo una abile mossa tattica e propagandistica di
Sharon, ma anche il frutto dell’iniziativa della resistenza armata: pure se sui
nostri media quasi non se ne parlava, va ricordato che l’intensità dell’azione
guerrigliera nella striscia di Gaza (un territorio microscopico e saturato
dall’esercito e dai coloni israeliani) aveva raggiunto livelli altissimi, con
decine di attacchi al giorno. Imboscate contro i soldati e i coloni,
bombardamenti a colpi di mortaio e lancio di missili artigianali contro le
colonie e le installazioni militari, fino alle azioni più spettacolari, come le
esplosioni sotterranee (i "vulcani di collera") o le mine sotto i carri Merkava,
considerati indistruttibili… sono questi i fattori che hanno indotto Sharon a
liberarsi di un fardello militarmente insostenibile, ed a trasformare questa
difficoltà bellica in un successo politico e mediatico a livello internazionale.
Purtroppo per Sharon, l’imponderabile ha bruscamente interrotto la sua apparente
metamorfosi da spietato criminale di guerra a saggio uomo di pace; più che una
metamorfosi, un mito sapientemente confezionato con la complicità degli opinion
maker internazionali, compresi gli uomini della "sinistra" italiana, tanto avara
di solidarietà verso i palestinesi oppressi quanto prodiga di comprensione e
giustificazione verso gli oppressori.
Questo scenario vedeva proprio Hamas protagonista della resistenza: al suo
braccio armato, le Brigate Ezzedin Al Qassam (l’eroe della resistenza popolare
palestinese contro gli Inglesi e i sionisti degli anni ’30), è ascrivibile
qualcosa come l’80% degli attacchi contro gli occupanti nella striscia di Gaza.
Il resto, è stato rivendicato dalle Brigate di Al Aqsa (vicine ad Al Fatah), dal
Jihad islamico, dai Comitati di Resistenza Popolare e dalle brigate combattenti
del Fronte Popolare e del Fronte Democratico.
In sostanza, mentre Hamas conduceva con determinazione la resistenza, Abu Mazen
e l’ANP espressione di Al Fatah non sapevano o potevano fare altro che mendicare
sostegno da parte dei nemici del popolo palestinese: il governo dell’occupazione
e il suo potente alleato a stelle e strisce, a sua volta direttamente impegnato
nell’occupazione di un altro Paese arabo, l’Iraq. Una situazione, come si vede,
assolutamente grottesca e inevitabilmente propedeutica al successo elettorale di
Hamas, espressione inequivocabile della volontà di resistenza del popolo
palestinese e non – almeno fino ad ora – di una sua deriva fondamentalista. Del
resto, molti di quelli che oggi puntano il dito contro il carattere religioso di
Hamas non molti anni fa erano entusiasti sostenitori di un altro movimento a
caratterizzazione decisamente religiosa come Solidarnosc, per non parlare
dell’affetto tributato ai mujhaeddin afgani e bosniaci, il che fa sorgere il
legittimo sospetto che per alcuni il problema non sia la natura religiosa di un
movimento, ma i suoi avversari: se questi coincidono con i propri, i religiosi
sono combattenti per la libertà, in caso contrario sono terribili terroristi.
Gli analisti occidentali che ora si disperano per la vittoria dei
"fondamentalisti" farebbero bene a guardarsi allo specchio ed a chiedersi quale
sottocultura colonialista li abbia indotti a considerare credibile che un popolo
oppresso - ma non umiliato - potesse conferire il proprio voto ai palloni
gonfiati dal sostegno degli oppressori, anziché a chi contro gli oppressori
combatte.
La sinistra italiana, che in merito alla questione palestinese ha espresso il
peggio di sé, è ora di fronte ad un bivio: portare alle estreme conseguenze la
scelta di campo filoisraeliana, facendosi parte attiva nella repressione della
lotta di liberazione del popolo palestinese (per esempio, aderendo all’insulsa
proposta di far entrare Israele nella NATO), oppure invertire decisamente la
rotta. Sostenere apertamente e concretamente il diritto dei Palestinesi ad uno
Stato indipendente, sovrano e sicuro nei confini del 1967 con Gerusalemme est
capitale; impegnarsi ad abrogare l’accordo di cooperazione militare con Israele;
rispettare l’esito del voto palestinese ed allacciare da subito relazioni con il
legittimo governo palestinese; schierarsi per la liberazione immediata dei
prigionieri palestinesi, a cominciare dai leader popolari Marwan Barghouti e
Ahmed Saadat; riconoscere il diritto al ritorno dei profughi palestinesi,
piuttosto che stracciarsi le vesti per l’eventuale venir meno dell’identità
etnico-religiosa della teocrazia ebraica, tanto cara al segretario del maggior
partito della "sinistra" italiana: solo assumendo questi elementi minimi, uniti
all’immediato ritiro delle truppe dall’Iraq, la sinistra italiana potrà
riacquistare voce in capitolo nello scenario mediorientale. L’assenza di
sostanziale discontinuità con la politica estera di Berlusconi e Fini e la
conferma del legame privilegiato con Israele sarebbero una sciagura, perché agli
occhi delle masse arabe e palestinesi confermerebbero l’inesistenza di ogni
possibilità di dialogo e di amicizia e, in definitiva, fornirebbero un’ulteriore
legittimazione ai teorici della guerra di civiltà, con tutte le conseguenze del
caso.
Per tutti questi motivi, e per molti altri di cui non mancherà occasione di
parlare, la manifestazione nazionale indetta per il prossimo 18 febbraio a Roma
assume un rilievo politico eccezionale; in quell’occasione, il popolo della
sinistra e della pace potrà far sentire la propria voce non solo ai governanti
attuali, ma anche – e soprattutto – a quelli futuri, oltre a far giungere nelle
case dei territori palestinesi occupati, dei campi profughi, dell’Iraq e di
tutto il Medio Oriente l’immagine viva di un’Italia diversa da quella di chi la
governa.
Germano Monti