LA SINISTRA E IL RICATTO DELL’ANTISEMITISMO

 

Gli Ebrei della Diaspora sanno e sentono che un nuovo e bestiale antisemitismo è cresciuto e va rafforzandosi di giorno in giorno fra coloro che dalla violenza della politica israeliana (unita alla potente macchina ideologica della sua propaganda, che la Diaspora amplifica) si sentono stoltamente autorizzati a deridere i sentimenti di eguaglianza e le persuasioni di fraternità. Per i nuovi antisemiti gli ebrei della Diaspora non sono che agenti dello Stato di Israele. E questo è anche l’esito di un ventennio di politica israeliana. (…)

Onoriamo dunque chi resiste nella ragione e continua a distinguere fra politica israeliana ed ebraismo. Va detto anzi che proprio la tradizione della sinistra italiana (da alcuni filoisraeliani sconsideratamente accusata di fomentare sentimenti razzisti) è quella che nei nostri anni ha più aiutato, quella distinzione, a mantenerla.

Franco Lattes Fortini - Lettera agli ebrei italiani - Il Manifesto, 24.5.1989

 

Si può essere comunisti, internazionalisti, antifascisti, antimperialisti, democratici, antirazzisti e, contemporaneamente, antisemiti? Evidentemente, no.

Si può essere sostenitori del diritto alla vita, alla terra e alla libertà di un popolo martoriato da una feroce occupazione militare e coloniale, che dura da oltre mezzo secolo, e non nominare i responsabili e i complici di quell’occupazione? Altrettanto evidentemente, no.

Il paradosso dell’attuale dibattito sulla presunta “deriva antisemita” di una “certa sinistra” è tutto qui: a leggere certi interventi, sembra che l’occupazione delle terre palestinesi, i crimini quotidiani contro i civili, la pulizia etnica perseguita scientificamente da decenni nei territori dell’ex mandato britannico siano tutte attività perseguite da un’entità metafisica, innominabile. Puntualmente, quando qualcuno nomina i responsabili e i complici dell’occupazione militare e coloniale di quei territori dai nomi antichi e suggestivi – ma abitati da persone in carne ed ossa – scatta la madre di tutte le accuse, quella di antisemitismo.

Francamente, non se ne può più. E’ avvilente dover rispondere ad un’accusa infamante assolutamente campata in aria, inconsistente nei suoi presupposti e sostenuta solo da menzogne più o meno abilmente architettate.

Leggete queste poche righe: “ A Roma e a Milano in alcuni grandi magazzini i giovani in kefiah, con atteggiamento minaccioso, toglievano dai carrelli della spesa delle massaie i prodotti israeliani e distribuivano volantini (…)”.

Uno scenario da notte dei cristalli, proposto dal mensile Shalom, che tende esplicitamente ad assimilare il boicottaggio dell’economia di guerra israeliana alle persecuzioni sofferte dagli Ebrei per mano nazista e fascista (le mani, sia detto per inciso, degli antenati politici degli attuali referenti di alcune comunità ebraiche italiane, da Fini a Urso e Gasparri). Poco importa che si tratti di uno scenario inesistente come i cani del Sinai, per dirla ancora con Franco Fortini: ciò che conta è l’operazione mediatica, l’iniezione nel sentire comune del veleno della mistificazione, non meno letale di quello dell’antisemitismo.

Poco importa anche che alcuni bersagli della madre di tutte le accuse siano obiettivamente improponibili, come – tanto per fare un esempio – Norman J. Finkelstein, Ebreo figlio di deportati, implacabile nella sua denuncia delle strumentalizzazioni a scopo di lucro della tragedia dell’Olocausto degli Ebrei compiute da organizzazioni sioniste e dallo stesso Stato di Israele.  

Poco importa che il primo, accorato appello a boicottare lo Stato di Israele sia venuto da cittadini israeliani e che intellettuali e pacifisti israeliani siano fra i più lucidi e determinati avversari della politica criminale del loro Paese verso i Palestinesi e gli altri popoli della regione.

Di fronte a tanta falsità, non stupisce il fatto che nel girone infernale degli antisemiti vengano fatti confluire, con grande disinvoltura, intellettuali come Asor Rosa, politici come Luisa Morgantini e Mauro Bulgarelli, circoli ARCI come l’Agorà di Pisa e intere associazioni democratiche e di sinistra.

L’egemonia esercitata dalle lobby israeliane nel mondo - tutte rigorosamente schierate a fianco dei governi di Tel Aviv e Washington - soffoca anche la voce di quella parte della società israeliana che vuole raggiungere una pace giusta, attraverso il riconoscimento dei diritti del popolo palestinese e la trasformazione dello Stato ebraico da realtà confessionale e segregazionista ad entità laica e democratica. Questa egemonia non si basa su una reale rappresentanza dei cittadini ebrei (particolarmente in Italia, dove a votare per gli organismi dirigenti delle comunità ebraiche si è recato a malapena il 25% degli aventi diritto), ma sulla potenza economica, politica e mediatica che gli deriva dalla stretta interdipendenza con gli U.S.A. Non parliamo, infatti, di lobby ebraica in senso stretto, ma di lobby israeliana, in quanto l’oggetto d’interesse è Israele e non l’ebraismo e perché è composta anche da non-ebrei.

E’ comprensibile, dunque, la scarsa incisività delle reti ebraiche progressiste, prive dei grandi mezzi a disposizione delle lobby israeliane e spesso – almeno in Italia – a loro volta sensibili a quello che lo storico Angelo D’Orsi ha correttamente definito “il ricatto dell’antisemitismo”.

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La nostra convinzione è che non esista alcuna tendenza reale verso l’antisemitismo in una sinistra che, semmai, deve interrogarsi sulla propria afasia verso la Resistenza palestinese. Nell'ultimo drammatico anno di occupazione israeliana, il testimone della solidarietà con le vittime dell’occupazione è stato raccolto da movimenti di base, associazioni, ONG, nel silenzio e spesso nell’avversione della sinistra parlamentare e di buona parte di quella “di movimento”.

Il ricatto dell’antisemitismo e, diciamolo, una buona dose di opportunismo hanno fatto si che venisse amplificato a dismisura un inesistente antisemitismo mentre veniva messa la mordacchia alla denuncia dell’aggressività sionista anche nel nostro Paese. E’ difficile non constatare la sottovalutazione dei numerosi episodi di violenza ad opera dell’estremismo sionista, mai sconfessato dalle comunità ebraiche ufficiali: le aggressioni contro la manifestazione del 9 marzo e il presidio di Piazza S. Marco, l’assalto alla Direzione di Rifondazione Comunista, l’agguato a Luisa Morgantini e Mauro Bulgarelli all’uscita della trasmissione Sciuscià, il linciaggio di Vittorio Agnoletto, la distruzione della mostra fotografica di Medici Senza Frontiere, le intimidazioni contro il parlamentare verde Paolo Cento e la consigliera romana del PRC Adriana Spera, contro Alberto Asor Rosa e il circolo ARCI Agorà, sono tutti episodi ben concreti che dovrebbero far riflettere.

Senza iattanza, avanziamo alcune semplici considerazioni, sottoponendole al vaglio di una critica materialista e razionale, scevra (ci auguriamo) da ideologismi religiosi e misticheggianti: la rapina della terra e delle risorse del territorio dell’ex mandato britannico della Palestina, la negazione dei diritti e financo dell’identità del popolo palestinese, la pulizia etnica nei suoi confronti e la colonizzazione sionista sono tutti elementi che concorrono a determinare lo stato di guerra permanente nella regione, una regione in cui si incrociano formidabili intereressi economico-finanziari (il petrolio) e suggestioni millenarie, legate alla storia delle grandi religioni monoteiste. Se, come tutti razionalmente pensiamo, in quelle poche migliaia di chilometri quadrati hanno diritto di cittadinanza donne e uomini aldilà delle convinzioni religiose, non vi è soluzione al dramma medio orientale che non sia la fine del colonialismo sionista e la costruzione di un’entità laica e democratica, attraverso il riconoscimento dei diritti nazionali e umani del popolo palestinese e del diritto dei cittadini israeliani di vivere in pace e sicurezza. Nelle condizioni date, questa soluzione passa obbligatoriamente per la costituzione di uno Stato sovrano palestinese nei territori della West Bank e della Striscia di Gaza con Gerusalemme araba capitale, cioè per la restituzione del 22% della Palestina mandataria ai legittimi proprietari.

Si tratta, in tutta evidenza, di una soluzione all’insegna della provvisorietà, perché non vi sarà pace in Medio Oriente e nel Mediterraneo fino a quando non sarà mutata la natura confessionale, messianica e coloniale dello Stato di Israele, cioè fino a quando non si riconoscerà il diritto al ritorno dei profughi e non si realizzeranno le condizioni per una convivenza laica ed egualitaria, come avviene in tutte le democrazie, fra cittadini musulmani, ebrei, cristiani di tutte le confessioni e – se permettete – atei convinti come i sottoscritti.

Noi lavoriamo per quella pace.

Roma, 27.2.2003

Sergio Cararo e Germano Monti – Forum Palestina