- ricevuto il 19 aprile 2002
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- A PROPOSITO DI GAD LERNER...
- un compagno replica al
Manifesto
a Il Manifesto
Con preghiera di pubblicazione.
Uomini senza vergogna
Ho letto solo ieri sera la lettera-articolo di Gad
Lerner e solo oggi ho trovato il tempo per scrivere. Poiché sono nessuno, spero di
poter dire le cose che nessuno ha il coraggio di dire.
Esiste uno stato, lo stato di Israele, che viola sistematicamente le disposizioni
dell'Onu, da quella che riguarda Gerusalemme, occupata ormai da più di trent'anni, a
quella che riconosce il diritto ai palestinesi ad uno stato.
Esiste uno stato, lo stato di Israele, che occupa con le armi, con il proprio esercito e
con i propri coloni, ciò che resta ai palestinesi della Palestina e che costringe un
popolo, il popolo palestinese, a vivere accampato su ciò che gli resta della propria
terra.
Esiste un popolo, il popolo palestinese, al quale lo stato di Israele non riconosce il
diritto a costituirsi in nazione, a darsi uno stato e un governo.
Esiste un popolo, il popolo palestinese, che vive in campi esposti agli attacchi di
chiunque abbia eserciti ed armi.
Esiste un popolo, il popolo palestinese, che non ha stato e non ha esercito, che ha
condotto per anni la propria lotta di liberazione con le fionde e con i sassi, contro un
esercito super armato e che attua le pratiche di occupazione di tutti gli eserciti che
occupano i territori di un altro popolo.
Esiste un capo di governo, del governo israeliano, tale Sharon, che da ufficiale ha
guidato i soldati israeliani nei campi di Shabra e Chatila, dove sono stati compiuti
massacri indicibili e documentati e che però nessun tribunale internazionale incrimina
per crimini di guerra.
Esiste un capo dell'Olp e dell'Autorità palestinese, tale Arafat, che da almeno vent'anni
chiede alla comunità internazionale di intervenire per costringere Israele a cessare
l'occupazione di Gerusalemme e dei "territori" (neanche il nome è riconosciuto
alla Palestina) e consentire alla nascita della nazione e dello stato palestinese.
Esiste un intellettuale e uomo di potere, e che ama vantare trascorsi di estrema sinistra,
tale Gad Lerner, che offendendo l'intelligenza e il buon senso delle persone, sostiene che
il terrorismo palestinese, questa estrema disperazione di chi ha come unica arma il
proprio corpo, è figlio del fondamentalismo islamico e non già dell'occupazione
israeliana, che quel fondamentalismo ha fomentato ed alimentato, scambiando, come spesso
torna comodo fare a chi detiene il potere, le cause con gli effetti e gli effetti con le
cause.
Esiste un mondo ebraico, italiano e internazionale, che continua ad identificarsi con lo
stato d'Israele malgrado tutto quello che è successo in questi anni, come se allo stato
d'Israele derivasse una sorta di eterna immunità in virtù della shoa. Non è così. Lo
stato d'Israele è uno stato come tutti gli altri, la cui politica va giudicata per quello
che è. E non è una buona politica.
Viviamo certamente in un'epoca di poche se non di nessuna certezza, nella quale tutto è
cambiato e non si sa più dove stia la ragione e il torto, non si sa più chi stia da una
parte e chi stia dall'altra. Non si può tuttavia rinunciare, in quest'epoca in cui la
logica della guerra nuovamente si é sostituita alla logica della lotta politica e dei
rapporti civili, a riconoscere che nelle guerre ci sono aggrediti ed aggressori, occupanti
ed occupati, dominanti e dominati, cause ed effetti, azioni e reazioni, e che, lo si
voglia o no, il diritto, se esiste ancora, non sta da entrambe le parti.
E bisogna smetterla di cercare di far credere che la guerra possa essere altro da quello
che è. La guerra è sempre sangue, violenza, massacri, terrore, finalizzati al potere e
agli interessi di chi sta al potere. Non ci sono bombe intelligenti e non ci sono missioni
umanitarie. Nella guerra non c'è mai, né c'è mai stato, spazio per l'innocenza, quella
che viene colpita dal terrorismo suicida. Se i governi rappresentano i popoli, come si
vuole in democrazia, i popoli, tutti, sono responsabili di ciò che i governi fanno. E chi
non è d'accordo ha il dovere di opporsi, con ogni mezzo. Se invece quel governo si
difende e si legittima, se ne assumono in prima persona tutte le responsabilità.
Questo è quello che noi, uomini capaci di vergognarci, ancora capiamo.
Giancarlo Fullin, Mirano (VE)
- Il Manifesto - 4
aprile 2002
LETTERA
Il terrore che voi non capite
Gad Lerner
Caro direttore, a far scattare in me il bisogno di scrivervi in questi giorni
bui - non ti stupisca - è stato infine il bellissimo ricordo che Valentino Parlato ha
dedicato ieri a Giovanni Forti, dieci anni dopo la sua morte. Troppi legami, troppi
ricordi ci uniscono, nonostante tutto, a dispetto dell'estraneità insospettita che i
vostri lettori più giovani riterranno probabilmente di dedicarmi.
Ma ciò non può valere di certo per Gianfranco Bettin, Luisa Morgantini, Piera Redaelli
che sempre ieri hanno testimoniato per voi dall'inferno di Ramallah dove hanno scelto di
andare volontari, disarmati, generosi e onesti come io me li ricordo da sempre: Gianfranco
insieme dalle riunioni degli studenti di Lotta continua fino agli ultimi anni con
Alexander Langer; Luisa abbracci e sorrisi alla Fim Cisl milanese di via Tadino e poi in
Irpinia, fra i terremotati; Piera trent'anni fa alla Statale di Milano, dove già lei
portava quella kefiah che un po' m'impauriva ma lo stesso sentivo il dovere di manifestare
al suo fianco perché Israele la smettesse di rimuovere l'esistenza di un popolo
palestinese e finalmente ne riconoscesse i diritti.
Ecco, non temessi di strumentalizzarne la memoria, vorrei trasmettervi la certezza che le
mie domande di oggi sarebbero le stesse del vostro ribelle intellettuale newyorkese
Giovanni Forti, che volle sposare un altro uomo ma sotto la kuppà del rito ebraico.
Credo innanzitutto che la vostra storia vi imponga il dovere di fare i conti con la nostra
paura: la paura di quell'arma nuova - il corpo umano dei cosiddetti "martiri"
trasformato in arma esplosiva - che ribalta in impotenza la superiorità militare
israeliana e per la prima volta rende verosimile la vittoria del terrorismo, cioè la
distruzione dello Stato ebraico nel giro dei prossimi quindici-vent'anni.
Se il terrorismo suicida si generalizza come arma totale di spietata efficacia,
legittimandosi attraverso una visione totalitaria della fede religiosa, ebbene, chi sta
dalla parte degli oppressi deve sentire per primo la responsabilità di denunciare
l'abominio che si perpetra ai loro danni, e quindi agire di conseguenza, perché le
dissociazioni di principio non bastano. D'accordo, la guerra peggiora chiunque vi sia
coinvolto, costringendoci a brutali scelte di campo, imponendoci il peso delle
appartenenze, irridendo i nostri tentativi di distinguere laddove la violenza s'illude di
semplificare, spaccando in due il mondo. Eppure io non posso rassegnarmi oggi all'idea di
interpretare una sensibilità e una visione del mondo così distanti da quelle
testimoniate da Gianfranco Bettin , Luisa Morgantini, Piera Redaelli, e da voi tutti del
manifesto. Perché mai? Solo perché sono nati in terra d'Israele i miei genitori e i miei
nonni, e sempre hanno parlato l'arabo come l'ebraico? Quella semmai è stata e resta una
ragione in più per cercare la pace, non la guerra con i palestinesi.
Sgombriamo il campo dalle ovvietà. Le conosco anch'io le colpe della politica israeliana
dal 1993 in qua, la moltiplicazione degli insediamenti ebraici nei territori restituiti
all'Autorità palestinese e il drammatico divaricarsi del tenore di vita fra i due popoli.
Lo so che in una visione cinica del divide et impera si è incoraggiata una leadership
ambigua e corrotta dell'Anp, favorendo il radicamento degli integralisti islamici e i
giochi più sporchi di Siria, Iran, Iraq. Figuriamoci se nego le colpe dei governi
israeliani, fino all'ultima improvvida decisione di prendere in ostaggio Arafat. Ma adesso
che si fa? Possiamo forse ignorare, in seguito a quelle colpe, l'incubo nel quale sta
precipitando l'intera società israeliana? E' vero o non è vero che -sia pure, anche per
colpa degli israeliani, ma (siete troppo lucidi per non accorgervene) non solo per colpa
degli israeliani- i palestinesi ormai assumono il terrorismo suicida come la strategia
vincente, quella che alla lunga indurrà tutti gli ebrei ad andarsene da tutta la
Palestina, per costruirvi infine uno Stato islamico?
I libri di testo arabi che recuperano gli argomenti più ignobili dell'antisemitismo di
matrice europea, le trasmissioni televisive che propagandano l'eroismo dei
"martiri" terroristi, lo stesso Arafat che nell'ora suprema esalta ambiguamente
questa criminale nozione di martirio, possono forse essere ridimensionati a conseguenze
secondarie del conflitto in corso, da parte di un giornale laico e di sinistra che ha
inscritta nei suoi cromosomi la memoria delle tragedie novecentesche?
Riconosco con fraterna ammirazione la nobiltà e l'utilità dell'interposizione pacifista
messa in atto da tanti amici coraggiosi, ma pretendo che essi comprendano anche le ragioni
degli israeliani e le responsabilità della leadership palestinese. Dopo gli attentati
sanguinosi nei giorni della Pasqua ebraica, qualunque governo israeliano, fosse stato
anche guidato dalla sinistra e non da Sharon, si sarebbe sentito in dovere di reagire
duramente a protezione della sua popolazione civile. Non a caso l'irriducibilità del
terrorismo suicida ha pressochè estinto il fenomeno dell'obiezione di coscienza fra i
riservisti di Tshahal.
Oggi davvero non è lecito schierarsi unilateralmente al fianco dei palestinesi, fingendo
di ignorare il peso assunto dentro a quella popolazione oppressa - fin nelle strutture
militari di al Fatah - dalle posizioni fondamentaliste e dalla strategia del terrorismo
suicida.
Ero con voi, in via Tomacelli, quel giorno del 1982 in cui i terroristi uccisero il
piccolo Stefano Tachè davanti alla sinagoga di Roma. Ricordo lo smarrimento e il dolore
condiviso in redazione, di fronte alla ferita che sembrava irrimediabilmente aprirsi fra
la sinistra e la comunità ebraica italiana. Quell'anno molti di noi, ebrei di sinistra,
non esitammo a manifestare sotto le sedi diplomatiche israeliane per denunciare la follia
della guerra di Begin e Sharon in Libano. Lo rifarei, ve lo assicuro. Ma oggi la
situazione è molto, molto diversa. Non lasciatevi trarre in inganno dalla schiacciante
superiorità militare dell'esercito israeliano, che c'era allora così come c'è oggi. La
differenza è che allora Israele non era in pericolo di vita, e dunque al suo interno
poteva crescere una potente spinta pacifista che in seguito avrebbe trascinato Rabin a
stringere la mano di Arafat. Naturalmente ancora oggi il dialogo fra le due parti e la
nascita di uno Stato palestinese a fianco di quello ebraico restano l'unica soluzione
ragionevole al conflitto. Ma per portare gli israeliani a non vivere più come una
minaccia la nascita dello Stato palestinese, bisogna stroncare con tutti i mezzi,
culturali, sociali, politici e repressivi i focolai del terrorismo fondamentalista.
Per favore, smettiamola di mostrare comprensione per il coraggio e l'eroismo dei
"martiri", magari con l'argomento aberrante che quella sarebbe l'unica forma di
lotta consentita loro dalla brutalità israeliana. E' un atteggiamento ricorrente,
quest'ultimo, poco importa se sussurrato o proclamato a piena voce.
Sì, mi sento di chiedervi comprensione e partecipazione anche al dramma, alla paura degli
israeliani e degli ebrei. Perfino comprensione per le sue manifestazioni più rozze, come
quella dei giovani ebrei romani che pensano di trovare un comodo bersaglio polemico nella
sede di Rifondazione comunista perché ancora non oserebbero esternare la loro rabbia
sotto palazzi più importanti, come quelli del Vaticano. La brutale semplificazione dei
termini del conflitto non si riscontra più solo nelle inconsapevoli, grossolane vignette
di un Forattini che da tempo si diverte a deformarne la portata religiosa, fornendo
combustibile ai pregiudizi più velenosi. Mi aveva rattristato, martedì scorso, la vostra
Jena che scherzava sulle usanze: "In Italia è legale l'ora, in Olanda l'eutanasia,
in Israele il genocidio". Ma come posso protestare con voi se l'indomani è
l'Osservatore romano a straparlare di "un'aggressione che si fa sterminio"?
Genocidio, sterminio, sono parole scelte con cura per fare male agli ebrei. Alludono a
contesti storici e a luttuose contabilità inconfrontabili con la tragedia in corso. I
carri armati in mezzo alle baracche dei campi profughi sono una visione terribile, ma
nulla hanno a che fare con il genocidio e lo sterminio di intere popolazioni perpetrato
nell'Europa del Novecento, e neanche con l'atrocità degli stupri e della guerra etnica
nei Balcani. Spiace doverlo ricordare, ma pur nella denuncia più vibrante un giornale
come il manifesto avrebbe il dovere di preservare queste distinzioni, se persegue la pace
e la convivenza. Se volesse interpretare la disperazione ebraica con la stessa attenzione
che dedica alla disperazione palestinese. Che trovino spazio adeguato sulle pagine del
vostro giornale anche i corpi martoriati dal tritolo a Netanya, Haifa, Gerusalemme.
Lanciatelo voi quel grido che Arafat in tanti mesi non ha voluto far suo: "I martiri
assassini non sono eroi ma criminali inviati alla morte da criminali peggiori di loro,
bestemmiano il Corano e il popolo palestinese deve maledirli come i suoi peggiori
nemici". Troppo facile, troppo furbo, addebitare pure loro nel conto delle colpe di
Sharon.
Cari Gianfranco, Luisa, Piera, cari amici del manifesto. Non riesco ad accettare l'idea
che oggi noi siamo destinati a sentirci così distanti. Che senza accorgercene
precipitiamo nell'imbarbarimento di un conflitto trascinato ad assolutizzarsi,
oltrepassando la sua dimensione nazionale, sociale e perfino religiosa; e ciò per colpa
non solo di chi pratica ma anche di chi legittima l'uso del corpo umano vivente come
ordigno mortifero. I teorici, i teologi del nuovo terrorismo sono molti più di quanti non
si sospetti. Sono i primi nemici della nostra concezione della vita. Strumentalizzano gli
oppressi ma non manterranno mai la promessa di un mondo più giusto. Riconosciamoli e
denunciamoli anche per le strade di Ramallah e Betlemme che in questi giorni,
coraggiosamente, percorrete con le mani in alto di fronte ai carri armati.
Lo so di chiedervi una dose di coraggio in più. Ma non potete liquidare come irricevibile
questa richiesta: se non altro perché in passato avete condiviso la severità con cui
tanti ebrei di sinistra come me hanno denunciato la politica sbagliata di uno Stato
d'Israele cui pure eravamo e resteremo sempre legati, contribuendo talvolta a sospingerlo
in direzione della pace.