Norman Finkelstein

 

Riflessioni personali
sulla Palestina

Di Norman Finkelstein

www.normanfinkelstein.com
11 settembre 2003

Personal Reflections On Palestine
http://www.normanfinkelstein.com/id140.htm

 


Norman Finkelstein è professore di scienze politiche all'Università De Paul a Chicago. Autore di Image and Reality of the Israel-Palestine Conflict (Verso, 1995, 2003), The Rise and Fall of Palestine (University of Minnesota, 1996), A Nation on Trial: The Goldhagen Thesis and Historical Truth (Henry Holt, 1998), e The Holocaust Industry: Reflections on the Exploitation of Jewish Suffering (Verso, 2002; edizione italiana L'industria dell'Olocausto: lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei - Rizzoli editore). Ha ricevuto il dottorato dell'Università di Princeton per una tesi sulla teoria del sionismo. Il presente testo è la postfazione all'edizione tedesca del suo libro The Rise and Fall of Palestine.

Dopo aver terminato questo saggio nel 1995, sono tornato in Palestina ogni anno. In effetti, ad eccezione dei miei viaggi all'estero per dare conferenze, la Palestina è il solo posto dove sono andato dopo il mio primo soggiorno lì, quindici anni fa. Qualche volta ho sognato di passare le vacanze in Grecia o in Italia, ma non l'ho mai fatto. Se ne ho il tempo è il costo non è proibitivo, torno sempre in Palestina. Lo faccio soprattutto per senso del dovere - ho il diritto di essere altrove? - alleviato dall'affetto autentico che ho sviluppato per alcuni amici. Non posso dire che ritornarvi mi rallegri. Appena arrivo, anche prima di arrivare, conto i minuti che mi restano prima di ripartire.

L'eminente sociologo dell'Università Ebraica Baruch Kimmerling ha descritto la Striscia di Gaza come «il più grande campo di concentramento della storia». La Cisgiordania segue da vicino. Quando il muro israeliano, attualmente in costruzione, sarà terminato, la Cisgiordania rimpiazzerà la Striscia di Gaza al primo posto. Affiancata su ogni lato da trincee di quattro metri, fortificata da torri di guardia a intervalli regolari e sormontata da filo spinato, questa massiccia barriera si estenderà per 347 chilometri - il doppio del Muro di Berlino. (Un terzo è stato già completato.) Penetrando profondamente all'interno della Cisgiordania e causando seri problemi ai Palestinesi presi in mezzo fra il muro e la «Linea verde» (la frontiera di Israele prima del giugno 1967), il muro comporterà probabilmente l'annessione di fatto del 10% della Cisgiordania e l'espulsione dei Palestinesi che vivono in quei luoghi, isolandone contemporaneamente 300.000 (il 14% della popolazione della Cisgiordania) che vivono a Gerusalemme est. A giudicare da recenti dichiarazioni israeliane, questo muro potrebbe eventualmente circondare completamente i Palestinesi e riunirli in meno della metà della Cisgiordania, territorio che il primo ministro Sharon (con il sostegno degli Stati Uniti) chiamerebbe allora «Stato» palestinese..

Non si fa menzione del muro nell'attuale iniziativa dell'amministrazione Bush, la «road map», e ancor meno di una richiesta affinchè la sua costruzione venga arrestata. In verità, la road map è semplicemente una versione riscaldata degli accordi di Oslo. Come il «processo di pace» culminato ad Oslo era cominciato dopo la prima distruzione dell'Irak per mano degli Stati Uniti, la road map è stata pubblicata dopo la seconda distruzione. In entrambi i casi, il calcolo degli Stati Uniti e di Israele era che i Palestinesi, sentendosi sufficientemente travolti, demoralizzati e isolati (sotto i colpi dello «choc» e del «terrore»), avrebbero accettato un bantustan in stile sudafricano. Questa scommessa è fallita la prima volta, quando Arafat, nel luglio 2000 a Camp David, ha rifiutato di piegarsi al diktat israelo-statunitense. In conseguenza, egli è stato cacciato dal potere, e un nuovo «dirigente» palestinese, Abu Mazen, ne ha preso il posto. (I sondaggi mostrano che Abu Mazen sarebbe fortunato se ottenesse il 5% del voto dei Palestinesi in una elezione libera - un perfetto dirigente «democratico» secondo gli standard statunitensi.) Resta da vedere se Abu Mazen sarà più accomodante e si piegherà di fronte alla visione di uno Stato palestinese secondo Sharon. Quando tutti quelli che incontravo in Cisgiordania hanno cominciato a fare riferimenti al «muro», il mio primo riflesso è stato di ricordarmi del primo libro che la mia defunta madre (una sopravvissuta del ghetto di Varsavia) mi aveva raccomandato di leggere sull'olocausto nazista, il romanzo storico di John Hersey sul ghetto di Varsavia, intitolato The Wall (Il Muro).

Io torno in Palestina per senso del dovere e sentendomi colpevole, come se mi beffassi dei Palestinesi: io posso venire e ripartire come voglio, ma loro ne sono prigionieri. Perchè io posso entrarvi e ripartire mentre loro non possono?  Mi sforzo costantemente di trovare una risposta che attenui l'ingiustizia e pacifichi la mia coscienza, ma non la trovo mai. Ancora peggio, sono sempre portatore di cattive notizie. E' la sincerità politica senza conseguenze personali. Quale prezzo devo pagare per dire ai Palestinesi che le cose non faranno che peggiorare (come fanno invariabilmente)? Annunciare la terribile verità ai Palestinesi non è molto eroico da parte di uno straniero. Che ne pensano i miei amici palestinesi? «Norman è di ritorno per dirci ancora una volta che non c'è speranza. E' facile da dire, per lui...» Cosa avrebbero pensato i miei genitori se un Tedesco in buona salute si fosse costantemente presentato davanti a loro per dirgli che le cose non avrebbero fatto che peggiorare?

Oggi, invece di fare le mie sinistre predizioni abituali, cambio soggetto. Non che questo sia di aiuto. Tutti sanno cosa penso. Ho notato che molti amici sembrano meno impazienti di vedermi. Suppongo che siano stanchi delle mie lugubri previsioni, sempre ben argomentate, a loro spese. Hanno veramente bisogno di apprendere da questo «esperto» quello che hanno perduto? Tutto quello che li circonda puzza di miseria e disperazione. La loro giovinezza è passata e la loro vita è stata sprecata; non possono neanche più sognare un futuro migliore. Io sono il ricordo annuale, lo specchio burlone di queste macerie. Prima, potevo argomentare con veemenza e successivamente ridere di cuore con gli amici di Moussa, Ismail e Caid. All'epoca del mio ultimo viaggio, sono scivolati fuori del campo di  Fawwar, si sono seduti con me sul balcone di Moussa, in silenzio, per quindici minuti, poi sono ripartiti. Se non ritorno, credo che i Palestinesi pensino che abbia abbandonato la lotta; se ritorno, penso che credano che io abbia trasformato la Palestina in una fissazione. In effetti, sono preoccupato. Scrivo libri sulla Palestina, sono invitato a tenere conferenze sulla Palestina. Vuol dire che traggo benefici dal loro martirio Recentemente, un produttore indipendente mi ha chiesto di partecipare ad un documentario sulla Palestina basato su questo saggio. Eccomi dunque, con un' équipe di riprese, le telecamere e i microfoni dietro di me.

Spesso, quelli che mi presentano alle conferenze rendono omaggio al mio «coraggio». Io avvampo di vergogna di fronte a questi elogi. Quale coraggio? Rettitudine, forse, ma coraggio assolutamente no. Io ho paura ad ogni passo che faccio in Palestina. Io sono inevitabilmente il più terrificato fra quelli con cui viaggio. Io mi nascondo dietro ogni edificio, tremo sentendo il minimo sparo, sudo freddo alla vista di ogni soldato o colono.  Mi sono spesso sentito in imbarazzo per la mia paura. Mi ricordo distintamente di questi episodi nel mio spirito, ma l'orgoglio mi impedisce di scriverli. Avevo l'abitudine di giustificare questa viltà con il pensiero dei miei genitori: dopo tutto quello che hanno passato, sarebbe stato imperdonabile fargli subire anche la mia morte. Ora che sono scomparsi, non posso più servirmi di questo alibi. Io mi aggrappo disperatamente alla vita, come i miei genitori si sono disperatamente aggrappati alla vita.  (E' un'altra evasione pretendere che abbia ereditato da loro l'imbarazzo della «sopravvivenza»?)

Per trovare del coraggio, bisogna guardare questi meravigliosi e stimolanti giovani dell'International Solidarity Movement che si mettono volontariamente sulla linea di tiro israeliana per proteggere i Palestinesi. Rachel Corrie da Olympia, Washington, aè stata uccisa da un bulldozer israeliano mentre voleva impedire la distruzione di una casa palestinese. Tom Hurndall di Manchester, Gran Bretagna, ha ricevuto una pallottola in piena testa da un tiratore scelto israeliano, che si trovava dietro di lui, mentre tentava di salvare dei bambini smarriti sotto il tiro degli israeliani (è ora in uno stato di morte cerebrale). Bisogna guardare verso Moussa, che documenta quotidianamente gli abusi israeliani contro i diritti dell'Uomo mentre le pallottole gli fischiano intorno. Bisogna guardare verso i bambini palestinesi di Gaza che fronteggiano con i sassi i carri armati e i blindati israeliani. Ma, per amor del cielo, non guardate me. 

Io non ho alcuna simpatia per i coloni; in effetti, considero che siano un obiettivo legittimo della resistenza armata (con l'eccezione, naturalmente, dei bambini). Se essi scelgono, appoggiati dalla potenza militare, di rubare la terra (e l'acqua) sotto i piedi dei Palestinesi, allora lasciamoli raccogliere quello che hanno seminato.  Tuttavia, io cerco ancora l'attitudine «appropriata» verso i soldati israeliani. Lasciando Gaza, vedo tre giovani israeliani al posto di blocco: una donna ben proporzionata, uscita direttamente da un film di James Bond, che indossa una tuta mimetica e scarpe di pelle con i tacchi a spillo, un giovanotto seduto su una veranda che canta e suona sulla sua chitarra una magica melodia ebraica, e un secondo giovane con degli occhiali dalla montatura in tartaruga con lenti molto spesse. Ognuno brandisce incongruamente un fucile d'assalto grande la metà di lui. Per l'amor del cielo, ma cosa fanno lì? Aspettate: Gaza è  «il più grande campo di concentramento della storia». Perché provo pietà per questi guardiani di campo di concentramento?

Anche se non posso ammettere gli attentati suicidi palestinesi, posso tuttavia comprenderli. Se membri della mia famiglia fossero imprigionati, picchiati, torturati, uccisi, la nostra casa demolita, la nostra terra rubata, le nostre vite distrutte, in attesa della morte e quasi sperando che arrivi presto - io spererei certamente di conservare la mia umanità, ma in tutta onestà, non posso prevedere quale sarebbe la mia reazione. Contrariamente a me, molti Palestinesi che erano in dissenso dal principio concernente gli attacchi contro i civili israeliani, non lo sono più. In effetti, di tutti i miei amici da quelle parti, i soli Moussa e Afaf e Samira e Stephan vi si oppongono ancora categoricamente. Alcuni pensano che sia la sola tattica che farà ritirare Israele, mentre altri vogliono solo una vendetta - per cambiare, che siano loro a soffrire. Ciononostante, tutti i Palestinesi che incontro fanno una distinzione per l'attentato di Hamas all'Università Ebraica. Moussa chiede a suo figlio di sei anni cosa ne pensi «E' male. Quelli non facevano che studiare.»

Quando ho incontrato il Dr Rantissi, portavoce politico di Hamas, ho discusso con lui dell'attacco contro l'Università Ebraica e gli ho ripetuto quello che aveva detto il bambino di Moussa. Visibilmente contrariato dalla mia domanda, ha tentato di giustificarsi in ogni modo: essi sono forse gente che studia, ma più tardi serviranno l'occupazione. Gli ho fatto notare che i Nazisti pretendevano che fosse corretto uccidere i bambini ebrei perché un giorno avrebbero voluto vendicarsi della morte dei loro genitori. Con evidente soddisfazione,  Rantissi ricorda che il dei morti palestinesi e israeliani all'inizio della nuova Intifada era di 10 a 1, ma ora è di 3 a 1. Mentirei se negassi che questo argomento ha una risonanza. La vita palestinese non sarà presa gratuitamente: se uccidete uno dei nostri, dovete pagare un prezzo. E' brutale, è primitivo, ma posso, malgrado questo, comprendere questa aritmetica. Anch'io calcolo segretamente il rapporto. Quando un commando speciale israeliano assassina un palestinese, una parte di me grida vendetta. Se i Palestinesi non reagiscono, sono deluso. Dov'è dunque la dignità, il rispetto di sé? Di fronte alla spietata brutalità di Israele, anche a me, come a molti Palestinesi, si è indurito il cuore.

Ma anche per quanto la sua soddisfazione possa essere comprensibile,  non ho cessato di ripetere a Rantissi che tutto questo è immorale. Comincio allora a sentirmi a disagio. La mia responsabilità non è quella di fare la morale a Rantissi, ma oppormi all'occupazione. Non sono arrogante? Lui ha passato dieci anni in una prigione israeliana; lui ora è un detenuto in un campo di concentramento israeliano. Chi sono io per istruirlo sui dettagli della moralità, con il conforto della mia carta di credito? lui probabilmente pensa che tutti gli Ebrei sono così. Così arroganti, così soddisfatti di sé stessi. Lasciandolo, mi chiedo se gli devo stringere la mano. Certamente non stringerei quella di Sharon. Poi lo faccio. Quando più tardi ho chiesto la sua opinione a Moussa, non è stato d'accordo. Mi ha ricordato con collera che, approvando in televisione l'attacco contro l'Università Ebraica, Rantissi ha volto l'opinione mondiale contro i Palestinesi. Ora, comincio a dubitare della saggezza della mia decisione. Ma anche questa è arroganza: perché fare un problema della mia stretta di mano?  La prerogativa di mostrare magnanimità appartiene ai Palestinesi, non agli Ebrei statunitensi.

Come Ebreo, non ho più scrupoli verso i soldati (e coloni) israeliani che subiscono rovesci nei Territori occupati di quanti ne abbia, come Statunitense, verso i GI che subiscono rovesci in Irak. Io celebro ogni vittoria su un occupante straniero. Nello stesso modo con cui mi rallegro dei colpi inflitti agli occupanti nazisti dalle resistenze in Europa, io mi rallegro dei colpi che Hezbollah ha inflitto agli occupanti israeliani in Libano, che i Palestinesi infliggono agli occupanti israeliani e che gli Irakeni infliggono agli occupanti statunitensi. Questa solidarietà non nasce da un artificio intellettuale o politico. Io non posso reprimere i miei istinti tribali o patriottici per essere costante dal punto di vista morale. Nella mia costituzione c'è piuttosto il contrario - io odio visceralmente gli occupanti, tutti gli occupanti. (Un altro malessere di famiglia?) Non c'è la minima differenza se sono Ebrei o Statunitensi. Se ho degli scrupoli - e ne ho - è per i combattenti il cui sangue viene versato. Sono giovani, nel fiore degli anni.  Potrebbero essere miei studenti (molti di quelli inviati in Irak lo erano). La maggior parte non vogliono essere dove sono; vorrebbero essere a casa loro. Se qualcuno deve trovarsi in prima linea, preferirei che fossero i dannati politici che li hanno inviati o i pontefici, universitari e giornalisti ben messi e in forma, che battono i tamburi della guerra, ma da lontano. Nondimeno, io non difenderei i razziatori sfrontati e i vandali conquistatori, übermenschen senza fede né legge, indifferenti alla vita degli innocenti. I soldati nazisti erano anche dei giovani nel fiore degli anni...

Anche se i Palestinesi hanno tutti i diritti di resistere con violenza di fronte ai soldati ed ai coloni israeliani, non credo che questa strategia sia prudente. E' l'arena in cui Israele è il più forte, e i Palestinesi sono i più deboli: la forza bruta. Rispetto a questo, gli attentati suicidi sono non solo indifendibili moralmente, ma probabilmente anche controproducenti. Essi alienano anche l'opinione mondiale e forniscono ad Israele un pretesto per proseguire la repressione armata - ragione per cui Israele li provoca disperatamente quando c'è una tregua. Gli attentati hanno senza dubbio colpito la società israeliana, indebolendo lo slancio popolare e causando danni all'economia. Ma è poco probabile che impongano un ritiro israeliano. Insensibili e cinici, i dirigenti israeliani considerano le vittime civili come un prezzo da pagare, spiacevole, ma nondimeno tollerabile, per mantenere il loro potere. Le loro incitazioni ripetute contro il terrorismo palestinese suggeriscono che questi dirigenti non sono affatto preoccupati dal suo effetto nocivo sulla società israeliana. Gli attentati, probabilmente, non spingeranno gli Israeliani ordinari ad opporsi all'occupazione. Sarebbe vero il contrario: colpire i soldati in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza segnala un'opposizione all'occupazione israeliana, ma prendere di mira dei civili a Tel Aviv ed Haifa segnala un'opposizione all'insieme della società israeliana. Se la loro stessa esistenza gli sembra minacciata, allora gli Israeliani si batteranno senza pietà fino alla fine. 

E' triste che l'intransigenza di Israele abbia cominciato a convincere molti Palestinesi che non si può realmente coesistere in pace: siamo al noi o loro. Esiste una possibilità affinché la disobbedienza civile non violenta di massa possa imporre il ritiro israeliano. Durante la prima Intifada, quella aveva galvanizzato l'opinione mondiale a fianco dei Palestinesi e aveva isolato Israele. Quella aveva neutralizzato l'esercito israeliano che si era impantanato in operazioni di polizia - il che aveva turbato l'élite israeliana. La strategia sarebbe forse riuscita, all'origine, se (come suggerisco nel capitolo due) la direzione palestinese si fosse investita nella lotta popolare invece che nel cul de sac dei negoziati. Cionondimeno, è completamente ipocrita da parte degli Israeliani il chiedersi perché i Palestinesi non perseguano una strategia non violenta. Una ragione evidente è quella che, ogni volta che lo hanno fatto, Israele li ha brutalmente repressi. Il filosofo britannico Bertrand Russell, benché pacifista impegnato, dubitava dell'efficacia della resistenza non violenta di fronte alla Germania nazista: «Questa dipende dall'esistenza di certe virtù in quelli contro cui viene utilizzata. Quando gli Indiani si sdraiavano sui binari e sfidavano le autorità a schiacciarli sotto i treni, i Britannici consideravano intollerabile una tale crudeltà. Ma i Nazisti non avevano alcuno scrupolo in tali situazioni.» Non tocca solamente - e nemmeno principalmente - ai Palestinesi praticare la non violenza, ma agli Israeliani provare che reagiranno positivamente. A giudicare dalla sorte riservata a Rachel Corrie e Tom Hurndall - non Palestinesi anonimi, ma cittadini dei due alleati più stretti di Israele - sembra che la reazione di Israele sia più vicina a quella della Germania nazista che a quella della Gran Bretagna. Nonostante questo, bisogna dire che gli attentati suicidi non sono stati di aiuto - altra ragione per metterne in discussione il fondamento, anche se bisogna ugualmente dire che (come dimostro nel capitolo quattro) gli Israeliani non hanno mostrato la minima clemenza durante la prima Intifada, principalmente non violenta. In definitiva, anche se il terrorismo riuscisse a provocare un ritiro israeliano, il suo successo poserebbe su un'arma moralmente riprovevole. Lo Stato palestinese che avrebbe fatto nascere rischierebbe molto di diventare un posto dove pochi Palestinesi vorrebbero vivere.

Samira continua ad insegnare l'inglese a Talitha Kumi, ma ha preso anche molti altri impegni professionali per mettere insieme il pranzo e la cena. Suo marito, Stephan, direttore delle costruzioni a Gerusalemme, non riesce a lavorare che irregolarmente, a causa dei posti di blocco israeliani. La loro figlia maggiore, Rana, ha lasciato Beit Sahour per sposare un Palestinese studente a Londra. Dopo aver passato qualche anno in Inghilterra, si sono stabiliti in Giordania per essere più vicini alla loro famiglia. Samira è recentemente diventata nonna quando Rana ha dato alla nascita un bambino. Alla vigilia dell'operazione Muraglia di Difesa, nel marzo 2002, Samira e Stephan, convinti giustamente che i giovani palestinesi sarebbero stati presi di mira, hanno inviato il loro unico figlio maschio, Basil, in Giordania, dove ora si trova in collegio. La loro altra figlia, Rita, ha curato i feriti palestinesi in un ospedale di Gerusalemme durante il saccheggio israeliano di marzo e aprile.

Molti giovani di Beit Sahour hanno abbandonato. Avevo l'abitudine di stuzzicare Nadim Issa dicendogli che avrebbe preso al volo la prima occasione per partire. I primi anni, lui smentiva con veemenza, ma più tardi ha ammesso, a malincuore, questa possibilità. L'anno scorso ho saputo che si era sposato con una donna di una famiglia che ha dei parenti in  Michigan e che è partito. Qualche volta penso di provare ad entrare in contatto con lui, ma non lo faccio mai: è uno di quei  e«te l'avevo detto» che preferisco lasciar perdere. Mufid Hanna, che non riusciva a decidersi se voleva o no uccidere questo Ebreo quando ci siamo incontrati la prima volta, è ora un affarista di talento. Quando ci siamo parlati l'ultima volta, mi ha detto che il suo partner israeliano negli affari è anche il suo miglior confidente.

George Hanna, il fisico dell'Università di Bir Zeit, è attualmente responsabile del coordinamento dell'International Solidarity Movement. Qualche settimana fa, ho ricevuto per posta la notizia che i soldati israeliani avevano devastato il suo ufficio dell'ISM a Beit Sahour. Mentre alcuni volontari dell'ISM sono attualmente colpiti da un divieto di soggiorno in Israele perché rappresenterebbero una «minaccia per la sicurezza», altri devono firmare una dichiarazione che esonera Israele da ogni responsabilità per quello che gli può succedere. Chi può contraddire l'ingegnosità che esiste nell'obbligare a firmare il proprio ordine di esecuzione quelli che sono i bersagli da uccidere?

Moussa lavora attualmente sul campo per B'Tselem, il Centro israeliano di informazione sui diritti umani nei Territori occupati, documentando in tempo reale le violazioni israeliane dei diritti umani nella regione di Hebron. Sua moglie, Afaf, che quando ci siamo incontrati la prima volta tollerava appena le idee politiche di Moussa, ora lavora per il Comitato Centrale del Partito del Popolo. I loro tre figli più grandi,  Marwa, Urwa e Arwa, ora sono adolescenti.  Urwa spera eventualmente di venire a vivere con me, mentre Arwa, una dirigente nata (e un'impressionante giocatrice di scacchi), passa quasi tutto il suo tempo al telefono, dando consigli ai suoi amici. Moussa e Afaf hanno avuto altri due figli, Suhail et Ayham. Mentre i più grandi hanno cose più importanti che intrattenere gli ospiti, i piccoli si occupano di loro con molteplici abbracci e moine. Moussa vive in cima ad una collina sovrastante il campo di rifugiati di Fawwar, dove è nato. Salire il sentiero di fortuna fino alla sua casa è un'impresa ardua. Mi lamento spesso con Moussa dicendogli che avrò presto bisogno di un bastone per aiutarmi, poi di una sedia a rotelle, fino a quando, finalmente, arriverà un avviso che informa che Norman non salirà più sulla collina.

Se la lotta per la libertà in Palestina a volte sembra un lavoro di Sisifo, questo non avviene perché il carattere vano della risoluzione del conflitto israelo-palestinese era predestinato. Quello che impedisce una soluzione, non è una «vecchia animosità», un «odio religioso» o uno «scontro di civiltà». Queste sono confezioni ideologiche destinate a mascherare e mistificare una realtà che non è così complicata. E' piuttosto il rifiuto di Israele, con l'appoggio degli Stati Uniti, di mettere fine all'occupazione e di permettere la creazione di un vero Stato Palestinese sovrano al proprio fianco o di coabitare in pace in un solo paese.

Norman Finkelstein
Tradotto dal francese da Germano Monti
Da www.solidarite-palestine.org