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Comunità Palestinese del Veneto
 
Discorso in occasione della "giornata della Terra" celebrata a Padova nel 2001



Parlo a nome della Comunità Palestinese nel Veneto e voglio dare innanzitutto il benvenuto al nostro ambasciatore Nemer Hammad e a Stefano Chiarini, giornalista del Manifesto, Marianita De Ambrogio, Donne in Nero
Ringrazio anche l'Associazione della Pace che ha reso possibile questo incontro e le persone che sono presenti in sala testimoniando la loro sensibilità nei confronti del nostro popolo.

L'occasione che ha dato vita a questa serata è la giornata della Terra, in cui ogni anno i Palestinesi ricordano la politica di continua occupazione e confisca della propria terra, che da oltre 100 anni devono subire da parte del movimento sionista prima e dallo stato di Israele poi.
25 anni fa gli Arabi Palestinesi in Israele dichiararono uno sciopero generale per la difesa della terra usurpata e, come risposta a questa pacifica manifestazione, il governo israeliano sparò contro di loro, uccidendone sei.
Da allora il 30 marzo di ogni anno è diventato un giorno commemorativo e simbolico della resistenza popolare per difendere la Terra.

Dopo tanti anni di lotta e di sofferenza, il nostro popolo ha creduto di poter finalmente riavere almeno una parte di questa terra, quel piccolo 22% che era previsto dagli accordi di Oslo del 1993.
Ha voluto credere in un sogno che sembrava germogliare dalla stretta di mano tra Arafat e Rabin alla presenza del presidente americano Clinton.
Ma Israele non era ancora pronto a fare questo passo e, con l'uccisione di Rabin, ha cancellato la speranza.
I Palestinesi hanno quindi continuato a subire la politica della confisca delle terre e degli insediamenti dei coloni.
"Pace in cambio di terra": questo era il programma di base degli accordi del '93, che il governo di Netanhiau nel'96 ha trasformato in "Pace in cambio di sicurezza"aumentando il controllo dell'esercito, della polizia e portando avanti una politica repressiva.
Gli amanti della pace hanno guardato con speranza al governo laburista di Barak, ma le sue promesse erano solo fumo negli occhi. Unico risultato conseguito è stato quello di spianare la strada al suo successore Sharon, la cui provocatoria visita alla spianata delle moschee ha dato il via alla nuova Intifada.
"Pace in cambio di cibo": questa è l'attuale politica di Israele.
La West Bank e Gaza sono state divise in 50 cantoni, interrompendo le vie di comunicazione tra le città e i villaggi. L'esercito israeliano ha istituito impenetrabili posti di blocco che impediscono lo spostamento delle persone, dei mezzi, delle merci e compromettono sempre più la salute e la vita della gente. In alcuni villaggi inizia a scarseggiare il rifornimento alimentare e particolarmente a rischio sono gli anziani, i neonati e chiunque è bisognoso di assistenza medica poiché il ricovero nei pochi centri ospedalieri è un'impresa quasi impossibile. Diverse sono state le morti di malati gravi o i parti avvenuti ai posti di controllo israeliani.
L'attività produttiva è praticamente bloccata.
Sono state distrutte scuole, stazioni radio, elettricità.
120.000 lavoratori pendolari che quotidianamente si recavano in Israele hanno perso lavoro e salario, come la maggior parte dei 180.000 lavoratori impiegati in territorio palestinese che non possono più raggiungere il posto di lavoro. La disoccupazione a Gaza è passata dal 18 al 60% e nella West Bank dall'11 al 35%, causando una grande crescita del numero delle famiglie che vivono al di sotto del livello di povertà, passate dal 26 al 40% dell'intera popolazione.
Parte delle terre sono state rioccupate e fattorie distrutte con gravi danni all'agricoltura. Migliaia di ulivi e di alberi da frutto sono stati sradicati dai bulldozer israeliani.
Contro questa sofferenza di una terra ferita e di un popolo esasperato si è alzato con forza il grido dell'Intifada che ha visto morire non solo i palestinesi dell'Autonomia, ma anche 13 palestinesi "considerati" cittadini israeliani.
Israele reagisce da mesi usando tutte le armi possibili: dal cielo, dalla terra e dal mare causando un altissimo numero di vittime. Ci sono state centinaia di morti e i feriti si contano a migliaia; il 30% di loro sono stati dichiarati inabili permanenti.
In questa situazione di estrema gravità, noi palestinesi siamo purtroppo costretti a trattare con Sharon, simbolo per eccellenza della peggior politica repressiva israeliana: a lui si devono il massacro di Sabra e Shatila e troppi altri. Non avremmo mai voluto incontrarlo sul nostro cammino, ma è lui l'attuale primo ministro del governo israeliano, uomo pericoloso non solo per noi, ma anche per il suo stesso stato. La sua politica è infatti destinata a provocare un allargamento del conflitto a tutta la regione.
Anche se non possiamo dimenticare il suo passato, come sembrano aver fatto il Tribunale dell'Aia e tanti altri, siamo disposti a trattare con lui, ma senza rinunciare alle seguenti condizioni:
- rispetto degli accordi internazionali e delle risoluzioni dell'ONU n.242, n.338 e 194
- rispetto degli accordi presi alla Conferenza di pace di Madrid
- rispetto degli accordi di Oslo e di quelli successivi
- ripresa delle trattative dal punto in cui si sono interrotte a Taba durante il governo di Barak senza ripartire da zero
- abbandono della politica degli insediamenti
- abbandono dell'assedio e della politica repressiva nei confronti del popolo palestinese
- liberazione di tutti i prigionieri

E' chiaro che la resistenza palestinese non si fermerà finché non si arriverà alla proclamazione di uno Stato Palestinese sovrano con Gerusalemme come sua capitale.
Facciamo un appello alla popolazione civile che crede nella libertà e nel rispetto dei diritti umani, perché appoggi la nostra causa.
Auspichiamo inoltre una presa di posizione da parte della Comunità Europea, in particolare da parte dell'Italia che è sempre stata all'avanguardia nella solidarietà col popolo palestinese, per garantire la difesa delle nostre legittime aspirazioni.
Chiediamo che si faccia l'impossibile per ottenere l'invio di forze ONU a difesa dell'incolumità della popolazione, di donne e bambini colpiti fin nelle loro case e scuole.
Nella Terra della Palestina sono nati i profeti della pace, nella terra della Palestina tornerà la pace. Una pace vera, basata sulla libertà, sulla giustizia e sull'uguaglianza.
Lotteremo con tutti i mezzi disponibili per raggiungere una pace duratura in uno stato palestinese sovrano e in una terra finalmente risanata e liberata.
                                            Il Porta voce
                                            ALI SAMHAN