UNA NUOVA FASE NELLA LOTTA DI LIBERAZIONE DEL POPOLO PALESTINESE
Il piano di pace per il Medio Oriente denominato Road Map è stato elaborato nel 2002 dal Quartetto, cioè dai rappresentanti diplomatici degli USA (Powell), della Russia (Ivanov), dell’Unione Europea (Solana) e dell’ONU (Annan). La Road Map, accettata in linea di principio da Arafat subito dopo la sua presentazione, è stata approvata dal governo israeliano soltanto il 25 maggio 2003, e con pesanti riserve.
La novità presente nella Road Map, e che non deve essere
sottovalutata, riguarda l’esplicita menzione alla creazione di uno Stato
palestinese indipendente, del tutto assente nei precedenti accordi siglati il 13
settembre 1993 a Washington fra Israeliani e OLP a seguito dei colloqui di
Madrid e Oslo; in quel documento, infatti, si fa riferimento soltanto ad un
futuro "accordo permanente basato sulle risoluzioni n. 242 e 338 del Consiglio
di sicurezza dell’ONU". Per il resto, il percorso a tappe tracciato dalla Road
Map appare sostanzialmente ricalcato su quello del documento di Washington, con
in più una marcata accentuazione delle responsabilità palestinesi nella
cessazione di ogni attività di resistenza all’occupazione. Anche la tanto
decantata scansione temporale degli adempimenti, che dovrebbero culminare nel
2005 nella costituzione dello Stato indipendente di Palestina entro i confini
dei territori occupati da Israele nel 1967, era in realtà presente negli accordi
precedenti siglati da Arafat con Rabin e Peres ma mai rispettati dagli
Israeliani, il che ha costituito la causa reale dell’esplosione della seconda
Intifada nel settembre 2000.
E’ proprio l’atteggiamento israeliano nei confronti dei punti più spinosi della
Road Map a rappresentare l’interrogativo più inquietante: il governo Sharon, pur
avendo accettato il piano di pace, ha già messo le mani avanti, approvando una
risoluzione che rifiuta il riconoscimento al diritto al ritorno dei profughi del
1948, dichiarando che non accetterà la supervisione di ONU ed Unione Europea e
rivendicando qualcosa come 14 modifiche alla Road Map, con l’obiettivo –
denunciato anche dai pacifisti israeliani – di renderla impraticabile.
Nel merito del piano di pace, riteniamo necessarie alcune considerazioni di contesto e di sostanza.
Per quanto riguarda il contesto, va detto che la Road Map vede la luce dopo oltre venti mesi di Intifada costati ad Israele centinaia di morti, un tracollo economico senza precedenti e un pesante isolamento internazionale, particolarmente nei confronti dell’opinione pubblica. Inoltre, l’amministrazione Bush è già proiettata verso l’intervento militare in Irak (siamo a metà del 2002) e ritiene assolutamente necessario offrire di sé al mondo arabo un’immagine più accettabile, soprattutto in funzione delle indispensabili alleanze e connivenze con i regimi "moderati" dell’area, che devono a loro volta fare i conti con un’opinione pubblica interna fortemente schierata con i Palestinesi e ostile agli U.S.A. Non a caso, ci sembra, la Road Map viene rilanciata con vigore, a quasi un anno di distanza dalla sua proposizione, in presenza di fattori quali la difficoltà U.S.A. di imporre la normalizzazione dell’occupazione dell’Irak, la manifesta impossibilità di Sharon di mettere fine alla Resistenza palestinese ed un rinnovato protagonismo europeo, in particolare francese, nell’area araba e medio orientale (ricordiamo, a tale proposito, la visita trionfale di Chirac ad Algeri e il rafforzamento dei legami fra Parigi e Beirut). Fattori, quelli indicati, che concorrono tutti a mettere in crisi proprio quei regimi "moderati" che costituiscono non da oggi un punto fermo della presenza nordamericana nello scacchiere, come Egitto e Giordania.
In un simile contesto, l’oltranzismo sionista diviene per gli U.S.A. un alleato scomodo come lo sono divenuti, a suo tempo, i vari Pinochet, Duvalier e De Klerk; è necessario un cambio di passo, e chi meglio di Sharon può garantire una transizione controllata e contenere i prevedibili contraccolpi delle componenti più aggressive e razziste della società israeliana, come i coloni o gli stessi militari? Nel merito dei contenuti della Road Map, la prima osservazione è che la pretesa che siano le stesse autorità palestinesi a reprimere la resistenza del proprio popolo appare tanto provocatoria quanto irrealistica; è pur vero che già dalla metà degli anni 90 l’Autorità Nazionale Palestinese si era acconciata a svolgere il ruolo di "poliziotto di Gaza", reprimendo chiunque si opponeva agli accordi, con l’alibi della lotta all’integralismo islamico. Sono gli anni in cui gli attuali "nuovi" leader palestinesi graditi ad Israele ed USA si guadagnano la fama di corrotti tagliagole, come Mohamed Dahlan, responsabile della "sicurezza preventiva" a Gaza e accusato di torture ed omicidi di militanti palestinesi, rimosso da Arafat lo scorso anno e reimposto da USA e Israele come "ministro degli interni" dopo la nomina a primo ministro di Abu Mazen, a sua volta uomo di Washington e Tel Aviv. Nonostante il curriculum di questi personaggi e il sostegno che gli viene da USA e Israele, appare difficile che possano effettivamente scatenarsi contro la Resistenza palestinese, che in questi durissimi anni ha subito colpi tremendi ma ha anche rafforzato ed affinato le proprie capacità. Il rischio di una "guerra civile" fra Palestinesi è comunque tutt’altro che immaginario e, per quanto possa apparire paradossale, è proprio la forza delle organizzazioni della Resistenza che lo può allontanare, scoraggiando le velleità di Dahlan e soci. Infatti, Abu Mazen ha già dovuto incassare il rifiuto di Hamas alla sospensione di ogni attività contro gli Israeliani, ottenendo soltanto la sospensione delle operazioni contro i civili israeliani, peraltro subordinata dall’organizzazione islamica alla contestuale sospensione degli attacchi israeliani contro i civili palestinesi, delle esecuzioni "mirate" e delle devastazioni di case e campi palestinesi. In ogni caso, Hamas e le altre organizzazioni – laiche e islamiche - della Resistenza si riservano il diritto di colpire militari e coloni.
In secondo luogo, esiste il rischio concreto che gli Israeliani interpretino la Road Map come hanno già interpretato gli accordi di Washington, cioè svuotandoli di ogni significato, ed a questo la stessa "mappa" si presta benissimo: ambigua e sfuggente come forse lo sono tutte le iniziative diplomatiche, offre continuamente pretesti per la sua stessa disapplicazione, specialmente – come è persino ovvio – da parte israeliana. Non è affatto casuale che Tel Aviv pretenda l’esclusione di Europei e ONU dalle verifiche disposte dalla "mappa", con l’intenzione di farle effettuare esclusivamente dall’alleato USA (della Russia sembra non tenere minimamente conto) e quindi di non farle effettuare affatto.
In effetti, come rilevano tutti i commentatori internazionali e, in Israele, l’autorevole voce di Uri Avnery, "Sharon parla di Road Map mentre crea dei «fatti compiuti sul terreno» (…)", riferendosi alla costruzione del "muro diabolico" che divide e separa in più tronconi incomunicanti la West Bank, sull’esempio dei bantustan del Sudafrica dell’apartheid. La costruzione del muro, come l’espansione delle colonie, non subisce la minima interruzione; non solo, Sharon ha aperto un nuovo fronte, quello degli Arabi con cittadinanza israeliana, nei confronti dei quali ha avviato operazioni repressive tali da far dire ad Uri Avnery " (…) non c'e' dubbio che se questa operazione dovesse riuscire, seguiranno tutti gli altri settori della popolazione araba, da Azmi Bishara ad Hadash. Il recente tentativo di estrometterli dalla Knesset e' stato solo l'inizio. Dopo di cio', sara' il turno delle forze pacifiste ebraiche. Non facciamoci illusioni: l'obiettivo finale di Sharon e' trasformare l'intera Palestina, dal Mar Mediterraneo al fiume Giordano in uno stato esclusivista ebraico. Nella sua visione non c'e' posto per i palestinesi. Chiunque si opponga a questa visione e' un nemico (se arabo) o un traditore (se ebreo). Dunque, paradossalmente, la battaglia per sheikh Ra'ed, l'estremista religioso, e' anche la battaglia per la democrazia e la liberta' nel paese." Sheikh Ra’ed è il leader del movimento islamico accusato da Sharon di sostenere i kamikaze, quando in realtà si limita ad iniziative umanitarie verso le famiglie dei Palestinesi colpiti dalla repressione, similmente a quello che fa il movimento pacifista israeliano Gush Shalom, che quindi potrebbe essere uno dei prossimi obiettivi della repressione sionista.
Vi è poi la questione del diritto al ritorno dei profughi, che il governo israeliano ha già negato anche in linea di principio; su questo scoglio, si sono già infranti gli accordi di Oslo e la rimozione della questione anche da parte dell’ANP ha provocato ulteriori tensioni e situazioni drammatiche. Occorre ricordare che soltanto nei campi profughi del Libano vivono, in condizioni miserevoli, oltre 400.000 profughi palestinesi delle famiglie espulse nel 1948 dalla parte di Galilea che il piano di spartizione ONU aveva assegnato agli Arabi e che venne invece occupata dagli Israeliani; è semplicemente impensabile che a queste persone venga negato il diritto a tornare nelle terre da cui furono espulsi dalla prima pulizia etnica israeliana, a cui ne hanno fatto seguito molte altre. Definiamo la questione dei profughi "l’altra metà dell’Intifada" perché è indiscutibile che costituisca un aspetto della questione palestinese che non può essere rimosso, a maggior ragione se si considera che la stessa Road Map si propone di trovarvi "una soluzione accettata, giusta, equa e realista" e che è parte integrante dell’eventuale normalizzazione delle relazioni fra Israele da una parte e Libano e Siria dall’altra. Il rifiuto di principio del governo Sharon di affrontare la questione del diritto al ritorno, dunque, è un macigno che rischia di interrompere bruscamente il percorso della Road Map.
Infine, la questione di Gerusalemme. La Road Map prevede un accordo finale che comprenda "una risoluzione negoziata sullo statuto di Gerusalemme che tenga conto delle preoccupazioni politiche e religiose delle due parti, che protegga gli interessi religiosi degli ebrei, dei cristiani e dei musulmani del mondo intero, e che sia conforme al principio dei due Stati, Israele ed una Palestina sovrana, democratica e vitale, coesistenti nella pace e nella sicurezza". Non si dice con la chiarezza necessaria che Gerusalemme est, compresa tutta Gerusalemme vecchia, dovrà essere restituita alla sovranità del nuovo Stato palestinese, e questo è molto pericoloso, se solo si consideri che uno dei motivi del fallimento degli accordi di Camp David prima e di Taba poi è stato proprio il rifiuto israeliano su questo punto, evidentemente irrinunciabile per i Palestinesi (sarebbe come se nel 1870 qualcuno avesse preteso che il nuovo Stato italiano rinunciasse a Roma come sua capitale).
La strada verso una pace giusta e duratura in Medio Oriente è
ancora lunga, probabilmente molto più di quanto prefiguri la Road Map. D’altra
parte, è innegabile che, per la prima volta nella storia, lo Stato sionista sia
stato costretto a riconoscere esplicitamente il diritto dei Palestinesi ad avere
un proprio Stato in quei territori, e non in Giordania o altrove; questo
risultato è senza dubbio il frutto delle pressioni esercitate dagli USA per i
motivi di contesto che abbiamo accennato, ma è altrettanto senza dubbio il
risultato dell’eroica lotta del popolo palestinese, in Palestina e nella
diaspora.
Non dimentichiamo che solo pochi mesi fa nel partito di Sharon era prevalsa
l’opzione assolutamente contraria ad ogni ipotesi di Stato palestinese e che da
tempo in Israele si parla del transfer – la deportazione in massa dei
Palestinesi verso la Giordania – come del progetto più realistico. La resistenza
palestinese e la solidarietà internazionale hanno contribuito a vanificare
queste prospettive.
Ora, sarebbe assolutamente sbagliato abbassare il livello della mobilitazione e dell’attenzione, come purtroppo avvenne a seguito degli accordi detti di Oslo; al contrario, è necessario proseguire nella costruzione di iniziative politiche e sociali di solidarietà con il popolo palestinese, in primo luogo per contrastare ogni tentativo di rinviare sine die il ritiro delle truppe di occupazione e lo smantellamento delle colonie israeliane. Per questo motivo riteniamo non più rinviabile una mobilitazione che costringa i governi europei a premere seriamente sul governo israeliano, sospendendo il Trattato di Associazione di Israele all’Unione Europea sino a quando non siano state realizzate le condizioni previste dalla stessa Road Map.
Una dimostrazione di fermezza da parte dei Paesi dell’Unione Europea, anche in risposta ai veti posti da Sharon, è l’obiettivo minimo a cui sono chiamate le forze politiche; come sta già avvenendo in altre nazioni, anche in Italia è tempo di avviare l’iniziativa popolare per chiedere la sospensione del Trattato di Associazione di Israele all’Unione Europea, e misurare su questo la credibilità delle forze politiche parlamentari.
Roma, 28.5.2003 Forum Palestina