25 APRILE: METTIAMO LE COSE IN CHIARO...

A due settimane dalla ricorrenza del 25 aprile, su un giornaletto di destra (L'Opinione) è apparso un articolo, a firma di un certo Stefano Magni, significativo già dal titolo: "La comunità ebraica contro la sinistra". In sostanza, alcuni autorevoli esponenti del sionismo italiano, appellandosi all'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, lamentano che "Il 25 aprile sono sempre di più le bandiere palestinesi che soffocano le poche bandiere israeliane", invitando a "reagire a questa continua distorsione della storia". Le firme in calce all'appello sono decisamente qualificate: fra gli altri, Yasha Reibman (portavoce della comunità ebraica di Milano), Davide Romano (segretario dell'associazione Amici di Israele) e Riccardo Pacifici (portavoce della comunità ebraica romana). Sotto questo intervento, potete leggere l'articolo completo, ma le due frasi che abbiamo riportato sono già ampiamente sufficienti a metterci in allarme: si vuole, in tutta evidenza, stravolgere il senso di una giornata che rappresenta la liberazione dal nazismo e dal fascismo di ieri e di oggi. Attualizzando, non abbiamo dubbi nell'affermare che la resistenza dei Palestinesi e quella degli Iracheni contro l'occupazione militare sionista e imperialista sono sorelle della resistenza europea contro il nazifascismo e della resistenza cinese contro l'impero giapponese, prima, e delle lotte di liberazione in Vietnam, Laos, Cambogia, Cuba, Angola, Mozambico, Nicaragua contro gli imperialismi ed i colonialismi dell'Occidente. E, quando si parla di liberazione, non esistono sorelle o fratelli minori, come sostiene l'ultimo barboncino da salotto che ben conosciamo.
Il 25 aprile 2005, accanto alle nostre bandiere rosse, le bandiere palestinesi sventoleranno insieme alle bandiere irachene (e cubane e venezuelane) in tutte le manifestazioni, perchè è giusto che sia così, perchè il vero revisionismo storico, oggi, non è soltanto quello - giustamente reietto - di chi tenta di negare la realtà dell'Olocausto nazista, ma anche quello di chi dell'Olocausto degli Ebrei ha fatto una lucrosa industria e tenta di usarlo come copertura ideologica per operazioni assolutamente simili alla barbarie nazifascista, occupando la Palestina, bombardando la Jugoslavia, devastando l'Iraq e progettando la prossima guerra in Libano, in Siria, in Iran.
Non vi possono essere ambiguità su questo terreno: le resistenze di oggi non solo hanno piena cittadinanza nelle manifestazioni che ricordano le resistenze di ieri, ma ne costituiscono l'anima, perchè la lotta contro i boia di oggi è la continuità della lotta contro i boia di ieri. Jenin come Marzabotto e Falluja come Guernica. E ci auguriamo una Norimberga per Bush e Sharon.
Sul contributo della Brigata Ebraica alla liberazione, facciamo parlare la storia: nell'inverno del 1944 il Governo Britannico, mandatario in Palestina, autorizza la formazione di una brigata di cinquemila ebrei volontari da inviare in Europa a combattere i nazisti. La Brigata Ebraica combatte con coraggio, e contribuisce a liberare l'Emilia Romagna dai nazisti. Nello stesso periodo, inquadrati negli eserciti alleati, contro i nazisti combattevano migliaia di soldati sudafricani, il che - però - non ha mai fatto venire in mente a nessuno di portare nelle manifestazioni del 25 aprile le bandiere del regime razzista dell'apartheid. Sia detto per inciso, negli eserciti alleati - inglesi e francesi - combatterono anche migliaia di Arabi e di Africani, provenienti dalle rispettive colonie, attratti dal miraggio della promessa libertà anche per i loro popoli e spesso tragicamente ingannati, come racconta uno splendido film africano - "Campo Thiaroy" - che, naturalmente, nei nostri cinema si è visto solo fugacemente.
Mettiamo le cose in chiaro, dunque: le bandiere partigiane di oggi sono quelle della Palestina e dell'Iraq, come non molto tempo fa lo è stata quella Vietcong, non quella a stelle e strisce. Per questo motivo, anche il 25 aprile di quest'anno i pacifisti e gli antimperialisti sfileranno insieme alle comunità palestinesi ed alle loro bandiere. I vari Reibman, Romano e Pacifici si mettano l'anima in pace, e soprattutto lascino in pace noi.


«La comunità ebraica contro la sinistra»

Stefano Magni

L'OPINIONE di martedì 12 aprile 2005

Il 25 aprile sono sempre di più le bandiere palestinesi che soffocano le poche bandiere israeliane. Eppure il nascente Stato di Israele (allora ancora “focolare nazionale” non ancora riconosciuto) partecipò alla campagna di liberazione dell’Italia con la Brigata Ebraica, mentre i Palestinesi, negli stessi anni della II Guerra Mondiale, erano alleati dei Nazisti. Yasha Reibman (portavoce della comunità ebraica milanese), Davide Romano (segretario nazionale dell’Associazione Amici di Israele), David Parenzo (giornalista televisivo), Riccardo Pacifici (portavoce della Comunità Ebraica di Roma) e Andrée Ruth Shammah (direttore del Teatro Franco Parenti di Milano), in questi giorni hanno lanciato un appello all’Ucei, l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, perché incomincino a reagire a questa continua distorsione della storia: “Ai sopravvissuti alla Shoà negli incontri nei licei” – si legge nel testo dell’appello – “viene puntualmente chiesto, nella più assoluta indifferenza - e talora con la complicità - della maggior parte dei professori, il perché dei comportamenti ‘nazisti’ di Israele. Il 25 aprile è ormai abitudine a Milano che le organizzazioni ebraiche e la Comunità partecipino al corteo dietro allo striscione della Brigata Ebraica e con molte bandiere israeliane al seguito. Ma per farlo devono usufruire della scorta delle forze dell’ordine. Tale situazione è inaccettabile”. “Proseguendo su questa strada il 25 aprile non sarà più il mio giorno della liberazione” – ci spiega Yasha Reibman – “Eppure dovrebbe anche essere il mio giorno della liberazione, perché segna la fine dell’occupazione nazi-fascista”. Il portavoce della Comunità Ebraica milanese spiega che non si tratta solo di una questione di bandiere, ma di un fenomeno grave: “Già è grave la diffusione di notizie false, come quando si paragona il terrorismo alla Resistenza, Abu Ghraib ad Auschwitz o si parla di ‘sterminio di Jenin’. Ma ancor più grave è che, così facendo, si solletica un antisemitismo che sopravvive, sottotraccia, in tutta Europa: se l’Ebreo è un nazista, si pensa, allora è legittimo sparargli, bruciargli le Sinagoghe… dalle parole ai fatti, il passo è molto breve”. Ma da dove arriva questo nuovo negazionismo storico? “Credo che il senso di colpa per quello che è avvenuto in Europa nella II Guerra Mondiale non sia mai stato superato” – risponde Yasha Reibman – “Se sostieni che le vittime di ieri sono i persecutori di oggi, in un certo senso, ti liberi del senso di colpa. Se non si distingue più tra vittime e colpevoli, dire che tutti sono colpevoli equivale a dire che nessuno lo è”. Ma non solo: “Sempre più falsi storici prodotti dai nazisti” – aggiunge Davide Romano – “vengono riciclati dalla propaganda araba e ci ritornano in Europa ripuliti della sigla originaria solo perché sono passati dal mondo arabo, riproposti con un nuova etichetta così che qualcuno ci creda ancora”. Il percorso di riciclaggio è anche abbastanza evidente. Secondo Davide Romano: “Mi viene da pensare ai molti incontri che vengono fatti, anche in buona fede, tra gli esponenti no-global ed esponenti del mondo arabo. In questi incontri si parla, legittimamente, di uguaglianza e di giustizia sociale, ma quando si tocca il tema di Israele, quel minimo di guardia che i no-global dovrebbero tenere alta, si abbassa e lascia passare tutti gli slogan antisemiti fabbricati dalla propaganda araba”.