9 E 10 GIUGNO: DALLA PIAZZA
ALL'ASSEMBLEA
I
risultati della tornata elettorale appena conclusa hanno confermato ciò
che era facilmente prevedibile: dopo un anno di degustazione del governo
di centrosinistra, gli elettori di sinistra gli hanno voltato le spalle.
Sinceramente, non capiamo come qualcuno abbia potuto pensare che le cose
andassero diversamente, quando - per restare alla più stretta attualità
- il governo di centrosinistra rafforza la presenza militare in
Afghanistan e, dopo la Finanziaria da incubo e lo scippo del T.F.R., si
appresta a varare una riforma delle pensioni che darà il colpo di grazia
alle residue speranze di milioni di lavoratori di avere un futuro non
segnato dall'indigenza.
Naturalmente, il prezzo più salato gli elettori lo hanno fatto pagare ai
partiti della sedicente sinistra radicale, in particolare ai due partiti
che ancora si definiscono "comunisti", pur sostenendo un governo di
guerra e di rapina sociale: il Partito dei Comunisti Italiani accusa un
duro colpo, mentre per il partito di fausto bertinotti non è esagerato
parlare di tracollo. Per chi volesse farsi un'idea esatta della
situazione, tutti i dati della tragedia sono disponibili sul sito del
Ministero degli Interni.
In questo contesto, è interessante analizzare cosa è successo all'unica
formazione che, in alcune importanti città, si è presentata come
alternativa di sinistra, contrapposta non solo allo schieramento di
destra, ma anche a quello di centrosinistra, vale a dire il PCL di Marco
Ferrando; ebbene, per usare un eufemismo, ci sembra che la performance
di quel partito sia stata molto al di sotto della sia pur minima
necessità, e non si comprende come faccia il suo leader a parlare di un
risultato "simile a quello che fu di DP nel 1990", se non altro perchè
all'epoca DP - peraltro, già in piena crisi - era una forza politica
presente su tutto il territorio nazionale, mentre il PCL esiste solo in
alcuni centri ed è praticamente assente dalle grandi metropoli,
specialmente dopo l'astuta mossa dell'espulsione di decine di quadri e
militanti. Ma vediamo i dati.
A Genova, il PdCI perde oltre 6.000 voti dalle politiche dello scorso
anno, passando da 18.734 voti a 12.113; il PRC dimezza i propri
consensi, crollando a 21.927 voti dai 42.813 di un anno fa. Di questa
massa di voti indiscutibilmente di sinistra, il PCL ne intercetta solo
1.440. Ancora peggio a Reggio Calabria, dove il PdCI passa dai 3.209
voti del 2006 ai 2.696 attuali e il PRC precipita da 6.714 a 3.305:
ebbene, in questa città il PCL raccoglie la miseria di 296 voti. A
Rieti, infine, il risultato non può che essere definito tragicomico: il
PdCI dimezza i voti, passando da 762 a 332, mentre il PRC crolla a quota
1.359 voti, dai 2.541 che ne aveva ottenuti lo scorso anno. Ebbene, in
una situazione del genere, il PCL viene votato da 18 persone. Avete
letto bene: diciotto. Vuole dire che la lista del PCL ha preso meno voti
di quanti fossero i propri candidati, cosa che crediamo vada segnalata
ai curatori del Guinness dei primati, al seguente indirizzo: Guinness
World Records Limited - 3rd floor - 184/192 Drummond Street - London NW1
3HP - United Kingdom.
Prendiamo per buone le parole di chi - come Ferrando e Berlusconi -
sostiene che le elezioni amministrative hanno un evidentissimo
significato politico; a sinistra, il significato è che non basta
autoproclamarsi "Partito Comunista" per esserlo davvero. La dèbacle
della sedicente sinistra radicale è, molto probabilmente, solo al primo
stadio: altri ne verranno, e saranno ancora più clamorosi. In questo
contesto, l'assenza di un riferimento politico organizzato e credibile
per i movimenti e per le masse non può essere presa alla stregua di una
condanna divina. Le centinaia di migliaia di lavoratori, pensionati,
giovani e donne che in questa tornata elettorale hanno lanciato, con il
loro astensionismo, un segnale che più preciso non avrebbe potuto
essere, questo riferimento lo chiedono, e non certo solo sul piano
meramente elettorale. Se la breve parabola del PCL si è già conclusa,
non significa che non sia necessario, ora più che mai, unire gli sforzi
per ricostruire una forza politica radicalmente alternativa al
capitalismo ed alla forma bipolare che è andato assumendo, collocandosi
senza se e senza ma al di fuori e contro le due coalizioni padronali.
Due appuntamenti si stagliano sul nostro orizzonte immediato: il grande
corteo di protesta del 9 giugno contro la visita in Italia del
Presidente Bush e l'assemblea che si terrà, sempre a Roma, il giorno
successivo.
Il 9 giugno affollare le strade di Roma è un dovere morale, prima ancora
che politico: la voce di chi non vuole la guerra e la partecipazione
italiana alla guerra dovrà farsi sentire con tutta la forza possibile,
particolarmente in una data che segna il 40° anniversario dell'invasione
israeliana degli ultimi territori di Palestina e l'inizio di una nuova
fase dell'occupazione sionista. E' necessario che la manifestazione di
Roma esprima ancora una volta la solidarietà con la resistenza e con il
popolo palestinese, facendo chiarezza nei confronti di un governo -
quello di Prodi e D'Alema - che differisce da quello di Berlusconi e
Fini solo nelle parole, mentre i fatti parlano chiaro: Prodi e D'Alema
continuano ad affamare i Palestinesi esattamente come i loro
predecessori, e mantengono quell'accordo di cooperazione militare con
Israele che ci rende direttamente complici del regime sionista. Per
questo il 9 giugno dovrà vedere in piazza migliaia di bandiere
palestinesi, perchè nelle povere case di Gaza, di Nablus e di Chatila si
veda e si senta ancora una volta che il popolo italiano è diverso e
infinitamente migliore di chi lo governa.
Il giorno dopo, domenica 10 giugno, si terrà la prima assemblea
nazionale di un arco di forze che, provenienti da diverse esperienze,
non si arrendono alla condanna della dispersione perpetua e tentano,
consapevoli delle difficoltà, di riprendere il filo di un discorso
unitario, con l'obiettivo dichiarato di ricostruire un partito comunista
degno di questo nome. E' un'occasione importante: non sprechiamola.