ARRIVEDERCI, BANDIERA ROSSA!

E’ difficile affrontare certi argomenti sfuggendo alla retorica o al sensazionalismo, alla rabbia ed al disgusto. La dimensione di quello che sta avvenendo, del resto, è percepibile più dai divertiti servizi di qualche giornalista “liberale” che da quegli organi di informazione che ancora si definiscono “comunisti”. Per la prima volta dal rovesciamento del fascismo e dalla conquista della democrazia nel nostro Paese, sulle schede elettorali non ci sarà il simbolo storico del movimento operaio: la bandiera rossa con la falce e il martello. I commentatori più arguti fanno notare che, in virtù dell’arruolamento del partito di Gianfranco Fini nel partitone berlusconiano, dalle schede scompare anche il simbolo della continuità con il fascismo, restituendo così l’immagine di un Paese finalmente moderno, libero dalle ideologie novecentesche e pronto a misurarsi con il mondo del terzo millennio, come già da tempo fanno quei fari di civiltà che si chiamano Stati Uniti d’America. E pazienza se le cronache ci raccontano ogni giorno di aggressioni fasciste e i muri della Capitale sono letteralmente incartati di manifesti fascisti.
Stando così le cose, in primo luogo bisogna ammettere che un omino dall’eloquio strampalato, frequentatore di salotti e amico di cocottes, è riuscito là dove Achille Occhetto era stato costretto a lasciare il lavoro a metà: colpire a morte l’anomalia comunista, espellere dallo scenario politico la diversità radicale di chi ritiene che il capitalismo, in qualunque variante, non sia l’orizzonte ultimo e definitivo dell’umanità.
Sia chiaro: sei è vero, come è vero, che il comunismo è il movimento reale che trasforma e supera lo stato di cose presenti, l’omino in cachemire e la sua erre moscia più di tanti danni non possono fare, sarebbe come dire che una guerra si perde perché c’è un sergente ladruncolo, che pensa più ad inguattare per sé stesso roba destinata al fronte che a fare il suo dovere. In realtà, tanto bertinotti che diliberto (entarmbi indegni della maiuscola) sono due comparse della Storia, due funamboli che – con relativa corte dei miracoli al seguito – si arrabattano per lucrare un po’ di potere; le dinamiche della Storia sono un po’ più profonde e drammatiche rispetto al piccolo cabotaggio di cui i due partiti sedicenti comunisti stanno dando prova ormai da anni. Tuttavia, è impossibile sottovalutare la portata di quello che sta avvenendo, e sarebbe da irresponsabili liquidarlo come se nulla fosse.
L’Italia è un Paese in guerra, con migliaia di militari sparsi sui teatri di mezzo mondo e un bilancio bellico quale non si vedeva dal 1945; i lavoratori e i proletari tutti sono sottoposti ad una pressione crescente su tutti i terreni, mentre la crescita dei profitti degli imprenditori e degli speculatori non conosce sosta; la stessa democrazia, ancorché parziale, conquistata dalla lotta armata antifascista è sempre più a rischio, sfiancata dai continui attacchi maggioritari. E’ questo contesto che rende grave l’archiviazione della bandiera rossa e della falce e martello, non un astratto sentimentalismo o un’altrettanto astratta ideologia.
L’accantonamento, anche formale, di ogni opzione di trasformazione radicale della società non si misura solo dai simboli che compaiono su una scheda elettorale, ma dalle scelte concrete operate dalle forze politiche, e queste scelte non sono di oggi: il sostegno alla guerra ed al militarismo, la subordinazione ai poteri forti, il sabotaggio dei movimenti di lotta, la criminalizzazione del dissenso hanno preceduto e accompagnato la fortunatamente breve esperienza governativa dei due partiti sedicenti comunisti. Oggi, bertinotti e la sua corte di nani e ballerine sono chiamati ad assolvere l’ultimo compito che gli manca per il definitivo ingresso nei salotti che contano: liquidare anche simbolicamente l’idea stessa di alternativa al sistema vigente, che non può essere né abbattuto, né trasformato, tuttalpiù temperato, ma sempre che ai padroni ciò non arrechi danni e nemmeno fastidi. Denigrazione della Resistenza, critica distruttiva del Novecento in quanto tale, adesione mistica ad una nonviolenza tutta e soltanto da parte dei più deboli (mentre eserciti e polizie vengono irrobustiti e persino legittimati culturalmente, come nel caso dell’apologia della Folgore), sono i passaggi “ideologici” che hanno accompagnato la pulizia etnica dei coloni di bertinotti ai danni di tutti quelli che hanno tentato di ridefinire un pensiero ed una pratica alternativi e di classe adeguati alle mutate condizioni storiche e sociali.
Mentre scriviamo, va in onda l’ultima puntata delle epurazioni bertinottiane: questa volta, tocca a quelli che si sono ostinati a rimanere dentro un partito che non ha più nulla di comunista, rivendicando il loro essere comunisti. Ora tocca loro quello che è successo a tanti altri, e va detto che quella della corrente dell’Ernesto non è più nemmeno una battaglia di retroguardia, è solo una disfatta annunciata, per la quale è difficile persino provare solidarietà, visto che – in questi anni – hanno chinato la testa e sostenuto le peggiori nefandezze rifondarole, acconciandosi a svolgere il ruolo degli ascari delle falangi bertinottiane.
In questo scenario di macerie, chi non ha scelto sarà comunque costretto a scegliere: data per scontata e necessaria la sottrazione al ricatto elettorale, con un chiaro e netto impegno astensionista, si tratta di pensare già da ora al futuro.
Invitare la diaspora comunista a ritrovarsi attorno ad una proposta, per quanto minima, di riaggregazione politica è inevitabile e doveroso. Una proposta che non abbia nulla di nostalgico, di scolastico e, soprattutto, di ridicolmente settario. Una proposta urgente, non per la sopravvivenza di qualche gruppuscolo e/o ceto poltico, ma per una prospettiva di liberazione. Nulla di più, nulla di meno.