BENTORNATO, MOVIMENTO!

Una manifestazione straordinaria. Non vi sono parole più adatte per definire la giornata romana del 19 marzo 2005, gemella delle centinaia di iniziative che hanno animato città di tutti i continenti nel secondo anniversario dell'inizio dei bombardamenti sull'Iraq.
Una manifestazione straordinaria perchè - finalmente - libera dai vincoli e dai condizionamenti di quei professionisti del movimento che per anni sono riusciti ad impedire che l'iniziativa popolare contro la guerra imperialista si dispiegasse con tutte le proprie potenzialità politiche e culturali, operando per bandire dal senso comune lo stesso concetto di legittimità della resistenza contro l'occupazione, laddove per resistenza si intende l'insieme di attività proprie di un popolo assoggettato con la violenza delle armi ad un'occupazione straniera, attività fra le quali rientra a pieno titolo l'impiego delle armi e della guerra di guerriglia. Può sembrare incredibile che un Paese che ha conquistato la propria indipendenza nazionale con le armi in tempi relativamente recenti ed in tempi ancor più recenti ha dovuto riconquistarla nuovamente con le armi in pugno abbia così a lungo evitato di riconoscere il medesimo diritto ad un altro popolo che in questo momento combatte per riguadagnare la propria sovranità; può sembrare incredibile, eppure è avvenuto, come avviene che lo stesso Paese che ha visto milioni di concittadini costretti ad emigrare per poter sperare in una vita dignitosa sia oggi attraversato da massicce pulsioni razziste nei confronti di chi, provenendo da Paesi più sfortunati, si trova ora costretto ad intraprendere quel cammino della speranza già percorso da tanti Italiani in anni non lontani. La differenza fra la scarsa memoria collettiva nei confronti delle ragioni dei migranti e l'omissione delle ragioni del diritto di resistenza del popolo iracheno, come di quello palestinese, sta nella forte caratterizzazione politica che si è voluto sovradeterminare soggettivamente verso la seconda questione; in altre parole, mentre le pulsioni razziste e xenofobe sono almeno parzialmente un portato spontaneo della paura dell'altro e del timore di perdere o vedere ridimensionati i propri livelli di benessere, la negazione del naturale diritto di resistenza di un popolo oppresso è stata consapevolmente indotta attraverso un'operazione squisitamente politica, condotta con spirito bipartisan dal centrodestra (protagonista diretto dell'intervento armato) e dal centrosinistra, che ha operato in questa direzione per accreditare la propria affidabilità internazionale (cioè, verso gli USA) come eventuale futuro gestore del Paese.
Le decine di migliaia di persone - più di 100.000, secondo agenzie e quotidiani - che hanno manifestato a Roma il 19 marzo non hanno potuto contare su alcun apparato organizzativo come quelli che hanno consentito le manifestazioni pacifiste dei mesi scorsi, quelle in cui era "proibito" parlare della resistenza irachena come di quella palestinese, entrambe bollate come "terrorismo" speculare alla guerra ed all'occupazione, finendo così per negare l'evidenza di popoli che lottano per la propria sopravvivenza in quanto tali. Questa volta, i professionisti del movimento - ARCI, CGIL, Rifondazione "Comunista" e compagnia cantando - hanno indirizzato i propri mezzi verso un'insulsa manifestazione a Bruxelles, prendendo nei fatti le distanze da quello che avveniva a Roma, come in centinaia di altre città in tutto il mondo, USA e Gran Bretagna compresi. Anche la redazione del Manifesto questa volta non se l'è sentita di sostenere la manifestazione, nominandola solo all'interno di articoli tartufeschi che la mescolavano nel contesto pasticciato di iniziative locali e della stessa manifestazione di Bruxelles, sminuendone il valore politico e la portata strategica. Nemmeno le manifestazioni in solidarietà con il popolo palestinese hanno conosciuto un livello di omertà e di censura preventiva e successiva come quello che ha colpito il 19 marzo romano.
Eppure, a decine di migliaia hanno preso treni, pullman e automobili per esserci. Giovani, intere famiglie, Disobbedienti, lavoratori del sindacalismo di base, dirigenti e militanti delle minoranze di Rifondazione in aperto dissenso con il segretario-padrone ed i suoi accoliti, pacifisti senza altri aggettivi, Verdi, antimperialisti, Donne in Nero: l'elenco delle adesioni è molto più lungo di quello di cui siamo riusciti a dare conto nei giorni scorsi, ed in piazza - commovente ed applauditissimo - si è visto anche lo striscione dei cittadini americani contro la guerra e l'occupazione, inalberato fieramente da un folto gruppo di statunitensi residenti in Italia, ed è proprio con quelle immagini che ci piace completare questa pagina.
Il 19 marzo 2005 consegna una grande responsabilità agli organizzatori dell'iniziativa, responsabilità di cui - e questo è il dato più incoraggiante - sembrano tutti ben consapevoli: la responsabilità di non disperdere il patrimonio di fiducia e credibilità prodotto dal successo dall'iniziativa e di investirlo nella continuità sul territorio, nei luoghi di lavoro e di studio, nell'informazione. Il 19 marzo 2005 ha riguadagnato l'autonomia del movimento contro la guerra dai ceti politici opportunisti e venduti: non è un giorno da ricordare, ma da far vivere e rinnovare quotidianamente.