BOICOTTIAMO LE PRIMARIE

La lunga pausa negli aggiornamenti del sito ha fatto sì che si accumulassero gli argomenti da affrontare, e nei prossimi giorni cercheremo di recuperare il tempo perduto; detto questo, ci sembra importante aprire una riflessione sulla situazione politica del nostro Paese, di fatto già entrato in una campagna elettorale che si protrarrà fino alla prossima primavera.
Quel che salta agli occhi è la consapevolezza della ingloriosa fine della stagione berlusconiana: crediamo che nemmeno Emilio Fede, oggi come oggi, scommetterebbe un euro sulla vittoria del Cavaliere. Questa consapevolezza sta già determinando numerose trasmigrazioni da un polo all'altro: la vicenda più clamorosa (almeno per adesso) è quella che si è svolta a Roma, dove decine di consiglieri regionali, comunali e municipali di Forza Italia, capitanati dall'ex assessore regionale alla sanità Verzaschi, sono passati armi e bagagli alla corte di Clemente Mastella, il cui partito si è così ritrovato a disporre di una cospicua rappresentanza allorquando, prima di questa transumanza, non disponeva nemmeno di un gruppo comunale. L'episodio romano è uno di quelli di cui si è a conoscenza, ma siamo certi che, anche mentre stiamo scrivendo, in tutta Italia migliaia di berluscones stanno trattando con le formazioni "moderate" dell'Unione il passaggio di campo.
Il trasformismo è lo sport nazionale della politica italiana da ben prima dell'introduzione del sistema elettorale maggioritario, ma è innegabile che negli ultimi dieci anni abbia conosciuto un revival di dimensioni impensabili in precedenza: fra gli attuali maggiorenti del centrosinistra prosperano ex ministri del primo governo Berlusconi (Mastella e Dini su tutti), mentre altri (come Rocco Buttiglione) hanno fatto il percorso inverso. Ma se andiamo oltre gli esponenti di governo, ci rendiamo conto che le migrazioni assumono proporzioni bibliche: interi partiti sono passati (anche più volte, come nel caso della Lega), da un campo all'altro, fenomeno attualmente rappresentato dai Radicali e da quella parte dei Socialisti fino ad ora schierati con la Casa delle Libertà, mentre Berlusconi sta cercando di imbarcare quel che resta della Fiamma di Rauti e il partito della Mussolini.
In un Paese normale, verrebbe da chiedersi su quali programmi sia possibile realizzare convergenze così ardite, ma in questo Paese parlare di programmi e di idee sembra essere diventato fuorilegge.  Non essendo interessati alle convulsioni dell'agonia berlusconiana, ci limitiamo ad osservare quanto avviene nello schieramento teoricamente opposto, la sedicente Unione: ebbene, in questo schieramento convivono allegramente liberisti e "comunisti", mangiapreti e baciapile, guerrafondai e pacifisti, filosionisti e filopalestinesi, garantisti e forcaioli, proporzionalisti e maggioritari, proibizionisti e libertari... stante questa situazione - che non è affatto normale - appare comprensibile che di programmi sia meglio non parlare e si cerchi di dirottare l'attenzione su quella fantasmagorica pagliacciata che va sotto il nome di "primarie".
Le primarie, appunto: il prosimo ottobre, in teoria, una grande consultazione popolare indicherà il candidato premier dell'Unione, il che suona già un po' curioso, visto che in Italia la carica di "premier" non esiste, essendo il nostro Paese ancora una democrazia parlamentare, in cui il capo del governo si chiama Presidente del Consiglio dei Ministri. Ma la cosa ancora più curiosa è che ci stanno proponendo un'evidente presa per i fondelli, perchè il candidato "premier" è stato già scelto, si chiama Romano Prodi e, nell'improbabile caso dovesse essere battuto da uno degli altri candidati alle primarie, la coalizione non esisterebbe più. Anche i bambini hanno capito, quindi, che le candidature dei vari Bertinotti, Pecoraro, Mastella, Sgarbi e Di Pietro sono finalizzate esclusivamente a misurare i propri poteri contrattuali, cioè a capire bene quanti collegi sicuri e posti di governo e sottogoverno si potranno pretendere. Tutto questo rende veramente indecente l'idea dei soliti leaderini no global di partecipare alla sceneggiata e bene ha fatto Don Gallo a lasciar perdere, anche se meglio di lui ha fatto Gino Strada, che non solo ha rispedito al mittente le profferte di farsi coinvolgere in questa vicenda di malcostume, ma ha anche detto a chiare lettere che "Prodi e Berlusconi sono varianti dello stesso piatto", che "Il centrodestra è andato in Iraq, ma l'Italia è stata portata in guerra, per la prima volta dopo il '45, da un governo di centrosinistra" e, infine, "Non voterò mai un partito o uno schieramento che non abbia al primo punto del programma il ripudio della guerra". Gino Strada si conferma dunque un grande uomo, uno di quelli per cui la coerenza fra le parole e i fatti è di per sè un valore; viceversa, i Casarini e i Caruso hanno fatto il loro tempo, ma non vogliono farsene una ragione: ci ricordano quelle signore di una certa età che non vogliono arrendersi all'evidenza degli anni e, pur di continuare ad attirare l'attenzione, si dannano l'anima fra palestre, diete e cosmetici.
Non abbiamo proposte particolarmente intelligenti da contrapporre alla stagione di ignobili farse che ci si prepara, anche perchè è difficile fare proposte quando sembra che tutti, compresi importanti settori del sindacalismo di base, siano ormai rassegnati a partecipare alla commedia; tuttavia, è il caso di riflettere sul fatto che votare non è obbligatorio, meno che mai quando il tuo Paese partecipa ad una guerra infame e nessuno di quelli che ti chiedono il voto fa del ritiro immediato delle truppe italiane dall'Iraq la condizione sine qua non per partecipare ad una coalizione. Il più chiaro di tutti, per una volta, è stato Fausto Bertinotti, che ad una domanda di Riccardo Barenghi sulle prime tre cose da fare, così risponde: "L'abolizione della legge 30 sul lavoro (legge Biagi), della Bossi - Fini sugli immigrati e della riforma Moratti sulla scuola". Sul ritiro delle truppe italiana dall'Iraq e dall'Afghanistan, nemmeno una parola, con buona pace di chi ancora inscrive il PRC nell'ambito del movimento contro la guerra. Di più, osserviamo che le tre leggi che Bertinotti intende abrogare rimandano direttamente ad altrettanti provvedimenti del centrosinistra sugli stessi argomenti: abrogando la legge Biagi si tornerebbe al decreto Treu (quello del lavoro interinale e dei co.co.co.), tolta di mezzo la Bossi - Fini si tornerebbe alla Turco - Napolitano (quella che ha istituito i CPT) e cancellando la riforma Moratti tornerebbe semplicemente in auge quella di Berlinguer, che alla Moratti ha aperto la strada. Davvero un grande cambiamento, quello auspicato da Bertinotti.
In questo contesto, qualunque forma di partecipazione alle "primarie" si configura come un insulto alla democrazia ed alla volontà di cambiamento, e le minoranze di Rifondazione Comunista - i cui leader si guardano bene dall'andare oltre una critica di facciata e invitano comunque a votare Bertinotti - mostrano nuovamente la propria mancanza di coraggio politico e il proprio opportunismo. Anche se non siamo in grado di proporre percorsi alternativi, pensiamo che la dignità di Gino Strada sia un sicuro punto di riferimento: boicottare le "primarie" è, prima di ogni altra cosa, un'operazione di igiene mentale e di dignità politica.