CAMERATI, A NOI?

 

Guardiamoci un po’ intorno, sia camminando per le strade di Roma, sia dando un’occhiata ai giornali ed ai telegiornali.

Per le strade della Capitale, è impossibile non notare giovanottoni in tuta mimetica, accanto a camionette corazzate e che imbracciano giganteschi fucili mitragliatori, generalmente a presidio di obiettivi sensibili, come ambasciate e sedi istituzionali, ma anche nelle stazioni della metropolitana. Fa un certo effetto vedere simili presidi, ma fa ancora più effetto sapere che paracadutisti ed incursori partecipano anche a quelle che vengono eufemisticamente chiamate operazioni di “bonifica” di insediamenti abusivi, cioè di quelle miserabili bidonville che sorgono nei punti meno in vista della metropoli. Truppe d’assalto contro i poveracci, insomma.

Poi, capita di leggere che il primo cittadino della Capitale, in pellegrinaggio allo Yad Vashem, il mausoleo israeliano dedicato alle vittime della Shoah, dichiara che le leggi razziali, e non il regime fascista che le aveva emanate, sono il male assoluto. Non passano nemmeno quarantotto ore che il Ministro della Difesa rende omaggio ai militi repubblichini, i collaborazionisti dell’occupante nazista, esaltandone le operazioni militari contro gli angloamericani, arrivando ad un pelo dal definire questi ultimi come invasori e dal rimpiangere che non siano stati inchiodati al “bagnasciuga”. Per completare il quadretto, queste littorie esternazioni sono state lanciate dal palco istituzionale che avrebbe dovuto commemorare i martiri della prima resistenza armata contro i nazisti, quella che avvenne a Roma, a Porta San Paolo, ad opera di soldati e semplici cittadini.

Questi episodi sono avvenuti dopo l’approvazione di una legge che ha fatto carta igienica del principio in base al quale (almeno, in teoria) tutti i cittadini sono ugualmente soggetti alla legge, indipendentemente dalla posizione rivestita nella gerarchia sociale e/o al potere che possono esercitare. In parole povere, l’Italia del XXI secolo ha fatto a pezzi le conquiste che la Francia del XVIII secolo portò in tutto il mondo. Per correttezza, ora sarebbe necessario modificare la frase che campeggia sulle pareti di tutte le aule di tribunale, da “LA LEGGE E’ UGUALE PER TUTTI” a “LA LEGGE E’ UGUALE PER TUTTI, MENO 4 PERSONE”. Per ora, perché non è detto che un domani l’immunità per tutti i reati eventualmente commessi possa essere estesa ad altre figure, dopo il Presidente della Repubblica, i Presidenti di Camera e Senato e i Presidenti del Consiglio. Immaginiamo che anche i Presidenti di Regione (“governatori”, si fanno già chiamare) e i Sindaci (“podestà”, potrebbero forse chiamarsi) rivendicheranno gli stessi privilegi, così che non salti in testa a nessuno di denunciarne qualcuno per apologia di fascismo, in attesa che il Parlamento provveda ad abrogare quella anacronistica disposizione legislativa – peraltro, largamente inapplicata – e si arrivi all’abrogazione della XII Disposizione Transitoria e Finale della Costituzione, nonché alla modifica dell’articolo 3 della stessa, del resto già superato dal citato provvedimento, noto ai più come “Lodo Alfano”.

Dunque, il podestà di Roma e il Ministro della Guerra rendono omaggio al Duce, i militari pattugliano le strade e si fanno leggi palesemente anticostituzionali. E il Presidente della Repubblica, che della Costituzione democratica e antifascista dovrebbe essere il supremo garante, non si indigna, non respinge al mittente la legge da ancien règime e non invita il podestà e il Ministro della Guerra a dimettersi immediatamente, legittimando così il simpatico nomignolo – Morfeo – con cui lo chiama Beppe Grillo: quelli smontano la Repubblica di cui lui è Presidente, e lui sonnecchia, sobbalzando di tanto in tanto, ma solo di fronte ai rumori più forti, per poi appisolarsi nuovamente.

E l’opposizione che fa? Il maggiore partito dialoga, cioè collabora, in cambio di qualche revisione delle leggi elettorali che gli consentano di togliere di mezzo ipotetiche concorrenze, per adesso più che altro virtuali, a parte il vociare di Di Pietro. E la sinistra, che fa? Curiosiamo un po’ anche da quelle parti.

Il partito così comunista che più comunista non si può, guidato con mano ferma dal Conducator Dilibertescu, sbandiera fedeltà ai sacri principi marxisti-leninisti ed al Partito Democratico, del quale ambisce a continuare ad essere una stampella. L’altro partito comunista, uscito spaccato come una mela dal suo congresso, si divide fra chi vuole essere l’altra stampella del PD e chi vagheggia un’alternativa, ancora tutto tranne che definita nelle sue linee di fondo. A rendere ancora più disperante la situazione, la malinconica constatazione che in entrambi i tronconi a condurre la danza sono i responsabili del disastro del 13 e 14 aprile, il che non favorisce di certo la fiducia, anche in chi si rende conto che nuovi gruppi dirigenti non si improvvisano da un giorno all’altro.

Non riscuotono fiducia nemmeno le schegge a sinistra dei partiti, almeno a giudicare dai numeri: dei tre o quattro milioni di voti che sono mancati alla sinistra “radicale”, Sinistra Critica e il PCL, insieme, ne hanno rimediati quattrocentomila, cioè uno ogni dieci, più o meno, per non parlare della pressoché inesistente presenza nelle realtà sociali, come testimonia anche la risibile partecipazione dei loro militanti nelle (poche) manifestazioni di questi tempi, il che – per inciso – dovrebbe far riflettere sullo stato di salute mentale di chi si inventa e fissa unilateralmente improbabili manifestazioni “di massa” per l’11 ottobre, al solo scopo di sventolare un po’ di bandierine e di mostrare la dentiera a qualche telecamera.

Ci sono, poi, gli innumerevoli appelli con relative proposte di “costituenti”, che rischiano di essere più numerose di coloro che le propongono, e che, in nome dell’aggregazione, non hanno prodotto altro che ulteriori frammentazioni, nella migliore tradizione del gruppettarismo nazionale. Allo stato attuale, nessuna di queste proposte ha raggranellato più di poche decine di aderenti, il che dovrebbe imporre una qualche riflessione.  

Insomma, la vediamo proprio nera, in tutti i sensi. In questo sfascio, il solo appuntamento all’altezza della necessità ci appare lo sciopero generale convocato dai sindacati di base per il prossimo 17 ottobre, a condizione che riesca a diventare una scadenza politica di massa, vale a dire una scadenza che rappresenti la mobilitazione contro il governo e tutte le sue scelte, non solo quelle, pure gravissime, che colpiscono il mondo del lavoro, ma proprio tutte, comprese quelle razziste, revisioniste, guerrafondaie e protofasciste. Non crediamo abbiano senso oggi (ammesso che lo abbiano mai avuto) le adunate identitarie, come quella proposta follemente per l’11 dello stesso mese, quando il problema è quello di connettere e unificare attorno ad una piattaforma complessiva di rivendicazioni sociali e civili, in un momento in cui il rumore di scarponi rischia di diventare abituale e vengono compromesse tutte le conquiste sociali e democratiche che consideravamo patrimonio acquisito. Quindi, nel nostro piccolo, ci permettiamo anche noi di lanciare un modesto appello: non aggiungiamo errori ad altri errori, e le bandiere rosse portiamole dove è giusto che siano, in mezzo ai lavoratori ed alle lavoratrici in lotta.