IL CONGRESSO SCIPPATO

Con lo scippo del Congresso, rinviato a data da definirsi, si conclude la parabola di quello che fu il Partito della Rifondazione Comunista. Negli anni scorsi, il gruppo dirigente bertinottiano aveva già commesso parecchi soprusi nei confronti dei militanti e della vita democratica del partito, ma mai si era spinto fino all'evidenza del vero e proprio golpe, poiché questo significa rinviare sine die il Congresso mentre di fatto si scioglie il partito in un nuovo soggetto politico, sia pure "federato".
A conti fatti, la conclusione della vicenda del PRC non poteva che essere questa, ed è bene che nessuno si faccia illusioni sulla reale portata dei bellicosi proclami delle minoranze superstiti, che non faranno nulla di serio per contrastare l'ennesimo blitz dei panzer governisti. E' bene, soprattutto, tenere a mente che gli stessi dirigenti che ora si agitano per il venir meno dell'iconografia comunista, non hanno mai fatto mancare il loro decisivo voto parlamentare alle peggiori infamie del governo di cui tuttora fanno parte, dal finanziamento alle missioni militari al recentissimo decreto ammazzaimmigrati, o ammazzapoveri che dir si voglia.
Di fronte alla nuova Bolognina, non crediamo serio opporre soltanto retorica e chiacchiere altisonanti, mentre si continua nei fatti a sostenere il governo Prodi e non si vede altro orizzonte che quello dell'alleanza con le forze liberiste. Insomma, da quelle parti l'encefalogramma continua a segnare calma piatta.
Vogliamo e dobbiamo essere chiari: il travaglio dei tanti compagni che ancora indugiano all'interno del PRC (ma anche del PdCI) va rispettato. Tuttavia, ad esigere rispetto è anche il senso comune, quello che ti dice che non si può stare contemporaneamente con i piedi in più scarpe. Non è questione di simboli, è questione di coerenza fra il dire e il fare. Lasciarsi scippare anche l'ultimo momento di democrazia, quale dovrebbe essere il Congresso, è un fatto ancora più grave dello scippo in sè: la sola reazione all'altezza sarebbe l'occupazione delle federazioni, ma qualcosa ci dice che non avverrà nulla di simile.
Ancora più chiari: a tutt'oggi, quel che si muove fuori dal PRC è cosa ancor più misera della già povera Cosa Rossa. Oltre gli accordi tematici fra gruppi ("patti", si chiamano) non si va, e i tentativi di organizzazione politica, per usare un eufemismo, non brillano.
Nel frattempo, di lavoro si muore più e più atrocemente che mai, le garanzie sociali sono ridotte al lumicino, i nostri militari scorrazzano dal Libano al Kosovo e dall'Afghanistan a Timor, e le maggiori forze politiche di destra e di sinistra si accordano su come ridurre ancora gli spazi di democrazia. In una simile situazione, il golpe del Congresso scippato appare come una metafora delle condizioni generali del Paese. Sarebbe necessario cominciare a rispondere seriamente, dal versante dei diritti e dell'organizzazione alternativa... ma come? Come dare voce e gambe ad un popolo di sinistra disperso e silenzioso come non mai?
Non sta certo ad un piccolo sito elaborare risposte ad una crisi come quella che stiamo vivendo, ma una proposta ci sembra debba sorgere spontanea: perchè non provare ad organizzare dei luoghi dove i comunisti possano fare ciò che bertinotti ed i suoi non vogliono, cioè discutere liberamente? Se il fine dello scippo del Congresso è quello di tappare definitivamente la bocca ad ogni dissenso, perchè non aprire spazi dove chi ancora oggi si pensa come Comunista possa confrontarsi sull'attualità e le prospettive? Magari, non funzionerà, la frustrazione continuerà ancora a farla da padrona... forse, ma crediamo valga la pena di tentare.