IL CREPUSCOLO DEL CAVALIERE E L'ALTERNATIVA

Ventidue punti percentuali di distacco fra Prodi e Berlusconi: stando al sondaggio SWG, la parabola politica del Cavaliere è definitivamente entrata nella fase terminale, come - peraltro - hanno dimostrato i risultati delle recentissime elezioni regionali, una vera disfatta per tutto il centrodestra, ma in particolare per Forza Italia, il partito-azienda forgiato da Berlusconi a sua immagine e somiglianza. Se Berlusconi piange, anche Fini e Follini hanno poco di che ridere (specialmente il primo), mentre il solo che possa cantare vittoria, nella terremotata Casa delle Libertà, è Umberto Bossi, il cui partito si conferma capiente ricettacolo degli umori peggiori della piccola e media borghesia padana.
Nello scenario consegnatoci dalle urne, ma più ancora nella realtà del Paese, il dato della fine del berlusconismo appare (quasi) acquisito. Hanno ragione quelli che individuano la causa della Waterloo del condottiero di Arcore nella crisi dello stesso blocco sociale che lo aveva portato sugli altari: è evidente a tutti come i poteri forti che avevano scommesso sul mix liberista-populista del berlusconismo (una volgarizzazione tipicamente italiota del reaganismo) abbiano seguito l'ultimo consiglio di Gianni Agnelli, decidendo di "cambiare di spalla il fucile". Confindustria, finanza, gerarchie ecclesiastiche e quant'altro sono ormai pronte a passare il fucile dalla spalla destra a quella sinistra, e c'è da scommettere che anche i registi internazionali della politica italiana - U.S.A. in primo luogo - si stiano predisponendo per la stessa prospettiva... del resto, nel mondo sono in molti ad aver conosciuto la disinvoltura con cui Washington si sbarazza degli alleati ormai inutilizzabili.
Lo schieramento sulla carta avverso al centrodestra non sembra ancora in grado di raccoglierne il testimone, ma sta lavorando alacremente per riuscirci. La vittoria è talmente certa che i partiti dell'Unione (o dell'Ulivo, o della Fed, o come diavolo si chiama) possono permettersi di attardarsi nel regolamento di conti al proprio interno, come ha dimostrato la vicenda delle elezioni per il sindaco di Venezia, dove Rutelli è riuscito ad imporre il proprio candidato "moderato" (Cacciari) nello scontro con il "radicale" Casson, sostenuto da DS, PdCI, Verdi e Rifondazione.
Nella crisi del berlusconismo e della destra hanno giocato molti fattori, fra i quali svettano l'incapacità di fronteggiare l'inflazione reale, quel costo della vita che diviene ogni giorno più pesante per milioni di persone e che nessuna finanza creativa o ridicolo taglio delle tasse può nascondere, e la scellerata partecipazione all'occupazione dell'Iraq, ticket obbligato per garantirsi la benevolenza del grande fratello di Washington. L'onda lunga dei movimenti è arrivata ai palazzi del potere, sia pure soltanto per respingere un modello di governo e non certo per prefigurare un'alternativa.
Alternativa: pur cambiato di spalla, quel fucile sparerà contro lo stesso bersaglio, altrimenti non vi sarebbe stato motivo di compiere l'operazione. Soltanto i sordi possono non sentire le dichiarazioni di intenti dei leader del centrosinistra sull'economia e sulle scelte internazionali del Paese. Il più sincero e netto non è nemmeno il "moderato" Rutelli, superato dal Segretario dei DS Piero Fassino, che ha già copiosamente esternato in merito a privatizzazioni, flessibilità del lavoro, grandi opere come il ponte sullo Stretto di Messina, nonché sui "nostri" impegni internazionali, primo fra tutti la fedeltà a Washington (con conseguente permanenza delle truppe in Iraq) ed anche a Tel Aviv, dove si accinge ad andare in pellegrinaggio - più o meno contemporaneamente a Prodi e Veltroni - per confermare a quel galantuomo di Ariel Sharon la fedeltà del futuro governo di centrosinistra alla complicità instaurata dal governo di centrodestra.  
Nello scenario che abbiano di fronte, si inserisce - come nota positiva - l'altra sconfitta segnata dalle urne, quella dell'approdo governista e revisionista del partito di Bertinotti. I quasi quattrocentomila voti persi in pochi mesi dal PRC non solo hanno smentito i sondaggi fantasmagorici che gli pronosticavano risultati iperbolici (qualcuno aveva addirittura delirato di "risultato a due cifre"!), ma hanno anche ridimensionato bruscamente l'ambizione di quel partito di farsi garante ed interprete della domanda di alternativa radicale espressa dai movimenti di questi ultimi anni, per annacquarla e renderla compatibile con le scelte del futuro governo.
Sulla specifica crisi del bertinottismo torneremo presto. Quel che ci sembra interessante in questo preciso momento è altro, ovvero: il crepuscolo del Cavaliere ci libererà dal ricatto maggioritario del meno peggio? In altre parole, sarà ora possibile lavorare per un'alternativa reale alle due facce del liberismo, centrodestra e centrosinistra?
Sul Sole 24 ore del 20 aprile scorso è comparso un interessante articolo su Respect, la formazione politica inglese guidata da George Galloway, che si batte per la rinazionalizzazione dei servizi pubblici privatizzati da Thatcher e Blair, per un forte aumento di salari e pensioni, per la fine immediata dell'occupazione in Iraq. Respect e i Greens hanno il coraggio politico di sfidare il ricatto del bipolarismo nella sua stessa culla, tentando di dare voce e rappresentanza ai lavoratori, ai disoccupati, ai musulmani (che in Gran Bretagna sono milioni), ai movimenti pacifisti ed antinucleari. Qui da noi non siamo ancora a tanto, ma vale la pena di osservare che a dare fiato sul piano nazionale alle possibilità di Respect e dei Greens è stato un voto locale di qualche tempo fa: il voto per il Sindaco di Londra, dove - da indipendente e da sinistra - Ken Livingstone, Ken il Rosso, sconfisse gli apparati del Labour e dei Conservatori, su un programma al cui primo posto figurava il rifiuto della privatizzazione del trasporto pubblico londinese. La doppia crisi del berlusconismo e del bertinottismo può schiudere anche da noi la porta per la costruzione di un'alternativa popolare, che dia espressione e rappresentanza a quanto prodotto dai movimenti di questi anni; senza voli pindarici, ma anche senza timori reverenziali, dovremmo cominciare a parlarne.