DA GAZA A TEHERAN
E' giunto il momento di esprimersi con
chiarezza, anche qui in Italia, sul cosiddetto disimpegno israeliano da Gaza e,
soprattutto, sul suo utilizzo come alibi da parte della "sinistra" politica
filosionista nel nostro Paese, che comprende a buon diritto la maggioranza dei DS
e quella di Rifondazione Comunista.
Il nostro pensiero al riguardo è piuttosto chiaro, e trova conforto anche nelle
analisi e negli interventi contenuti nell'ultimo numero della rivista Limes
in edicola, "La potenza di Israele", dal quale rriprendiamo alcuni passi
dell'introduzione, significativamente titolata Se questa è una vittoria.
Secondo la redazione di Limes, la strategia attuale di Sharon si articola
in tre punti: "A) Non esiste un interlocutore palestinese affidabile (...).
Dunque, lo scambio <terra contro pace> non funziona. Prima di sedersi al tavolo
negoziale i palestinesi devono deporre le armi, che naturalmente Israele terrà
ben salde in mano. In ogni caso non sarà una trattativa fra pari, ma fra un
vincitore e un vinto. Senza interferenze altrui, salvo quelle degli amici
americani.
B) (...) Il suo tracciato (del Muro dell'Apartheid, n.d.r.) deve prefigurare le
frontiere orientali di Israele. Per questo non deve seguire la linea verde ma
scartare in più punti verso i Territori occupati (...). Così l'ANP si toglierà
dalla testa che una futuribile mini-Palestina possa comprendere quasi
integralmente la Cisgiordania.
C) Gaza è un inferno da appaltare ai palestinesi (...) svelando al mondo
l'incapacità di Abu Mazen di gestire un embrione di Stato. L'annunciato
disimpegno da Gaza è <formaldeide necessaria a impedire un negoziato politico
con i palestinesi>, ha spiegato nello scorso ottobre il braccio destro di Sharon,
Dov Weisglass, con calcolato candore: il ritiro israeliano <sottopone i
palestinesi ad una pressione tremenda. (...) E per la prima volta hanno uno
spicchio di terra con totale continuità sul quale possono scorrazzare da un
estremo all'altro alla guida delle loro Ferrari. E tutto il mondo guarderà loro,
non noi>". A scanso di equivoci, Weisglass chiosa: "Ho concordato con gli
americani che di una parte degli insediamenti non si discuterà affatto, quanto
agli altri se ne tratterà quando i palestinesi si trasformeranno in finlandesi.
(...) Il senso di ciò che abbiamo fatto è il congelamento del processo
politico>, in modo da <prevenire una discussione sui profughi, sui confini e su
Gerusalemme. Di fatto, l'intero pacchetto chiamato Stato palestinese, con tutte
le sue implicazioni, è stato rimosso dalla nostra agenda a tempo indeterminato>".
Si badi bene che tutto questo è stato detto e scritto ben prima del fallimentare
vertice fra Sharon e Abu Mazen dei giorni scorsi e che, ad oggi, non si può non
ammettere che la strategia di Sharon abbia in qualche modo raggiunto almeno una
parte dei propri obiettivi, lucidamente illustrati da Weisglass. Mentre la
"sinistra" filosionista italiana si preoccupa di legittimare Sharon quale "uomo
di pace", presentando il disimpegno da Gaza come una storica opportunità di pace
per i Palestinesi, sul campo Israele prosegue imperterrito nella costruzione del
Muro dell'Apartheid e nel lento genocidio del popolo palestinese, disponendosi
anche a riprendere la pratica - momentaneamente sospesa - degli omicidi dei
militanti e dei dirigenti palestinesi. Ma il successo di Sharon è più apparente
che reale, così come le possibilità di sostegno della "sinistra" filosionista,
della quale ci occupiamo in virtù dell'importanza che riveste il Medio Oriente
per la geopolitica del nostro Paese, come testimonia lo stesso interesse
mostrato al proposito da Limes, che alla questione palestinese (oltre che
al più generale contesto arabo - islamico) non a caso ha dedicato numerose e
robuste monografie.
Nonostante le abbondanti dosi di narcosi informativa erogate alle opinioni
pubbliche dalle lobby sioniste e nonostante il sostegno incondizionato della
superpotenza a stelle e strisce, Sharon è oggi più lontano dal successo che mai;
anche se non si è ancora trasformato in mobilitazione attiva, il disgusto verso
Israele e la sua politica criminale è un dato di fatto, come è un dato di fatto
l'avversione negli stessi Stati Uniti nei confronti dell'occupazione dell'Iraq e
della politica mediorientale dell'amministrazione Bush, la più sionista degli
ultimi decenni. Siamo convinti che il disimpegno da Gaza - e tutte le sue
previste conseguenze politiche - si rivelerà per Sharon non meno disastroso di
quanto sia stato per il suo degno predecessore Barak il ritiro dal Libano del
sud. Non ha senso, infatti, ritenere che le organizzazioni della resistenza
palestinese stiano a guardare a braccia conserte le legioni di Tsahal che si
ridispiegano tranquillamente lungo linee più sicure, pronte ad effettuare
incursioni devastanti ogni qual volta ne ravvisino la necessità, come gli
aguzzini delle carceri che si tengono lontani dalle celle dei prigionieri, ma
sempre pronti a farvi irruzione per picchiare, terrorizzare, uccidere. Siamo
convinti che il disimpegno israeliano - se avverrà - avverrà sotto una pioggia
di missili e di granate di mortaio della resistenza, perchè - a fronte della
ferocia nazista dell'occupazione israeliana - è inevitabile e giusto che sia
così. E le litanie della nostra "sinistra" filosionista contro il
"terrorismo palestinese" appariranno ancora più ridicole di quanto non lo siano
oggi.
La consapevolezza del fallimento dell'operazione preconizzata da Weisglass, unitamente all'impossibilità di
normalizzare l'Iraq, potrebbe spingere i vertici israeliani e i loro amici amerikani a giocare il tutto per tutto, alzando la posta e mettendo mano
all'incendio di tutto il Medio Oriente, percorso di fatto già impostato con la
destabilizzazione del Libano e i preparativi di guerra contro la Siria e l'Iran.
Le conseguenze di questo scenario sono assolutamente imprevedibili, sia per
l'impossibilità di valutare con esattezza le capacità militari di Teheran, sia
perchè è piuttosto improbabile che la pur disastrata Russia di Putin possa
accettare passivamente l'attacco a siti nucleari in un Paese confinante.
Esiste un'alternativa a questo Armageddon prossimo venturo: il ritiro delle
truppe di occupazione dalla Cisgiordania, da Gaza, da Gerusalemme e dall'Iraq.
Questo significherebbe l'apertura di un vero processo di pace, anche se -
presumibilmente - comporterebbe la morte politica di personaggi come Bush,
Sharon e le loro corti di nani e ballerine. L'Europa, e l'Italia in particolare,
hanno una responsabilità enorme in questa situazione: in questo senso, è un bene
che i diplomatici europei siano stati autorizzati ad incontrare esponenti della
resistenza islamica di Hamas, ma è un male che la "sinistra" europea non si
mobiliti anima e corpo per sostenere, politicamente e materialmente, le forze
marxiste, laiche e progressiste della resistenza palestinese e di quella
irachena. Se esisterà un futuro di pace a Gerusalemme e a Baghdad, a Tel Aviv e
a Damasco, a Teheran, a Beirut e nel Mediterraneo, sarà anche grazie all'eroica lotta di
oscuri militanti comunisti, democratici e progressisti, che con il loro sangue
si stanno conquistando sul campo il diritto di parola sui futuri scenari
geopolitici, contendendo l'egemonia sulla resistenza alle organizzazioni di
ispirazione religiosa, non differentemente di quanto avvenne nel nostro Paese
fra le formazioni partigiane "rosse" e "bianche". Una "sinistra" europea che non
sostenga questi eroi sconosciuti, che anzi li etichetti come "terroristi", non
ha un futuro.