DEMOCRAZIA A RISCHIO
Esiste realmente un allarme
democratico in Italia? La risposta è si, ma non ha a che vedere - se non
marginalmente - con il proliferare di gruppuscoli di estrema destra, neonazisti,
xenofobi e quant'altro. I pericoli per quel poco di democrazia che ancora ci
possiamo permettere vengono dalla comunanza culturale fra le maggiori forze
politiche di destra e di "sinistra".
E' difficile, al giorno d'oggi, capire se Veltroni sia più forcaiolo di Fini, o
viceversa; quel che è certo, è che si è innescata una poco nobile competizione a
chi sfrutta di più e meglio l'allarme sociale provocato da fatti di cronaca nera
o, molto più spesso, dalle forzature operate sugli stessi dai grandi media. Il
risultato del terrorismo culturale che da alcuni mesi sta letteralmente
impazzando sulle prime pagine e nei tg è che (con la miserabile partecipazione
di Rifondazione Comunista, non dimentichiamolo) viene licenziato un "pacchetto
sicurezza" che, in altri tempi, avrebbe fatto gridare al liberticidio e,
contemporaneamente, assistiamo ad un preoccupante silenzio nei confronti di
episodi di inaudita gravità, fra i quali citiamo - per restare alla stretta
attualità - il probabile assassinio di un detenuto nel carcere di Perugia, la
colossale montatura nei confronti dei cinque giovani di Spoleto e quella,
altrettanto ignobile, contro alcuni operai della Fiat di Melfi.
Naturalmente, non intendiamo sottovalutare la portata delle richieste della
magistratura genovese nei confronti di 25 manifestanti del luglio 2001 e la
negazione di una commissione di inchiesta parlamentare su quei fatti, ma -
almeno - su queste vicende vi è stata una reazione, anche se (pure in questo
caso) la posizione della sinistra radicale è quantomeno paradossale, visto che
continua a governare insieme alle forze che hanno seppellito la commissione di
inchiesta, le stesse forze che hanno scippato i TFR, aumentato le spese militari
e attaccano frontalmente pensioni e welfare, mentre regalano miliardi di euro
alle imprese e si sdraiano di fronte ai voleri del Vaticano.
Quando si sollecitano interventi straordinari contro poveri cristi come i
lavavetri o i venditori ambulanti, vuol dire che si sta lavorando sui peggiori
istinti sociali, il che significa che operazioni come quella di Spoleto si
collocano in un contesto preciso, cioè sono tutt'altro che semplici episodi.
Come sempre in questi casi, qualcuno si spinge un po' più avanti, magari
ritenendosi legittimato a pestare a morte un detenuto o a spaccare la testa a
qualche immigrato, ma anche questo è funzionale al disegno autoritario, perchè
questi "eccessi" provocano a loro volta una domanda di intervento in termini di
ordine. E il cerchio si chiude. O meglio, si stringe il cappio intorno alla gola
di chiunque si voglia opporre alla stretta repressiva, vuoi perchè è un convinto
garantista, vuoi perchè pensa - e a ragione - che il vero obiettivo della svolta
autoritaria non sia la criminalità, ma le lotte sociali.
Il silenzio sulla morte di Aldo Bianzino e sull'operazione "Brushwood" è molto
preoccupante, come è molto preoccupante il basso profilo assunto dai movimenti
alternativi, che non sono stati capaci, dopo la grande giornata del 9 giugno, di
proporre nuove mobilitazioni che dessero fiato alla voglia di opposizione che,
pure, esiste in questo Paese, nei milioni di persone che vivono quotidianamente
sulla propria pelle il disvelamento del grande inganno del "governo amico".
Tuttavia, gli anticorpi per questa pericolosa malattia che si chiama
autoritarismo esistono, e lo stanno dimostrando i cittadini di Spoleto che si
sono schierati compattamente a difesa dei loro ragazzi, inducendo persino i
rappresentanti della destra in Consiglio comunale a sollevare dubbi
sull'operazione "Brushwood", provocando la risentita reazione del vertice di
Alleanza Nazionale, che vuole mantenere il primato della vocazione forcaiola,
insidiato dal Segretario del "nuovo" Partito Democratico, quel Veltroni che - da
Sindaco di Roma, amorevolmente sostenuto da Rifondazione Comunista e dal PdCI -
progetta di deportare i rom in campi di concentramento, che lui chiama "villaggi
della solidarietà" così come chiama le guerre e i bombardamenti "operazioni
umanitarie". Ai cittadini di Spoleto, a tutti quelli che chiedono la liberazione
dei cinque ragazzi, a tutti quelli che vogliono la verità sulla morte di Aldo
Bianzino va la nostra incondizionata solidarietà, e per questo - per difendere
con le unghie e con i denti i nostri diritti civili e sociali - invitiamo tutti
ad andare a Perugia, sabato 10 novembre, per chiedere, ancora una volta, verità
e giustizia.