DEMOCRAZIA E GUERRA AL TERRORE
Democrazia
e guerra al terrore: è la politica di George W. Bush, quella dove la
democrazia si esporta a suon di bombe e la guerra al terrore è l'annientamento
di ogni ostacolo all'imperialismo nordamericano. Ma democrazia e guerra al
terrore sono anche le parole con cui il segretario dei DS, Piero Fassion, ha
sintetizzato a Fiamma Nirenstein, nella sua trasmissione sul secondo canale di
sabato 28 maggio, la nuova politica estera del suo partito, che -
presumibilmente - sarà anche quella del futuro governo di centrosinistra più
ascari bertinottiani. Alla colona amica di Rina Gagliardi (che non stava nella
pelle dalla soddisfazione), il segretario del partito che fu comunista lo ha
ribadito più volte: democrazia e guerra al terrore saranno, anzi sono già
gli assi portanti della propria politica. Non risulta che qualcuno, nei giorni
seguenti, abbia risposto a Fassion che quella politica ci pensano già Berlusconi
e Fini a metterla in pratica; non si è percepito nemmeno un flebile distinguo
dai cespugli (Verdi, PdCI, PRC) e, per la verità, nemmeno dai cosiddetti
pacifisti, tipo ARCI, Attac e compagnia cantando.
Non vogliamo dire che, di fronte alle luminose prospettive ministeriali, tutta
la sinistra abbia deciso di riporre in un cassetto le bandiere arcobaleno,
tuttavia il fatto che il leader del principale partito della coalizione
unionista parli come Bush e Sharon e nessuno avverta il bisogno di invitarlo a
tacere, non può che preoccuparci. Visti i precedenti (guerra "umanitaria" alla
Jugoslavia e sostegno alla missione in Afghanistan), sarebbe legittimo
pretendere che al primo posto degli impegni del futuro governo debba figurare il
ritiro delle truppe italiane dall'Iraq e il rifiuto della partecipazione a
qualunque altra avventura militare, anche se mascherata da intervento umanitario
e mimetizzata dietro la bandiera dell'ONU. Invece, l'attenzione del ceto
politico e degli opinionisti di grido è tutta centrata sulle manovre di Rutelli
e le contromanovre di Prodi, non senza benevola attenzione ai vaneggiamenti del
redivivo protagonista dei salotti che contano, titolare di quel 3 o 4% che può
fare la differenza nelle urne.
Eppure, qualcosa si muove: lo stesso Fassion ha di fatto dovuto rimandare il suo
pellegrinaggio da Ariel Sharon, e come lui hanno dovuto rinviarlo
silenziosamente Walter Veltroni (che avrebbe dovuto essere in Israelefra il 21
ed il 24 maggio) e Romano Prodi, quest'ultimo ufficialmente perchè troppo
impegnato nei tumulti politici di casa nostra. Resta il fatto che le visite
tanto osannate dai propagandisti sionisti di casa nostra non ci sono ancora
state e sono rinviate a tempi migliori, probabilmente perchè Fassion e Co. hanno
dovuto prendere atto che il malessere di gran parte del popolo di sinistra ha
superato il livello di guardia. Come loro sembra regolarsi anche il portavoce
del Leoncavallo, il consigliere comunale del PRC di Milano Daniele Farina, che
ha annunciato al mondo la disponibilità ad organizzare un incontro con esponenti
sionisti ed israeliani nello storico centro sociale milanese, per poi non
parlarne più (e non facciamo fatica ad immaginare quanto sia alta la tensione
fra quei militanti del Leoncavallo che, insieme a tanti altri, durante la Pasqua
del 2002 hanno assaggiato sulla propria pelle la democrazia israeliana).
Farsi illusioni sarebbe sciocco e sbagliato. Con ogni probabilità, i passi
indietro di Fassion, Veltroni, Prodi e Farina sono assolutamente temporanei e
prefigurano ulteriori rilanci nei prossimi mesi, magari quando l'estate
abbasserà inevitabilmente i livelli di attenzione e di mobilitazione ed in
autunno ci si troverà di fronte al fatto compiuto. E' peraltro innegabile che
l'iniziativa "nonsivadasharon" assunta inizialmente da pochi compagni, abbia
trovato un vasto riscontro ed abbia avuto il merito di illuminare la futura
politica estera del centrosinistra, disvelandone la sostanziale omogeneità con
quella del centrodestra. In altre parole, ora è ancora più chiaro che il prezzo
da pagare per l'ingresso nelle stanze del governo è la continuità con la
subordinazione all'imperialismo americano ed al colonialismo israeliano, suo
alleato strategico; il flirt della sinistra liberista con il movimento contro la
guerra è finito, così come il suo utilizzo da parte di Rifondazione Comunista,
che ovviamente non ha dato il minimo contributo alla manifestazione del 2
giugno, come aveva fatto con quella del 19 marzo e come fa da più di tre anni
con le iniziative di solidarietà con il popolo palestinese. Il viatico di Bush e
Sharon per il governo è senz'altro più importante della solidarietà con i popoli
che soffrono sotto il tallone di ferro delle occupazioni, esattamente come il
viatico di Confindustria è più importante dei diritti dei lavoratori e dei
pensionati.
Non bisogna farsi illusioni, ma bisogna farsi sentire, in ogni modo possibile;
sarebbe necessario, per esempio, esplicitare un fatto tanto banale, quanto -
inspiegabilmente - non nominato da nessuno. Sarebbe necessario dire, con
chiarezza e semplicità e in tanti, che non voteremo uno schieramento che non
metta al primo posto del proprio programma il ritiro delle truppe dall'Iraq e
l'abrogazione dell'accordo di cooperazione militare con Israele. Prendendo
spunto dal successo della lettera aperta contro i pellegrinaggi da Sharon,
perchè non pensare ad un manifesto virtuale del popolo di sinistra e pacifista
che dica, banalmente: noi sottoscritti non voteremo chi non si impegna al ritiro
delle truppe dall'Iraq e per l'abrogazione dell'accordo di cooperazione militare
con Israele. Punto. E migliaia di firme, di nomi e cognomi di gente vera, di
lavoratori, di donne, di giovani, di anziani... di elettori che si negano al
ricatto del meno peggio, che poi tanto "meno" non sembra essere.