DUE SIMONE E TANTI SCIACALLI
Il sequestro
di Simona Pari, Simona Torretta e dei loro colleghi iracheni appare sempre più
oscuro. Di certo, c'è il fatto che i soli a trarne giovamento sono i sostenitori
della guerra e dell'occupazione dell'Iraq - oggi - e di Siria, Libano e Iran -
un domani. E' vero che il "cui prodest" non è una chiave di lettura universale,
ma questo sequestro - preceduto da quelli del console iraniano (di cui non si sa
più nulla), del giornalista indipendente Enzo Baldoni (barbaramente e
inspiegabilmente assassinato) e da quello di due giornalisti francesi - puzza di
provocazione lontano un miglio, come puzza di provocazione una sigla, quella
dell'Esercito Islamico, da cui tutti hanno preso le distanze, compresi i gruppi
fondamentalisti legati o vicini ad Al Qaeda.
Nella storia dei movimenti di resistenza e di liberazione nazionale, i
giornalisti non sono mai stati nemmeno minacciati, se non dagli occupanti: i
combattenti algerini, angolani, vietnamiti, nicaraguensi, palestinesi hanno
sempre cercato di far conoscere le proprie ragioni al mondo, tanto è vero che
esiste un lunghissimo elenco di giornalisti messi a tacere, in vario modo, dalle
forze occupanti o dai loro collaborazionisti; il teatro mediorientale ha,
semmai, confermato quanto siano gli imperialisti e i colonialisti a temere
l'informazione, al punto di assassinare i giornalisti (come il nostro Raffaele
Ciriello, vittima dei gangster sionisti), bombardare o chiudere le sedi delle
emittenti scomode, come è toccato ad Al Jazeera prima in Afghanistan ed ora in
Iraq.
Per quale motivo una qualsiasi fazione della resistenza irachena avrebbe dovuto
prendersela con un giornalista non embedded come Enzo Baldoni o come i due
francesi, per di più cittadini di un Paese che è stato il più deciso avversario
europeo dell'occupazione dell'Iraq? E per quale ragione sequestrare il console
dell'Iran, Paese addirittura nel mirino dei gunmen di Washington? E a chi può
venire in mente di colpire persone che, come le "due Simone" e i loro colleghi
iracheni, lavorano da anni per alleviare le sofferenze della popolazione e non
certo per collaborare con gli occupanti?
E' impossibile che gli efficientissimi sequestratori - in uniforme, armati di
tutto punto (e su questo aspetto torneremo) e muniti addirittura di un elenco
delle persone da prelevare, lasciando sul posto tutti gli altri - ignorassero
l'attività svolta da Un ponte per... sin dalla prima aggressione contro
l'Iraq nel 1991, un'attività fatta di interventi concreti di solidarietà con la
popolazione ma anche di coerente e determinata denuncia politica in merito
all'embargo criminale che, per volontà degli USA e dell'ONU, ha sterminato un
milione e mezzo di iracheni, un terzo dei quali bambini.
Dicevamo delle armi: alcuni commentatori hanno notato come le testimonianze
riferiscano che i "guerriglieri" non erano armati con i soliti ingombranti
kalashnikov, ma ostentavano tutti mitragliette modernissime e di piccole
dimensioni. Si tratta di un particolare sul quale varrebbe la pena di
riflettere, perchè le descrizioni di quelle mitragliette riportate da giornali e
telegiornali fanno pensare alle celebri UZI di fabbricazione israeliana, roba
pregiata che non si trova sulle bancarelle del pur fiorente mercato delle armi
mediorientale. Si tratta solo di un particolare che, di per sé, non significa
nulla ma che, nel contesto generale, potrebbe rivelarsi illuminante.
Il contesto generale è quello di un'azione che porta solo discredito alla
resistenza irachena, che fa seguito ad altre azioni analoghe e che ha inferto un
duro colpo non già ai sostenitori della guerra e dell'occupazione, ma ai loro
avversari, al movimento contro la guerra, particolarmente qui in Italia. Di
ritiro delle truppe di occupazione italiane non parla più quasi nessuno, dallo
sciacallo rifondarolo che ha colto la palla al balzo per avvinghiarsi
ulteriormente al centrosinistra, fino alla maggior parte del ceto politico di
"movimento", fulmineamente rifluito all'ombra dell'unità contro il terrorismo,
nemico prioritario dell'umanità (parola di Fassino). La manifestazione nazionale
contro la guerra e per il ritiro delle truppe è stata cancellata dall'agenda
politica e dalla tribuna internazionale del Forum che si è tenuto a Beirut la
scorsa settimana la rappresentante ufficiale del "movimento" per l'Italia ha
scandito che le fasi dell'iniziativa devono essere non due, ma addirittura tre:
prima la liberazione degli ostaggi e poi - solo poi - la richiesta di fermare i
bombardamenti e ancora dopo la richiesta di ritirare le truppe di occupazione.
Il che significa che, se le due Simone dovessero essere trattenute per anni, per
anni il movimento non dovrebbe muoversi. Nel frattempo, naturalmente, potrebbero
invece continuare a svilupparsi gli intrighi e gli inciuci di un centrosinistra
che, a conti fatti, esprime posizioni persino più arretrate di quelle del
candidato democratico alla Casa Bianca, quel Kerry che - bontà sua - di ritirare
le truppe almeno ha cominciato a parlarne.
La
strumentalizzazione di un'emergenza - presunta o reale - non è una novità nella
storia della "sinistra" italiana; siamo ancora in molti a ricordare cosa abbia
significato l'adesione dell'allora PCI alla logica dell'emergenza sul finire
degli anni 70. In cambio dello sdoganamento da parte dei democristiani e dei
padroni, il PCI si rese protagonista - insieme alla CGIL - della stagione più
buia della repressione dei movimenti, quella delle leggi speciali e delle
carceri di massima sicurezza, della tortura, delle perquisizioni e delle
schedature di massa, della delazione, della criminalizzazione di ogni dissenso,
dell'equiparazione al "terrorismo" di ogni antagonismo in fabbrica, nei
quartieri popolari o nelle università. A pagare la deriva governista dei
berlingueriani di allora fummo in tanti, primi fra tutti gli operai della FIAT
che si videro prima colpiti nelle persone delle proprie avanguardie più coerenti
(i famosi 61 licenziati perchè in odore di "terrorismo", e naturalmente non era
vero niente) e poi nel vivo della propria carne, con la ristrutturazione più
selvaggia che si possa immaginare e che spalancò la strada a quello
smantellamento dei diritti sociali che proseguì con l'abolizione della scala
mobile, il dilagare delle forme di lavoro "atipico" e - ancora una volta grazie
alla "sinistra" - il pacchetto Treu, il colpo di maglio assestato alle garanzie
ed alle tutele conquistate da lavoratori e lavoratrici con anni di lotte.
Chi non si capacita dell'attuale deriva governista di Bertinotti dovrebbe
riandare con la memoria al percorso seguito dal suo antesignano Berlinguer
(bizzarramente innalzato ad icona del "comunismo" da qualche sedicente
oppositore dello stesso Bertinotti): il primo passo del segretario del PCI fu la
strumentalizzazione del golpe cileno, a seguito del quale avanzò la nefasta
teoria del "compromesso storico", seguito dall'accettazione dell' "ombrello
NATO" e, via via, da tutte le contorsioni che approdarono - finalmente - all'autoscioglimento
del PCI medesimo. Marxianamente caricaturale, Bertinotti ripete la stessa
storia: si aggrega ai peggiori eredi della Democrazia Cristiana, si dispone a
collaborare con le avventure militari dell'imperialismo (basta che avvengano con
l'avallo dell'ONU) e, naturalmente, si fa pifferaio della necessità della "lotta
al terrorismo", che ieri era quello interno e imbarazzante delle Brigate Rosse e
dei "fiancheggiatori" ed oggi è quello - ben più suggestivo - internazionale,
categoria nella quale confluiscono terroristi veri e combattenti per la propria
liberazione, come i Palestinesi e gli Iracheni, come ieri per il PCI erano
"terroristi" e "provocatori" i rivoluzionari di un'intera generazione,
politicamente - e a volte anche umanamente - distrutta dalla tenaglia della
repressione di Stato e del PCI che si faceva a sua volta Stato.
Siamo dunque condannati ad essere cancellati dalla tenaglia Prodi - Bertinotti? Diremmo di no, e per alcune ottime ragioni. La prima ragione è che Bertinotti sta a Berlinguer come un chiuaua sta ad un sanbernardo: uno era il dirigente di una forza comunque imponente e personalmente dotato di uno spessore e di un rigore che il secondo nemmeno se li sogna, oltre ad essere a capo non di una forza imponente ma di una compagine sgangherata, più simile al PSI di Craxi che al vecchio PCI. La seconda ragione è che oggi siamo in guerra, in una guerra imperialista e colonialista vera, e questo costituisce un discrimine netto, che non consente di giocare a lungo con le parole e i trucchetti sindacalesi appresi da Bertinotti quando difendeva la svendita operaia alla FIAT da parte di CGIL, CISL e UIL. La terza ragione è che il movimento contro la guerra è cosa ben diversa dalle poche decine di burocrati ben pagati che si spacciano per suoi "rappresentanti" dentro quelle scatole vuote con nomi pomposi come "Fermiamo la Guerra" o "Gruppo di continuità": il movimento contro la guerra - pur frastornato e indebolito dalle frodi e dai voltafaccia dei suoi punti di riferimento - è una realtà che non tarderà a manifestarsi di nuovo e con più forza, consapevole che la sorte delle due Simone è profondamente legata a quella dei milioni di Iracheni che soffrono le conseguenze della guerra e dell'occupazione. Lottare con ogni mezzo per il ritiro delle truppe significa anche lottare per Simona Pari e Simona Torretta e per i loro amici: Bertinotti e i suoi lustrascarpe non riusciranno a soffocare a lungo questa consapevolezza.