FALSO MOVIMENTO
In apparenza, lo scenario
politico italiano appare investito da un poderoso terremoto, particolarmente -
ma non solo - nel suo versante di centrosinistra. I due più grandi partiti della
coalizione di governo si sciolgono e si fondono per dare vita ad una nuova
formazione, chiamata Partito Democratico ed ispirata (come ha osservato
acutamente Paolo Mieli) ad una visione americana della politica, a partire dal
nome stesso del nuovo partito. Il nuovo rassemblement vede uniti ex comunisti ed
ex democristiani, ex laici ed ex (?) baciapile, sindacalisti e imprenditori, in
un frullato dal colore indefinibile e dal sapore di ciofeca, come avrebbe detto
il grande Totò. I primi sondaggi sembrano mostrare uno scarsissimo appeal del
nuovo soggetto, che non raccoglie nemmeno la somma dei consensi ottenuti
separatamente dagli ex DS e dall'ex Margherita, ma questo non sembra preoccupare
troppo i leader, che già si vedono proiettati in un vortice di pimpanti
convention, lasciandosi alle spalle i noiosi rituali dei congressi. L'operazione
non è piaciuta alla sinistra interna degli ex DS, che non è entrata nel nuovo
partito e si sta attrezzando per costituire a sua volta una nuova
organizzazione, più o meno liberamente ispirata alla tradizione
socialdemocratica europea.
In fibrillazione anche i due partiti che ancora si richiamano al comunismo, il
che non gli impedisce di partecipare ad un governo padronale e guerrafondaio. Il
PRC di bertinotti (che continua a collezionare fischi in giro per l'Italia) si
avvia a cambiare nome, diventando Sinistra Europea, ma c'è da giurare che
manterrà simbolicamente la falce ed il martello, se non altro per ragioni di
rendita elettorale; il dissenso interno non sembra minimamente in grado di
proporsi come alternativa, probabilmente a causa della composizione dei suoi
gruppi dirigenti, tutti saldamente insediati in qualche incarico amministrativo
e per niente disposti a rinunciarvi. Chi attende scissioni è, molto
probabilmente, destinato a grandi delusioni: parafrasando un vecchio detto
popolare, tira più una poltrona che una coppia di buoi. Il PdCI vivacchia,
esaurita la fase dell'attenzione (esagerata, a nostro avviso) suscitata in
qualche settore di movimento dalle prese di posizione più coraggiose assunte a
suo tempo, particolarmente in merito alla questione palestinese.
Sul versante del centrodestra, continuano le schermaglie, ma Berlusconi & Co. si
preparano ad incassare i risultati delle prossime amministrative, che non
potranno non segnare un arretramento della coalizione governativa, anche se le
particolari caratteristiche di queste consultazioni potrebbero consentire di
limitare i danni. Dopo la tornata di maggio e gli eventuali ballottaggi di
giugno, la politica sarà già virtualmente in vacanza, fino allo scoglio della
prossima Finanziaria.
Fuori dal bipolarismo, poco o niente: al centro, il partito personale di Marco
Follini galleggia in attesa delle scelte di Mastella e Casini, mentre a sinistra
il PCL di Marco Ferrando sembra aver rinunciato ad ogni ambizione, avviandosi a
ridursi ad uno dei tanti gruppuscoli ideologici ed autoreferenziali.
Il terremoto, dunque, è solo apparente, e le scelte di fondo procedono
linearmente, in sostanziale continuità: Berlusconi aveva annunciato il ritiro
delle nostre truppe dall'Iraq, e Prodi le ha ritirate; Berlusconi aveva
garantito la permanenza delle nostre truppe in Afghanistan, e Prodi garantisce
la loro permanenza e il miglioramento delle loro capacità belliche; Berlusconi
aveva sottoscritto l'accordo di cooperazione militare con Israele, e Prodi sta
onorando gli impegni; Berlusconi aveva aderito all'infame embargo contro il
popolo palestinese, e Prodi mantiene l'embargo. I CPT restano tutti in funzione,
anche se qualcuno cambierà la targhetta all'ingresso, e così la legge 30. La
scuola pubblica era allo sfascio ed allo sfascio rimane, come rimangono intatti
i finanziamenti alle scuole religiose. La sintesi di questa continuità e
contiguità fra le politiche di centrodestra e centrosinistra è data dalle
manovre sulla legge elettorale.
Aldilà del falso movimento degli ultimi mesi, appare chiaro che le forze
politiche maggiori (Partito Democratico, Forza Italia e Alleanza Nazionale)
puntino dritte dritte al bipartitismo, eliminando per via legislativa ogni
eccentricità, anche eventuale; da questo punto di vista, non è esatto parlare di
"ricatto" in riferimento al referendum proposto dal solito Mariotto Segni,
quanto di pretesto. Dato per scontato il fallimento del referendum (soprattutto
a causa del suo promotore, il solo uomo politico che abbia collezionato più
disfatte di Massimo D'Alema), questo costituisce comunque il pretesto per una
riforma in senso bipartitico, fortemente voluta dalle forze politiche di cui
sopra non meno che dai poteri forti. La riforma elettorale, a questo punto, non
sarebbe che il grimaldello per scardinare l'intero sistema costituzionale.
Le controtendenze, tuttavia, non mancano, ed aprono spazi all'iniziativa di chi
non voglia rassegnarsi: la prima è che questo processo non avrà tempi brevi, per
il semplice fatto che l'approvazione di una nuova legge elettorale porterebbe
immediatamente il Paese alle urne, cosa che - per motivi diversi - oggi non
vuole nessuno. Ci sono dunque i margini per sviluppare iniziative politiche, che
rimettano al centro del dibattito il fallimento dei sistemi maggioritari e la
necessità di operare in direzione di un sistema elettorale compiutamente
proporzionale, il solo vero antidoto ad ogni deriva presidenzialista. Il primo
passo, naturalmente, sarà quello di garantire il fallimento del referendum
(qualora dovesse effettivamente svolgersi) e - come già detto - il nostro
migliore alleato in questa battaglia di democrazia sarà lo stesso promotore del
referendum.
Abbiamo, però, un appuntamento molto più urgente e significativo nelle prossime
settimane: il 9 giugno ricorre il quarantesimo anniversario dell'occupazione
sionista dei territori palestinesi di Gaza e Cisgiordania e della regione
siriana del Golan. Per quella data sono previste manifestazioni in tutto il
mondo arabo e islamico e, per una bizzarra coincidenza, è stata annunciata la
visita in Italia di George W. Bush, il supremo protettore dell'entità sionista,
nonché della guerra preventiva e permanente cui il governo Prodi contribuisce
non meno di quanto abbia fatto il governo Berlusconi. Naturalmente, Roma sarà
teatro di una grande manifestazione contro Bush e contro la guerra, ma ci
sembrerebbe osceno se in quella manifestazione non tornassero a vivere le
ragioni del popolo palestinese, terribilmente oscurate in questi ultimi mesi.
Per la prima volta, nella manifestazione romana del 25 aprile non sfilavano le
bandiere palestinesi, ma quelle dello Stato sionista, cioè degli oppressori e
degli occupanti di oggi, addirittura più adulati dal governo di centrosinistra
di quanto non lo siano stati da quello di centrodestra.
Mancano esattamente 45 giorni al 9 giugno: utilizziamoli perchè quel giorno
torni a manifestarsi il popolo contro la guerra e della solidarietà con la
Palestina e tutti i popoli oppressi.