LA COSIDDETTA RESISTENZA IRACHENA
La scena
è quella di un circolo del Partito della Rifondazione Comunista
in un quartiere popolare di Roma; è in programma un'assemblea precongressuale
con Marco Ferrando, il principale esponente della minoranza di sinistra del
partito. I presenti sono una trentina, fra cui un membro della segreteria romana
del partito.
Dopo l'intervento di Ferrando (punteggiato da petulanti interruzioni del membro
della segreteria), si iscrivono a parlare alcuni compagni, e il dibattito
investe molti aspetti dell'attualità politica e della situazione del PRC.
Naturalmente, interviene anche il membro della segreteria romana, di stretta
osservanza bertinottiana, che a sua volta si esprime sui diversi punti della
discussione.
Le questioni su cui le argomentazioni del rappresentante bertinottiano sono
risultate più determinate sono state sostanzialmente tre:
a) rispetto al centrosinistra, non è pensabile un atteggiamento di tipo
"sindacale", ovverosia rivendicativo, per cui l'importante non è ottenere
impegni precisi su altrettanto precisi elementi di programma, bensì esercitare
egemonia sul profilo della coalizione, e questo si ottiene attraverso la
presenza dei ministri del PRC nel futuro governo di Romano Prodi;
b) il PRC gode di ottima salute, le iscrizioni -
almeno a Roma - sono al 100% e i circoli che hanno perso iscritti sono quelli
che non hanno capito la genialità della nuova linea del segretario nazionale,
tanto è vero che quelli più entusiasti verso questa linea gli iscritti li hanno
addirittura aumentati (viene citato il circolo di Garbatella, che ha quasi
triplicato gli iscritti, grazie anche - viene detto - al buon lavoro del
presidente del locale Municipio... se questo "buon lavoro" abbia qualcosa a che
fare con il clientelismo, non lo dice nessuno); c)
sulla guerra e sul terrorismo, la nuova linea di Bertinotti è meravigliosa ed
acutissima, per cui bisogna piantarla con atteggiamenti improponibili, quali il
sostegno alla "cosiddetta resistenza irachena" ed anche a quella palestinese,
perchè un popolo un tempo laico sarebbe ora in preda al fondamentalismo
islamico.
Ragionare sul nuovo concetto di egemonia ministeriale e sui misteri del
tesseramento, per il momento, non ci interessa. Il discorso sulla "cosiddetta
resistenza irachena" e sui Palestinesi seguaci di Bin Laden ci appare invece
estremamente interessante.
La colpa della "cosiddetta resistenza irachena" sarebbe duplice: in primo luogo,
essa "non ci parla" (testuale); in secondo luogo, non esprime un progetto di
società, un qualsiasi progetto politico su cui confrontarsi, e insomma non fa
altro che sparare sugli occupanti e sui loro collaboratori. La tesi (non nuova,
essendo stata espressa da autorevoli dirigenti bertinottiani nel corso del
dibattito sulla nonviolenza) ha una sua fondatezza: in effetti, non
risulta che i combattenti iracheni abbiano chiesto a Bertinotti ed a Gennaro
Migliore l'autorizzazione per iniziare a combattere contro gli invasori del loro
Paese, ed hanno anche commesso l'incredibile leggerezza di non comprendere quale
egemonia avrebbero potuto e dovuto esercitare sul profilo della coalizione dei
volenterosi, semplicemente inserendo un paio di ministri nel governo
collaborazionista di Paul Bremer prima e poi in quello del Quisling Allawi, come
hanno sagacemente fatto i "compagni" del Partito Comunista Iracheno, giustamente
affratellato al PRC.
Quanto ai Palestinesi, sono diventati tutti islamici, dunque che cazzo vogliono
da noi?
Si fa fatica a rispondere ad argomentazioni tanto bugiarde e immorali, e non
invidiamo coloro che tenteranno di contrastarle nel prossimo congresso del
partito di Bertinotti. Si fatica soprattutto perchè giudizi tanto arroganti e
cialtroni su realtà così drammatiche uno se li aspetta da Giuliano Ferrara o da
Fiamma Nirenstein, da George W. Bush o da Piero Fassino, non da cosiddetti
comunisti. E' faticoso dire che la resistenza irachena ci parla, eccome, e ci
parla con la voce assordante di un popolo fiero che non è stato piegato da dieci
anni di embargo assassino da parte dell'ONU e non china la testa nemmeno sotto
il tallone di ferro dell'occupazione anglo-italo-americana. Un popolo che ci
parla non solo con i colpi dei kalashnikov e dei mortai contro gli invasori e le
esplosioni delle mine contro gli oleodotti rubati dai gangster e dai mafiosi:
questo popolo ha parlato a Beirut, non più tardi di un paio di mesi fa, e ad
ascoltarlo c'erano anche degli italiani (qualcuno del PRC) che poi si sono ben
guardati dal far sapere ai loro connazionali cosa dicevano i resistenti
iracheni; questo popolo ci parla con la sua lotta quotidiana per sopravvivere
come nazione e non vedere la propria terra lottizzata fra petrolieri texani,
predoni curdi e coloni sionisti; questo popolo ci parla con il rifiuto delle
elezioni farsa che gli occupanti gli vogliono imporre, insomma con il suo
negarsi alla sottomissione. Tutto questo non è un progetto politico? Liberarsi
non è un progetto politico?
Se le cose stanno così, bisogna rimettere mano alla
storia che tutti conosciamo, e avere il coraggio di dire - per quanto mi
riguarda personalmente, ad esempio - che mio nonno (vecchio socialista
romantico) sbagliò quando, senza nessun progetto politico in mente, insieme ai
figli e ad altri compaesani, si impadronì di un cannoncino ed alcune
mitragliatrici abbandonati dai nostri soldati in fuga e si mise a tirare sui
reparti nazisti che salivano verso il centro abitato, tenendoli in scacco fino
all'arrivo dei partigiani dalla montagna. Per fortuna, mio nonno e quelli come
lui non avevano un Bertinotti fra le palle.
E i Palestinesi? Anche loro - bisogna dirlo - non hanno chiesto a Bertinotti ed
a Gennaro Migliore il permesso di ribellarsi all'occupazione sionista e di
iniziare la seconda Intifada, quella che da anni Migliore non perde occasione di
condannare pubblicamente e poi grida all'aggressione se rimedia due scappellotti
sul muso. Tuttavia, nemmeno questo autorizza a definire i Palestinesi come
fanatici islamici fondamentalisti, a meno che non si vogliano fare contenti i
propri alleati di centrosinistra (uno più sionista dell'altro) ed i poteri forti
la cui tolleranza è indispensabile per entrare nel salotto buono del governo del
Paese. I Palestinesi sono un popolo fiero almeno quanto quello iracheno e,
semplicemente, sostengono chi resiste e combatte contro l'occupazione genocida
di cui sono vittime da più di mezzo secolo; se una parte della resistenza
palestinese è di impronta religiosa, nessuno scandalo: contro gli occupanti
nazisti, presero le armi, in tutta Europa e particolarmente in Italia, anche
molti cattolici... la differenza è che Kesselring ebbe più senso del ridicolo di
quello mostrato da certi personaggi odierni, e non si sognò mai di dire che chi
lottava contro l'occupazione nazista lo faceva in nome dell'oscurantismo
papalino.
La domanda dovrebbe essere: ma perchè la sinistra italiana, e particolarmente il
PRC, non sostiene la lotta delle componenti di sinistra, laiche e marxiste, che
pure esistono e resistono in Iraq e in Palestina? Perchè Rifondazione Comunista
non si impegna almeno per la liberazione del laico Barghuti e del marxista
Saadat? Perchè Rifondazione Comunista non ha fiatato quando il Fronte Popolare
per la Liberazione della Palestina - la seconda organizzazione dell'OLP - è
stato inserito dall'Unione Europea nella lista nera delle organizzazioni
terroristiche? Perchè Rifondazione Comunista ha sistematicamente boicottato le
grandi iniziative a fianco del popolo palestinese? Solo perchè, a differenza di
mio nonno, oggi abbiamo un Bertinotti fra le palle?