LA GUERRA E' QUI
La
guerra è qui, in casa nostra. Se qualcuno si illudeva, anche dopo le stragi di
Madrid, che la guerra di Bush fosse, oltre che permanente, anche unilaterale
(nel senso che a morire in massa fossero solo gli "altri"), ora dovrebbe avere
il buon senso di rendersi conto che si muore a Baghdad come a Londra. Di fronte
a questa realtà, è semplicemente infame ammonire di non coinvolgere Tony Blair
nel giudizio sulle responsabilità del massacro londinese: sarebbe come invitare
a non considerare Bush responsabile delle morti dei soldati e dei contractors
che fanno la guerra in Iraq, e inoltre sappiamo bene quanto, in guerra, siano sempre i
civili a pagare il tributo più alto.
In questa guerra ci siamo anche noi, e continuiamo a correre il rischio di
vedere in qualche città italiana scene simili a quelle di Madrid e di Londra:
che farà allora Bertinotti? Inviterà a non ritenere responsabile Berlusconi, che
ha portato l'Italia ad occupare l'Iraq insieme ai suoi amici Bush e Blair, anzi
George e Tony?
L'abisso morale e politico in cui è precipitato l'omino che doveva rifondare il
comunismo è, tuttavia, solo un dettaglio dello scenario desolante offerto dalla
nostra sedicente opposizione, che sarà molto probabilmente la maggioranza di
domani. I muri di Roma sono tappezzati di manifesti - dei DS e della Margherita
- dove ci si dichiara tutti londinesi e dove campeggia l'Union Jack, lo stesso
vessillo che sventola su quelle prigioni irachene dove i soldati di Sua Maestà
fanno le stesse cose dei loro colleghi di Abu Ghraib; da quando è iniziata
l'occupazione dell'Iraq, a nessun dirigente del centrosinistra è mai venuto in
mente di dire che siamo tutti cittadini di Baghdad o di Falluja, e nelle
manifestazioni chi porta la bandiera irachena viene spesso guardato come se
fosse un marziano, per non dire cosa succede a chi afferma la legittimità della
resistenza irachena e della lotta contro l'occupazione: il meno che gli possa
capitare è che gli oscurino il sito o che venga dileggiato dai nuovi profeti
della nonviolenza senza se e senza ma.
Tanti anni fa, qualcuno si chiedeva che senso avesse dividersi su violenza
e nonviolenza quando la
violenza sta tutta dall'altra parte; dovremmo riproporre oggi, in questo
contesto ben più pregnante, quell'interrogativo, per capire e far capire che non
potrà mai esservi pace fino a quando si pretenderà di imporre ad un qualsiasi
popolo la dominazione colonialista e imperialista. Se veramente volesse la pace,
la nostra sedicente opposizione dovrebbe dichiarare con semplicità e chiarezza
che, una volta al governo, ritirerà immediatamente tutti i militari italiani
presenti in Iraq, esattamente come hanno fatto la Spagna di Zapatero e gli altri
Paesi i cui governi hanno compreso che il prezzo da pagare per un posto nella
Coalizione dei Volenterosi è troppo salato. Invece, si ciancia di primarie, di
unità nazionale contro il terrorismo, di soglia di sbarramento ed altre piccole
miserie.
Ci sarebbe una cosa da fare per costringere la sedicente opposizione a rendersi
credibile: dichiarare, pubblicamente e in tanti, che non voteremo nessuno che
non si impegni a ritirare immediatamente le truppe dall'Iraq ed a fare di questo
impegno la prima questione di fiducia al futuro governo del Paese. Un manifesto
degli elettori contro la guerra, un appello che non lasci margini di ambiguità,
che faccia finalmente irrompere il rifiuto della guerra nella già iniziata
campagna elettorale: in attesa del prossimo massacro, c'è qualcuno - partito,
sindacato, associazione, movimento - che intenda
farsene carico?