LA SCELTA DI MARWAN
C'è una strana
atmosfera attorno all'annunciata candidatura di Marwan Barghouti alle prossime
elezioni presidenziali palestinesi. Per quanto ci è dato sapere, i primi ad
essere irritati dalla candidatura del leader della seconda Intifada, da quasi
tre anni prigioniero degli Israeliani, sono proprio i dirigenti del suo partito,
Al Fatah. I primi, ma non i soli, se è vero che al candidato "ufficiale" di Al
Fatah, Abu Mazen, sembra vada anche il sostegno dei regimi arabi, dell'Unione
Europea e persino quello di Israele e degli Stati Uniti. Eppure, nonostante
questo impressionante schieramento di amici potenti, Abu Mazen teme la
candidatura di un uomo isolato, che dovrà condurre la sua campagna elettorale
dal fondo di una cella e che, a detta degli stessi esponenti di Al Fatah, può
contare soltanto sull'appoggio di sua moglie, della sua famiglia e del suo
avvocato (parole di
Jamil Tarifi, attuale ministro
dell'Autorità nazionale palestinese per gli Affari civili).
Se le cose stanno veramente così, perchè tutto l'establishment palestinese
sembra così preoccupato dalla candidatura di Barghouti?
I primi sondaggi disponibili confermano i timori dei notabili palestinesi:
nonostante la martellante campagna a favore di Abu Mazen, a pochi giorni
dall'annuncio della sua candidatura Barghouti lo ha già raggiunto - e forse
superato - nel consenso degli abitanti dei territori occupati dai sionisti. Se
teniamo conto che alcune delle maggiori organizzazioni della resistenza
palestinese - Hamas, Jihad e FPLP - non parteciperanno alla consultazione e che
gli altri candidati, compreso Mustafa Barghouti, non hanno praticamente alcun
seguito, appare evidente che la candidatura di Marwan Barghouti si sta caricando
per i Palestinesi di una fortissima valenza simbolica, nettamente contrapposta a
ciò che rappresenta il suo avversario Abu Mazen.
Marwan è il simbolo stesso dell'Intifada e della resistenza palestinese; il suo
profilo non ha nulla a che vedere con lo stereotipo dell'estremista sanguinario,
tanto che è stato uno degli artefici degli accordi di Oslo e che non nasconde il
suo sostegno all'idea di "due popoli per due Stati", ma forse è proprio questo
che preoccupa i suoi molti nemici ed i suoi moltissimi falsi amici. Laico ed
alieno da ogni fanatismo, Marwan Barghouti è stato un deciso avversario della
corruzione in seno all'ANP ben prima che ciò divenisse uno strumento degli
Israeliani per delegittimare i propri interlocutori; Marwan è inviso ai notabili
dell'ANP e poco simpatico anche alla "vecchia guardia" arafatiana, in quanto
inflessibile alfiere delle questioni che sono il cuore del conflitto, e cioè lo
status di Gerusalemme e il diritto al ritorno dei profughi. In poche parole,
Marwan Barghouti è un politico realista ma coerente, a differenza dei suoi
avversari, il cui "realismo" è impastato di corruzione, collaborazionismo e
indifferenza verso le sofferenze del proprio popolo; questo dovrebbe bastare a
comprendere perchè sionisti, americani, europei e regimi arabi si trovino uniti
nel preferire Abu Mazen, uno che dell'Intifada parla solo per dirne peste e
corna, che del diritto al ritorno non parla e che non nomina nemmeno
l'occupazione del proprio Paese, riferendosi sempre alla "situazione
israelo-palestinese".
Ecco perchè la candidatura di Marwan Barghouti da fastidio e perchè si è tentato
fino all'ultimo di ingannarlo, prospettandogli la sua liberazione e una profonda
riforma democratica di Al Fatah, in cambio della sua rinuncia a contrapporsi ad
Abu Mazen; quando Barghouti ha compreso che gli impegni dei dirigenti di Al
Fatah non erano che vuote parole, ha fatto la cosa giusta, tentando di
sparigliare le carte di un gioco truccato, in cui il popolo palestinese non
aveva nulla da guadagnare. Ecco perchè anche dalle nostre parti c'è tanta
timidezza nell'affrontare la scelta di Marwan: la sua presenza restituisce alle
"elezioni" palestinesi il senso della realtà, ricordando al mondo che non si
tratta di una normale consultazione, come avviene nei Paesi liberi, ma del
tentativo di un popolo di esprimersi mentre le proprie strade sono invase dai
carri armati di un esercito occupante, mentre i propri bambini vengono fulminati
a fucilate quando vanno a scuola, mentre la propria terra è devastata dai
bulldozer, mentre città e villaggi vengono trasformati in immensi lager dal Muro
dell'Apartheid, mentre migliaia di donne e di uomini marciscono nelle galere
degli invasori. Marwan Barghouti ricorda al mondo tutto questo, e ricorda che ci
sono milioni di Palestinesi costretti all'esilio, in condizioni disumane, che
hanno il diritto di tornare nella propria terra, un diritto che non può essere
negato né da Abu Mazen, né da quella sporca truffa che va sotto il nome di
Iniziativa di Ginevra.
Naturalmente, non sappiamo quali sviluppi avrà la scelta di Marwan, non sappiamo
nemmeno se riuscirà a tenerla fino in fondo, perchè immaginiamo le pressioni cui
è sottoposto nella sua cella e sappiamo con quanta facilità gli Israeliani
potrebbero decidere di liberarsi dell'ultimo vero leader palestinese, dopo la
scomparsa di Abu Ali Mustafa, di Yassin, di Rantissi e dello stesso Arafat, e
mentre i notabili dell'ANP tengono in carcere Ahmed Saadat per conto di
americani e sionisti. Non sappiamo cosa accadrà, ma non possiamo che ammirare la
scelta di Marwan: se fossimo Palestinesi, voteremmo per lui.