MASTROGIACOMO E' LIBERO. IL POPOLO AFGHANO, NO.

Una bella manifestazione, non c'è dubbio. Il fatto che 20 o 30 mila persone scendano in piazza per dire NO alla guerra quando tutto l'arco parlamentare italiano fa a gara per mostrarsi più patriottardo e militarista, quando tutti gli organi di informazione - con rare e perlopiù timide eccezioni - si sperticano nell'elogio dei nostri soldati di pace, quando i maggiori sindacati sono felici di far passare una legge finanziaria che stanzia una quantità incredibile di denaro pubblico per la spesa militare (mentre scuola, sanità e servizi pubblici vengono sforbiciati senza pietà), quando anche la sinistra radicale si mette l'elmetto, insomma, quando ti trovi a vivere in un regime (soft, ma pur sempre regime), una manifestazione come quella di sabato scorso ha l'effetto di un tonico.
Ora, sarebbe simpatico se le forze che l'hanno costruita riuscissero a continuare su quella strada, senza dividersi e senza abboccare all'amo di quei pacifinti sempre pronti a tornare in campo come se nulla fosse stato. Siamo più precisi: non ci sono affatto piaciuti gli sbrodolamenti non tanto verso il Senatore Rossi - che conduce le sue battaglie, a volte condivisibili e a volte no, in solitudine - quanto verso gli esponenti di "Sinistra Critica", tuttora corrente interna al PRC di governo. Troviamo giusta la solidarietà con il senatore Turigliatto, oggetto, insieme a Rossi, di un vero e proprio linciaggio, ma ci sembra doveroso ricordare che i dirigenti di Sinistra Critica condividono da anni tutte le responsabilità del PRC e della sua politica devastante (per i lavoratori, soprattutto), nel governo degli enti locali ed in quello nazionale. Da questo punto di vista, la mini-contestazione spontanea che ha salutato l'intervento dell'On.le Cannavò ci è apparsa doverosa e, per certi versi, sarebbe stato strano se non fosse avvenuta. Essere unitari non significa essere ipocriti, e puntare all'allargamento del fronte contro la guerra non significa non ricordare a tutti ed a ciascuno le proprie responsabilità, se non altro perchè quelle di questi compagni sono troppo vistose e recenti per essere ignorate: basti dire che sono stati fra i più fervidi denigratori delle iniziative di solidarietà con il popolo palestinese, insieme ai vari gennaro migliore, e che non più tardi dello scorso novembre erano fra i promotori della contromanifestazione organizzata a Milano nel tentativo di cancellare quella indetta a Roma dal Forum Palestina.
Detto questo, siamo contenti che anche i compagni di Sinistra Critica sabato scorso siano stati dalla parte giusta, e ci auguriamo che ci restino nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, quando sarà necessario continuare la mobilitazione ed estenderla. Chi, invece, speriamo fervidamente di non trovarci mai più nelle vicinanze, sono le macchiette alla Fosco Giannini, che esprime la sua angoscia nelle assemblee (dove, incomprensibilmente, viene ancora invitato a parlare) e nei suoi interventi sul Manifesto, e poi vota regolarmente le missioni di guerra. Francamente, di questa gente non se ne può proprio più.  
Siamo felici anche per la liberazione del giornalista Mastrogiacomo (avvenuta grazie a Gino Strada, uno di quei pacifisti veri che ai pacifinti non piace) perchè ci fa sempre piacere quando qualcuno viene liberato, così come ci dispiace quando qualcuno viene arrestato (vedi Cesare Battisti). Siamo felici anche perchè non capiamo come un movimento di resistenza possa prendersela con dei giornalisti, quando - per noi, almeno - è ancora vivo il ricordo del ben diverso comportamento dei movimenti di liberazione marxisti, del Vietnam dove a nessun combattente Vietcong sarebbe venuto in mente di sequestrare Peter Arnett o Oriana Fallaci (be', nessuno è perfetto), che anzi venivano costantemente informati di quello che avveniva affinché lo trasmettessero al mondo.
E' bello sapere che Mastrogiacomo sia libero, ma per il popolo afghano non è cambiato granché: sotto occupazione ieri, sotto occupazione oggi. E così gli Iracheni. E così i Palestinesi, che, dopo Stefano Chiarini, perdono un'altra grande figura di combattente per la verità, la giornalista e scrittrice israeliana Tanya Reinhardt, deceduta improvvisamente e inaspettatamente, proprio come Stefano. Perseguitata in patria per il suo coraggio e la sua onestà intellettuale, l'autrice di "Distruggere la Palestina" aveva definitivamente abbandonato il suo Paese dopo l'oscena aggressione al Libano dell'estate scorsa. Una statura morale, quella di Tanya Reinhardt, semplicemente incomprensibile per chi, di fronte alla partecipazione ad una guerra, non abbandona non diciamo il proprio Paese (questo non si può chiedere a nessuno), ma nemmeno il proprio partito guerrafondaio.