NON SI VA DA SHARON
Come era prevedibile, i media - tutti, tranne
il Manifesto - oscurano completamente le iniziative di protesta verso gli
annunciati pellegrinaggi dal boia Sharon da parte dei leader dell'Unione (Prodi,
Fassino e il sindaco di Roma, Veltroni); contemporaneamente, viene invece dato
il massimo risalto all'ennesima campagna sul presunto antisemitismo che alberga
in alcuni settori della società e che si manifesta nelle contestazioni verso
esponenti israeliani, avvenute in alcune città, perlopiù ad opera di studenti
universitari. Vorremmo far notare, a titolo di esempio, che l'ambasciatore
israeliano in Italia, Ehud Gol, è uno che ha definito i pacifisti italiani
"nemici di Sion" (mentre il sindaco Veltroni sarebbe, sempre secondo Gol, un
"giusto di Sodoma"), per non parlare di quel che dicono e scrivono gli altri
"autorevoli" esponenti ebraici che, in questi giorni, si sono scatenati dalle
pagine del Corriere della Sera, della Stampa, del Foglio e di altri giornali che
gli hanno riservato molto spazio. Si va da quella Deborah Fait che, dal sito
sharonista
www.informazionecorretta.com, definisce i pacifisti italiani "nazicomunisti"
a Giorgio Israel, che sul medesimo sito esprime considerazioni analoghe, sia
pure con un linguaggio meno insultante e provocatorio, passando per la solita
Fiamma Nirenstein, la colona dai capelli rossi.
Gol, Israel, Fait, Nirenstein e tutta la scuderia sionista trovano ampio spazio
nella nostra informazione, mentre le voci critiche verso Israele e l'occupazione
dei Territori palestinesi vengono silenziate e le manifestazioni di solidarietà
con il popolo palestinese completamente oscurate. Siamo arrivati al punto che il
TG1 del 10 maggio ha mandato in onda l'intervista a Piero Fassino in Piazza SS.
Apostoli senza spendere una parola per spiegare ai telespettatori il significato
degli slogan che si sentivano in sottofondo e con i cameraman che facevano i
salti mortali per non inquadrare la manifestazione che si stava svolgendo nella
stessa piazza.
Questo squilibrio informativo sulla questione palestinese per noi non è certo
una novità, ma è evidente l'intensificazione dello sforzo propagandistico delle
lobby sioniste nel nostro Paese, che poi sono le stesse che sostengono le tesi
della "guerra preventiva" e della "esportazione della democrazia" a suon di
bombardamenti e genocidi. Una recrudescenza analoga avvenne dopo le grandi
manifestazioni del marzo - aprile del 2002, nel momento di massima espressione
di massa della solidarietà con il popolo palestinese, vittima della nuova
aggressione della soldataglia di Sharon e Peres; anche allora, venne agitato lo
spettro del "rischio antisemitismo" tanto da destra, quanto da sinistra, ed ai
più avvertiti non sfuggì il senso dell'intervento di Fausto Bertinotti che,
dalla tribuna congressuale del suo partito, lanciò il triplice grido "Siamo
tutti Ebrei!", mentre ad essere massacrati dalle bombe e dai cingoli dei tank
erano i Palestinesi di Jenin, di Nablus, di Tulkarem, di Betlemme, di Ramallah e
ad essere assediato nei propri uffici era il Presidente palestinese Yasser
Arafat. Quel triplice grido, all'apparenza incongruente, indicava
la direzione di marcia che avrebbe portato definitivamente il Partito della
Rifondazione Comunista nel campo della "sinistra" moderata, cioè subalterna a
Washington ed ai poteri forti; poco più di un anno dopo, infatti, il PRC si
dissociò clamorosamente dalla manifestazione nazionale contro il Muro
dell'Apartheid, compiendo un altro passo sulla strada dell'omologazione -
interna ed internazionale - al centrosinistra, compiuta successivamente con la
rottura con ogni dimensione di movimento e la teorizzazione (in termini che più
strumentali non si può) della nonviolenza.
In sintesi, quindi, NON SI VA DA SHARON significa far sentire la voce di quel
popolo di sinistra che viene evocato solo nell'imminenza delle elezioni e
ricattato con la solfa zitti-e-buoni-se-no-vince-Berlusconi. NON SI VA DA SHARON
significa mettere da subito i piedi nel piatto della politica estera del futuro
governo di centrosinistra più l'ex Partito della Rifondazione Comunista
e rivendicare concretamente l'autonomia del
movimento contro la guerra dai partiti, quegli stessi partiti che, anziché
pretendere il ritiro delle "nostre" truppe di occupazione dall'Iraq, fanno a
gara nel mostrarsi affidabili per Washington e Tel Aviv, dalle quali attendono
il lasciapassare per governare l'Italia. NON SI VA DA SHARON è dunque l'esatto
contrario di una rivendicazione secondaria per il movimento: è la cartina di
tornasole della sua autonomia e della sua indipendenza dalle segreterie dei
partiti, l'affermazione della necessità di una politica diversa non solo nel
nome da quella di Berlusconi, Bossi e Fini. E' contro questa autonomia che si
sono nuovamente scatenati i likudniks nostrani, quelli di destra e quelli di
"sinistra".
Nonostante la censura e la selvaggia propaganda likudnik, NON SI VA DA SHARON è
un messaggio che dovrebbe far riflettere Prodi, Fassino, Veltroni e tutti quelli
che gli vanno dietro. Il ricatto del silenzio se-no-vince-Berlusconi comincia a
non funzionare più.
SVILUPPI INTERESSANTI
Dobbiamo
ammettere di esserci sbagliati, almeno in parte, e siamo felicissimi che questo
sia avvenuto. Oltre al Manifesto, infatti, la protesta contro i pellegrinaggi da
Sharon è stata comunicata da la Repubblica e, oggi 12 maggio, sul quotidiano
della Margherita
(Europa) appare un velenosissimo attacco contro Oliviero Diliberto, segretario
del PdCI, colpevole di aver solidarizzato con i manifestanti di Piazza SS.
Apostoli. L'obiettivo dell'attacco è evidente: intimidire Diliberto, imponendo
una politica estera dell'Unione sostanzialmente identica a quella del
centrodestra e spazzando via ogni velleità di cambiamento. Naturalmente, ci
auguriamo che Diliberto non si lasci intimidire e che il rozzo attacco dei
rutelliani provochi, semmai, reazioni di rigetto anche in altri settori
dell'Unione; da questo punto di vista, il silenzio di Rifondazione Comunista
appare più che altro l'ennesimo atto di servilismo. per quanto ci riguarda,
questa volta solidarizziamo con Diliberto senza se e senza ma, ed invitiamo
tutti a farlo, collegandosi al sito del PdCI (www.comunisti-italiani.it)
ed esprimendo il proprio pensiero nell'apposita rubrica "Contatti". Di seguito,
il testo dell'articolo di Europa e l'intervento di Fassino pubblicato da
Repubblica, probabilmente come "risposta" alla contestazione subita.
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La linea
dell'Unione su Israele (Europa, 12.5.2005)
Gli attivisti che l’altro ieri a Roma hanno contestato
Piero Fassino (ma non solo lui) solo perché in un imminente
viaggio in Israele prevede anche di dialogare con Sharon,
sono della stessa risma dei giovanotti che a Torino e in
altre università italiane impediscono con ogni mezzo a
docenti o invitati di esporre le ragioni di Tel Aviv nel
conflitto con i palestinesi.
A costoro – ai fischiatori di piazza Santi Apostoli, e
indirettamente ai loro compagni dei collettivi universitari
– martedì ha platealmente offerto la propria solidarietà
l’onorevole Diliberto, segretario dei Comunisti italiani
nonché uno dei leader che siede al tavolo dell’Unione, e che
con gli altri contribuirà a stendere il programma, e un
domani auspicabilmente a governare l’Italia.
Secondo noi questo fatto non va bene.
La solidarietà di Diliberto a questi “amici” dei
palestinesi, che neanche concepiscono il dialogo e certo non
fanno l’interesse dei palestinesi, non è sorprendente. È da
tempo che il segretario del mini-Pci s’è ritagliato un ruolo
tutto suo, una nicchia politica dalla quale parte per
salutare gli hezbollah libanesi o per coprire Castro sempre
e comunque.
Non è (solo) entusiasmo tardogiovanile, è la copertura di
uno spazio certo piccolo e minoritario, ma vitale per i
Comunisti italiani. Essendo ormai scaduta da tempo la
rendita acquisita col tentativo di salvataggio del governo
Prodi finito in scissione (anno 1998), a dare senso al Pdci
rimangono solo l’estremismo internazionalista e quella falce
e martello sul simbolo, che durerà almeno fino a quando
Bertinotti non si deciderà a togliere la sua: un minuto in
più di Rifondazione, per passare alla storia come gli ultimi
comunisti nella terra del grande Pci.
Niente di male, affari loro.
Quando però questo marketing elettorale marginale si mischia
alle cose serie, il cortocircuito può fare danni. E sul tema
cruciale della collocazione internazionale e del
perseguimento del dialogo tra israeliani (quelli che ci
sono, non quelli che piacerebbero a noi) e palestinesi
(idem), l’Unione non può permettersi variazioni sul tema.
Senza chiedere abiure a nessuno, torniamo a maggior ragione
oggi su quello che abbiamo sostenuto due giorni fa: ci
vogliono parole chiare dalla sinistra e dal centrosinistra
sul tema “diritto all’esistenza dello stato di Israele”.
Qualsiasi missione di dialogo di leader ulivisti in Medio
Oriente è un’ottima iniziativa, ma sarà bene essere molto
espliciti negli scritti e negli atti. Sceglierà poi
Diliberto se questa linea sarà accettabile per lui o se
vorrà tornare alla sua amata università.
Magari per dare una mano ai boicottaggi contro Israele.
«Gli
ebrei e le ragioni del dialogo» (la Repubblica, 12.5.2005)
Caro direttore,
negli stadi si ascoltano cori che scandiscono slogan antiebraici
e antisemiti, come avvenuto l´altro giorno in occasione della
partita tra Acilia e la squadra del Maccabi, da parte di gruppi
di destra che esibivano croci uncinate e invocavano "i forni".
Mesi fa un gruppo dei collettivi autonomi ha impedito
all´ambasciatore di Israele di parlare in un´aula
dell´Università di Firenze. Qualche settimana fa a Torino lo
stesso è accaduto al vice ambasciatore che è potuto intervenire
solo perché protetto dalla polizia e qualche giorno dopo la
docente che aveva organizzato l´incontro ha subito pesanti
intimidazioni. Periodicamente vi è chi propone di boicottare le
relazioni con università israeliane. Brutti, bruttissimi
segnali.
E´ fin troppo naturale – nel 60° anniversario della liberazione
dal fascismo, dal nazismo e da quella guerra che conobbe
l´enorme orrore della shoah – chiedersi come sia possibile che
tornino parole e atti lugubri che hanno causato tanti lutti,
sofferenze e atrocità.
"Il ventre immondo è sempre fecondo" scrisse all´indomani della
seconda guerra mondiale Bertold Brecht. Credo che tutti dobbiamo
sentire il dovere di non accettare in nessun luogo e in nessun
momento il riemergere di manifestazioni di antisemitismo e
antiebraismo. E bene ha fatto il sindaco di Roma a promuovere
iniziative di reazione all´aggressione subita dal Maccabi.
E´ un antisemitismo che oggi, in particolare, si alimenta della
delegittimazione morale dello Stato d´Israele e nella negazione
agli ebrei del diritto ad affermare la loro identità di nazione.
E, dunque, per combattere quelle forme di antisemitismo diventa
essenziale guardare a Israele e al conflitto israelo-palestinese
con animo libero da manicheismi e pregiudizi. In Medio Oriente
non sono in conflitto un torto (Israele) e una ragione (i
palestinesi). In quella terra martoriata sono in conflitto "due
ragioni": il diritto sacrosanto di Israele a vivere nelle
certezza del suo futuro e senza paura dei suoi vicini; il
diritto, altrettanto sacrosanto, dei palestinesi ad avere una
patria e uno Stato indipendente. Solo riconoscendo la piena
legittimità di questa doppia aspirazione si avrà pace in Medio
Oriente.
È la storia a dircelo. C´è stata una lunga fase – tra il ´48 e
il ´91 – nella quale sia ebrei, sia palestinesi hanno pensato
che ciascuno avrebbe potuto affermare il proprio diritto solo
negando il diritto dell´altro. Il risultato sono state cinque
guerre, una intifada e una sequenza inarrestabile di sofferenze
e lutti. La possibilità di dare a quei popoli pace si ebbe solo
quando – soprattutto tra il ´91 e ´95 – si affermò in ciascuno
dei due protagonisti la convinzione che il proprio diritto si
sarebbe meglio affermato non contro, ma insieme al diritto
dell´altro. E difatti quelli che furono gli anni della
Conferenza di Madrid, dei colloqui di Oslo e dell´intesa di
Washington tra Arafat e Rabin.
L´assassinio di Rabin prima e poi il fallimento del generoso
tentativo di mediazione di Clinton a Camp David hanno richiuso
quella speranza. Ed è tornata prepotente in entrambi i campi la
tentazione di far prevalere le proprie ragioni negando quelle
dell´altro, come si è visto in questi anni scanditi da
terrorismo, occupazioni militari, rappresaglie e conflitti
acutissimi.
Oggi una nuova finestra di opportunità si apre. La elezione di
Abu Mazen e la formazione del governo Sharon-Peres costituiscono
una formidabile – forse l´ultima – occasione per costruire
quella pace per decenni invocata e inseguita. Serve che ebrei e
palestinesi tornino a parlarsi, a riconoscersi, a condividere le
soluzioni del loro destino. E serve che chi vuole sostenere la
pace non solo non compia nessun atto che la ostacoli, ma neanche
accetti comportamenti – come quelli da cui ho tratto spunto per
questo articolo – che alimentino intolleranza e nuovi conflitti.
Tra qualche settimana l´Internazionale Socialista riunirà tutti
i suoi leader a Tel Aviv e a Ramallah, per rendere evidente il
sostegno alle ragioni del dialogo e di una pace fondata sul
reciproco riconoscimento. E´ un atto concreto. Tanti altri se ne
possono fare. Far vincere la tolleranza, il dialogo, i diritti
di ciascuno è anche una nostra responsabilità. |
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