NUNZIO D'ERME, SINDACO DE ROMA

La scelta della segreteria del PRC di impedire l'ingresso al Parlamento Europeo del Disobbediente Nunzio D'Erme non ci ha sorpreso. Da alcuni mesi, su tutte le pagine principali di Arcipelago scorre il testo della dichiarazione rilasciata da Giuseppe Caldarola, diessino dalemiano, che certifica l'avvenuta redenzione di Fausto Bertinotti e la sua affidabilità come partner del futuro governo di centro (molto) - sinistra (quasi niente).
Da ottobre 2003 ad oggi, sono stati molti gli episodi significativi della volontà di cooptare il PRC nel futuro governo, volontà condivisa entusiasticamente dal segretario del PRC medesimo, che si è di volta in volta autoproposto come Ministro del Lavoro, del Welfare e, infine, degli Esteri. Fra gli episodi più eclatanti, ricordiamo le durissime prese di posizione di Rutelli, Fassino e D'Alema contro i "violenti" nelle manifestazioni pacifiste, prontamente accolte da un Bertinotti approdato all'ideologia della nonviolenza gandhiana, con tanto di dissociazioni clamorose proprio rispetto ad alcune iniziative - peraltro affatto violente - dei Disobbedienti: pensiamo al letame scaricato davanti la residenza romana di Berlusconi o alla conferenza stampa tenuta alla Provincia di Roma da due Disobbedienti che indossavano cappucci simili a quelli degli iracheni torturati dalle truppe di occupazione, cappucci trasformati dai media di destra e dallo stesso Bertinotti in improbabili passsamontagna anni 70.
Per accedere al governo prossimo venturo, Bertinotti è disposto a pagare qualunque prezzo: lo diciamo da mesi, se non da anni, e le conferme arrivano una dopo l'altra. Dagli accordi a tutto spiano negli enti locali all'inazione contro il referendum costituzionale del settembre 2001, fino alla dichiarazione di morte del "comunismo novecentesco", la marcia di Bertinotti e dei suoi verso le poltrone di Palazzo Chigi non ha conosciuto soste, nemmeno quando quasi tutte le forze del centrosinistra si sono impegnate attivamente nel boicottaggio del referendum per l'estensione dell'art. 18. Il rapporto privilegiato, definito addirittura strategico, del PRC con il movimento, si è rivelato in tutta la sua strumentalità ben prima dell'esclusione di Nunzio D'Erme dal Parlamento europeo: basti qui ricordare il vergognoso comportamento del PRC e di Bertinotti nei confronti delle iniziative di solidarietà con il popolo palestinese, fino a bollarle come "antisemite" e ammiccanti al "terrorismo", come avvenuto platealmente lo scorso novembre, in occasione della manifestazione nazionale contro il Muro dell'Apartheid.
Ora che si avvicina - o almeno così sembra - il momento della caduta del governo Berlusconi, Bertinotti paga un'altra cambiale a Rutelli, Fassino e D'Alema, tagliando i ponti con un settore di movimento che fino a ieri era stato portato in palmo di mano ma che oggi, evidentemente, costituisce un'ingombrante zavorra per la costruzione della necessaria armonia con il centro moderato e sedicente riformista... obiettivamente, è impossibile concepire un'alleanza di governo che vada da Mastella ai Disobbedienti, passando per Boselli, Rutelli e D'Alema.
Quindi, pollice verso per Nunzio D'Erme, pur sapendo - nonostante le pietose e ipocrite doglianze di Patrizia Sentinelli - che questo avrebbe comportato la rottura con i Disobbedienti (che lo avevano detto e ribadito più volte) e una lacerazione nel rapporto con le decine di migliaia di elettori che hanno premiato il PRC per le sue scelte "strategiche", immediatamente sacrificate sull'altare dell'accordo di governo.
Diventa interessante, a questo punto, capire come reagiranno gli elettori di cui sopra e quei militanti e dirigenti del PRC che hanno tentato di opporsi alla deriva governista di Bertinotti. Per quanto riguarda l'elettorato, è presto per avanzare ipotesi (anche se i segnali di delusione e rabbia sono già numerosi), mentre la situazione nel PRC appare già piuttosto chiara: emerge l'inconsistenza e la doppiezza dell'area de L'Ernesto, insignificante nelle urne e terrorizzata dall'idea di perdere gli spazi di sottopotere acquisiti; si delinea anche l'incapacità dell'opposizione di sinistra - rappresentata da Ferrando - di porsi come alternativa credibile allo sfascio bertinottiano, perchè imprigionata in schemi ideologici arcaici e settari; è in difficoltà, infine, anche il movimento degli autoconvocati, che non appare ancora in grado di mobilitare le residue energie di un partito divenuto proprietà privata del segretario e dei suoi accoliti.  
E' facile prevedere che l'opera di normalizzazione del partito procederà come un rullo compressore: azzittiti e cooptati gli "ernestini", soddisfatto del suo angolino Ferrando, ancora troppo deboli gli autoconvocati, il prossimo obiettivo di Bertinotti sarà l'eliminazione dei critici più conseguenti, e c'è da giurare che il primo a farne le spese sarà Fulvio Grimaldi, già licenziato da Liberazione e sotto processo per aver manifestato la sua opposizione al progetto della cosiddetta "Sinistra Europea" che - sia detto per inciso - non ha affascinato neanche un po' gli elettori europei, visto come sono andati i partiti che le hanno dato vita (si fa per dire), registrando sconfitte in Francia come in Spagna, in Germania come in Grecia, dove invece è andato benissimo il KKE, fiero avversario di quel progetto.
La sola difficoltà incontrata dal reuccio di Viale del Policlinico, dunque, sembra essere proprio quella rappresentata da Nunzio D'Erme e da quello che - magari, suo malgrado - si è trovato a simboleggiare. L'esclusione di D'Erme e il modo in cui è stata attuata (il solito miscuglio bertinottiano di arroganza e burocratismo) stanno provocando non solo delusione e rabbia, ma anche la consapevolezza che il PRC ha voluto chiudere una fase di rapporto con i movimenti e che si manifesta la necessità di sperimentare e trovare altre strade; questa consapevolezza si può già leggere nei primi ragionamenti degli stessi Disobbedienti, di settori importanti del sindacalismo di base, persino di esponenti di Rifondazione Comunista. La fine dell'abbraccio vischioso con Bertinotti può essere l'inizio di un nuovo percorso. Forse.
Un'ultima considerazione: Nunzio D'Erme ha ovviamente lasciato il gruppo del PRC al Comune di Roma, e ha fatto bene. A nostro parere, invece, D'Erme farebbe malissimo a dare corso alla volontà di abbandonare anche il ruolo di Consigliere comunale, restituendo la poltrona al PRC; farebbe malissimo perchè oggi quel ruolo non è una poltrona, ma una postazione da cui far valere le battaglie di migliaia di lavoratori precari, di occupanti di case, di giovani e di donne, e regalare anche quella postazione ad un partito che si appresta a collaborare al soffocamento di quelle istanze sarebbe un errore. La cosa giusta - e lo diciamo noi, che con i Disobbedienti abbiamo avuto molti motivi di dissenso - è che Nunzio D'Erme continui a fare con coraggio il "sindaco de Roma" come prima e più di prima, al servizio non di un partito che non lo merita ma di decine di migliaia di proletari... scusaci, Bertinotti, ma noi li chiamiamo ancora così.