NUOVISTI E IMBALSAMATORI
Al punto in
cui è giunto il dibattito che ha seguito la catastrofe elettorale della Sinistra
Arcobaleno, sembra possibile trarre alcune prime conclusioni, utili – si spera -
per un avanzamento del dibattito stesso e del processo costituente di una nuova
forza politica comunista nel nostro Paese.
Allo stato attuale, possiamo schematicamente distinguere tre grandi (si fa per
dire) orientamenti: il primo è quello che rilancia l’approccio nuovista
del progetto Arcobaleno, in perfetta continuità con il percorso bertinottiano,
concretizzato nella mozione congressuale di Nichi Vendola; il secondo è quello
condotto da alcuni dirigenti del PRC – fra cui Ferrero, Grassi e Mantovani – che
si propone di ripartire dall’esperienza dello stesso PRC, allontanando la
prospettiva di una liquefazione del partito all’interno di un indefinito
contenitore “arcobaleno” e riscoprendo la necessità di essere parte del
conflitto sociale; il terzo, infine, è quello che definisco identitario,
attraverso l’esaltazione della simbologia e del linguaggio tradizionalmente
propri dei comunisti, ed accomuna attuali dirigenti del PdCI, a partire dal
segretario di quel partito, e del PRC, segnatamente l’area della terza mozione
congressuale di Giannini e Pegolo.
Per completezza, si dovrebbero prendere in considerazione altri fattori – quali
le differenziazioni interne ai maggiori orientamenti – ed altri attori, quali le
formazioni derivate dalle mini-scissioni del PRC del gruppo di Ferrando e di
quello di Sinistra Critica, reduci da performances elettorali che dovrebbero
aver dimostrato che non basta piazzare su una scheda un simbolo con la falce ed
il martello per assurgere catarticamente al rango di forza politica credibile.
Tuttavia, pur con le dovute differenze, sembra che i due gruppi siano accomunati
dalla pervicace volontà di continuare ad autorappresentarsi, paranoicamente il
PCL, più dialetticamente Sinistra Critica, ma entrambi sostanzialmente
autocentrati ed autoreferenziali.
In questo scenario, il tentativo di mettere in campo un percorso costituente
comunista all’altezza del XXI secolo deve misurarsi con la necessità di fare
chiarezza su molte questioni, difficilmente gerarchizzabili in un ordine di
priorità. Fra le questioni in campo, vi è l’esigenza di avere come punti di
riferimento la composizione tecnica e politica della classe oggi, la realtà dei
rapporti di forza fra Capitale e Lavoro, i movimenti imperialistici e le
resistenze su scala regionale e internazionale, nonché l’inevitabilità assoluta
di una chiara ed inequivocabile discontinuità, strategica e politica, con le
scelte effettuate perlomeno negli ultimi dieci anni, all’origine della
catastrofe elettorale, che – è bene tenerlo sempre presente – non è altro che la
naturale conseguenza di quelle scelte.
Allora, in Italia c’è un elemento che salta subito agli occhi anche
dell’osservatore più superficiale: la perdurante subordinazione, tanto dei
nuovisti che degli identitari, alle compatibilità imposte dal comando
capitalistico e fatte proprie dal Partito Democratico, nell’ottica di una
definitiva trasformazione del Paese in una democrazia blindata, impermeabile al
conflitto ed ai movimenti. Infatti, pur insultandosi reciprocamente un giorno sì
e l’altro pure, sia i nuovisti che gli identitari si guardano bene
dal mettere al centro della propria iniziativa l’ineluttabilità di una rottura
definitiva con il PD e la necessità di ricostruire un movimento ed una forza
politica di classe, radicalmente alternativa al PD medesimo ed a tutto quello
che vuole rappresentare. Più esplicito Vendola, più obliqui gli altri, ma la
sostanza non cambia, e desta particolare ribrezzo chi, come i vertici del PdCI,
pretende di continuare a sbandierare i simboli del movimento comunista, ed al
tempo stesso di farsene scudo per ribadire la propria complicità con Veltroni, o
D’Alema, o chiunque altro possa garantire almeno la speranza di un qualche
sottopotere.
Non si tratta di giacobinismo o, peggio, di spoil system all’amatriciana: il
fatto che i responsabili di politiche catastrofiche per milioni di lavoratori
italiani e di politiche di morte per i popoli dei Balcani e del Vicino Oriente,
facciano un passo indietro e liberino la scena politica dal loro ossessivo
protagonismo, è un atto di igiene politica, addirittura preliminare e
propedeutico alla ricostruzione di un rapporto di fiducia fra la sinistra
alternativa ed anticapitalista e quelle masse che ne hanno condannato senza
appello, con il voto e soprattutto il non voto, i fallimenti e i madornali
errori di valutazione. Errori che – anche questo è bene tenerlo sempre presente
– paghiamo tutti noi, socialmente e politicamente, come lavoratori, giovani,
donne, pensionati, e come compagne e compagni non compromessi con quelle scelte
scellerate, eppure a perenne rischio di identificazione con i loro non meno
scellerati autori e complici “di sinistra”.
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Lo scenario
che si va prefigurando a sinistra del PD si articola, dunque, su tre assi
principali, che però potrebbero verosimilmente ridursi a due.
Il primo asse è quello rappresentato da quelli che intendono proseguire sulla
strada bertinottiana della Sinistra Arcobaleno, dando vita a quella che potremmo
definire una sinistra light, o meglio, una sinistra trendy, con
poca o nulla caratterizzazione di classe e grande enfasi su altri temi, quali i
diritti civili delle minoranze, più simile a quello che fu il Partito Radicale
degli anni 70 che ad un partito comunista. Aldilà delle schermaglie attuali, è
assai probabile che questa tendenza - oggi personificata dal Presidente della
Regione Puglia, e politico navigatissimo, Nichi Vendola – finisca per assorbire,
dopo il prossimo congresso del PRC, anche quella capitanata dall’ex Ministro del
governo Prodi, Paolo Ferrero, anche lui politico governista di lungo corso,
sostenitore delle evoluzioni bertinottiane da più di un decennio. Naturalmente,
si tratta di un’ipotesi, ma tutt’altro che campata in aria, vista la continua
reiterazione di dichiarazioni a favore di una “gestione unitaria” del partito
che uscirà dal congresso di Chianciano. In questo caso, le prime due direttrici
lungo le quali si articola oggi il dibattito nella sinistra ex parlamentare si
ridurrebbero ad una, con qualche dialettica interna.
Il terzo asse (o, più probabilmente, il secondo) si va definendo come l’adesione
di alcuni dirigenti del PRC al PdCI di Diliberto, nella riproposizione di un
modello identitario che, in realtà, ha svolto e continuerà a svolgere nella
politica della sinistra italiana lo stesso ruolo che ha svolto per decenni la
mummia di Lenin nella politica sovietica, cioè quello dell’icona ideologica
all’ombra della quale si realizzano scelte politiche concrete che con quella
simbologia nulla hanno a che spartire. Questa tendenza si risolverebbe
nuovamente nell’imbalsamazione simbolica ed ideologica (bandiere rosse, pugni
chiusi e retorica antimperialista) mentre viene attuata una politica
collaborazionista e complice dell’imperialismo, come abbiamo già avuto tutti
modo di vedere in più occasioni dal 1998 ad oggi.
Il punto è che entrambe queste tendenze, quella trendy e quella imbalsamata,
convergono nella subordinazione strategica e politica verso il Partito
Democratico, naturalmente in nome della necessità di battere le destre, mettendo
in campo politiche sostanzialmente analoghe a quelle di destra. Di fronte a
questa evidente realtà, i prossimi congressi di PRC e PdCI perdono ogni
interesse per chi crede sia necessario produrre un’alternativa radicale, di
classe e di sistema, perché il solo sicuro vincitore di entrambi i congressi
sarà il PD, magari nella visione di D’Alema piuttosto che in quella di Veltroni.
Quanto questa prospettiva possa risultare attraente per quei lavoratori e quei
giovani che in milioni le hanno già voltato le spalle, è tutto da vedere, ma
abbiamo qualche dubbio che le fotocopie sbiadite possano suscitare più
entusiasmi degli originali, anche sul piano del consenso elettorale, che è poi
la principale ragion d’essere tanto degli apparati trendy che di quelli
imbalsamati.
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La proposta
della costituente comunista è, ovviamente, altra cosa da quello che intendono
gli imbalsamatori. E’ una proposta che ha l’ambizione di misurarsi con la
costruzione del comunismo del XXI secolo, senza voli pindarici e senza
nascondere le difficoltà dell’impresa. E’ una proposta rivolta a tutti quelli
che non si arrendono al capitalismo come unico mondo possibile e che, d’altro
canto, non intendono rimanere prigionieri di incrostazioni ideologiche e di una
visione del mondo e dei rapporti sociali parametrata sulle esperienze del
passato; di qui la centralità della discussione su un bilancio del movimento
comunista novecentesco, delle sue realizzazioni e dei suoi fallimenti, perché
una proposta comunista per il XXI secolo non può rivestire alcuna credibilità se
non è in grado di assumere, riconoscendoli come tali, anche i limiti, gli errori
e le distorsioni che hanno segnato la nostra stessa storia.
L’iniziativa politica concreta finalizzata alla costituente comunista dovrebbe,
quindi, svilupparsi attorno a quattro elementi principali:
L’autonomia politica della proposta, che non significa autismo e/o autoreferenzialità, ma consapevolezza della propria specificità e rifiuto di ogni subordinazione, sia di tipo politico che culturale. La discriminante dell’opposizione tanto al centrodestra, quanto al centrosinistra, è il primo cardine della proposta stessa e l’indispensabile elemento di chiarezza a partire dal quale si apre il confronto a tutto campo, con tutti i compagni e le compagne intenzionati a misurarsi su questo terreno.
L’autonomia organizzativa, cioè la strutturazione in movimento politico organizzato, perché non è nemmeno pensabile un’autonomia politica e culturale che non abbia un riscontro materiale sul piano dell’organizzazione.
La democrazia attiva e partecipata come criterio fondante dell’organizzazione, attraverso il principio del diritto/dovere di ogni singolo militante di essere protagonista del processo di formazione delle decisioni, costruendo un modello di organizzazione che prefiguri il tipo di società che immaginiamo. Una società, e dunque un’organizzazione, basata sulla consapevolezza che il libero sviluppo di ciascuno è condizione per il libero sviluppo di tutti.
L’articolazione di campagne politiche di fase, non meramente tattiche, sugli elementi centrali dello scontro di classe e dell’avanzamento della soglia dei diritti universali oggi, qui ed ora: per una nuova scala mobile, universale e direttamente proporzionata all’andamento del costo reale della vita; per il salario minimo garantito, lavoro o non lavoro; per l’estensione a tutti e tutte dei diritti sociali e di cittadinanza, dai migranti alle coppie di fatto; per la tutela della salute e dell’ambiente, contro la riproposizione dello “Stato atomico” e per una politica della gestione differenziata e del riciclaggio, frontalmente contrapposta alla trasformazione dei rifiuti in nuovi veleni; per l’affermazione di una cultura antiproibizionista, la liberalizzazione delle non-droghe e la legalizzazione delle sostanze stupefacenti, per sottrarle al mercato criminale gestito dai poteri forti interni ed internazionali; per la democrazia reale, la rappresentanza proporzionale, la diffusione orizzontale della decisionalità, dunque per l’affermazione dell’antifascismo non come sarcofago dell’ipocrisia liberalborghese, ma come elemento costitutivo della società; per la restituzione della religiosità alla sfera individuale, senza oneri per la collettività; per il ritiro di tutti i militari impegnati in missioni di occupazione e per un nuovo internazionalismo rivoluzionario, basato sul sostegno a tutti i movimenti di resistenza all’imperialismo, al colonialismo ed al sionismo e sulla relazione fraterna con quei partiti e quei movimenti che, dentro le lotte antimperialiste, pongono la necessità della liberazione sociale oltre a quella della liberazione antimperialista.
E’ poco, è troppo? E’ il minimo per cui, oggi, valga la pena di vivere e di combattere.