OSTAGGI
Quanti sono gli ostaggi della guerra? Venti,
trenta, cento? La stima più corretta è quella che parla di sei miliardi di
ostaggi, vale a dire l'intera popolazione del pianeta.
Siamo tutti ostaggio della guerra preventiva e permanente di George W. Bush e
Ariel Sharon e dei loro scagnozzi al governo in Italia, Gran Bretagna, Giappone,
ecc. Questa cricca di gangster su scala industriale tiene in pugno le nostre
sorti, molto più di quanto avvenga con le imprese artigianali dei sequestratori
iracheni.
Noi italiani siamo doppiamente ostaggi e condividiamo questo non invidiabile
status con i cittadini statunitensi ed israeliani. Ci spieghiamo: mentre altri
popoli (vedi la Spagna) hanno la fortuna di poter contrapporre un'opposizione
chiara ai sostenitori della guerra, in Italia, USA e Israele non è affatto
chiaro chi voglia la guerra e chi no.
Cominciamo dagli USA: a poche settimane dalla sfida decisiva con Bush, il
candidato democratico Kerry (collega di setta dello stesso Bush ai tempi
dell'Università) si guarda bene dal dire che, in caso di vittoria, metterebbe la
parola "fine" alla sciagurata avventura irachena ed al sostegno incondizionato
ai macellai di Tel Aviv. Quanto a questi ultimi, la differenza fra loro e gli
"avversari" laburisti è talmente impercettibile che la maggior parte delle
distruzioni e dei massacri contro i Palestinesi li hanno commessi in condominio,
in quel governo di unità nazionale in cui il compito della colomba Peres era
quello di rappresentare all'estero la faccia presentabile del falco Sharon; non
risulta siano intervenuti sostanziali cambiamenti, il Muro dell'Apartheid va
bene a likudniks e laburisti e, prossimamente, potremmo assistere alla rentrèe
al governo di Peres, la puttana nazionale, come lo chiamano giustamente Uri
Avnery e i pacifisti israeliani.
Veniamo a noi: alla sfortuna di essere governati dal più abietto e servile dei
lustrascarpe di Bush, si accompagna la sventura di un'opposizione la cui
principale preoccupazione è quella di non apparire antiamericana o, peggio,
antisionista, un'opposizione che ha votato una mozione per il ritiro delle
truppe dall'Iraq e se ne è rammaricata cinque minuti dopo, ricominciando a
cantilenare la solita litania della necessità dell'avallo dell'ONU. Qualora vi
fosse un'ulteriore legittimazione dell'ONU all'occupazione dell'Iraq - dicono i
nostri oppositori - le nostre truppe continuerebbero a fare la loro parte. A
questa coraggiosa ed intelligente linea di condotta è pronto ad adeguarsi anche
Fausto Bertinotti, il cantore del "movimento" e della "sinistra alternativa" che
sbava per ottenere un paio di ossicini, cioè di ministeri, nel futuro governo
Prodi.
Posto che, da questo punto di vista, anche gli Inglesi non se la passano tanto
bene, stretti come sono fra Blair il bugiardo e gli eredi della Thatcher, non
rimane che chiedersi come sia possibile liberarsi dall'insostenibile condizione
di ostaggi sia del governo che della falsa opposizione.
L'assenza di differenze sostanziali fra governo e opposizione non può e non deve
trasformarsi in un alibi per lasciare che le cose continuino ad andare per il
loro verso. Negli ultimi due anni, sono state centinaia di milioni le persone
che hanno preso parte alle manifestazioni contro la guerra in tutto il mondo, e
la loro protesta ha rafforzato gli avversari della guerra e indebolito i suoi
sostenitori. Anche in Italia il movimento è riuscito ad esprimere livelli
altissimi di mobilitazione, scontando però l'assenza di una strumentazione
politica ed organizzativa che desse continuità di iniziativa fra una grande
manifestazione e l'altra.
Con fatica e difficoltà, alcune indicazioni sono comunque emerse, e vale la pena
di riprenderle, ora che si avvicinano momenti decisivi: la prima è senza dubbio
quella del boicottaggio dell'economia di guerra, sia statunitense che
israeliana; la seconda, quella della capillarizzazione dell'iniziativa politica,
con strumenti quali la petizione popolare per il ritiro delle truppe dall'Iraq;
la terza, infine, continua ad essere quella della piazza, il vero termometro
politico della situazione.
Chi ha lanciato la parola d'ordine del boicottaggio pensando che fosse un
elemento simbolico, ha commesso un errore. Il boicottaggio è uno strumento che,
per sua stessa natura, ha bisogno di costanza e tempi lunghi per mostrare i
propri risultati: continuare a praticare e diffondere il boicottaggio della
Esso, della Chevron, dei prodotti israeliani è una necessità e una prospettiva
non per sparute avanguardie, ma per milioni e milioni di persone. E milioni di
persone che disertano i distributori Esso e Chevron possono fare la differenza.
E' sconsolante constatare come organizzazioni e gruppi di ispirazione religiosa
siano più coerenti e consapevoli della potenzialità del boicottaggio di quanto
non lo siano tanti compagni, sempre pronti alla fraseologia più radicale ma che
fanno benzina al primo distributore della Esso che gli capita e si ingozzano di
Coca Cola.
Veniamo alla petizione per il ritiro delle truppe: ad oggi, le firme sono circa
centoventimila. Sono tante, ma ne occorrono molte di più: portare la petizione
sul proprio posto di lavoro, parlarne con i colleghi, prendersi la briga di fare
le scale del proprio palazzo e chiedere ai condomini di firmare, aprire
banchetti nelle scuole e nelle università, sono tutte cose che ciascuno può
fare, senza bisogno di chiedere il permesso a capetti e burocrati di partito.
La piazza, infine: non sono le manifestazioni a determinare le scelte
politiche e il governo Berlusconi, in particolare, appare insensibile, al punto
da ignorare anche uno sciopero generale. E' uno degli effetti del maggioritario
e della blindatura delle istituzioni rispetto alle dinamiche sociali. Tuttavia,
da che mondo è mondo, la protesta si esprime nelle strade e nelle piazze, ed è
un curioso concetto di democrazia quello che ispira coloro che - anche a
"sinistra" - non amano le manifestazioni, soprattutto quando esprimono una
critica radicale. Abbiamo di fronte almeno due momenti in cui bisogna far
sentire la voce possente del popolo contro la guerra e l'occupazione, e sono la
firma della Costituzione Europea, il prossimo 29 ottobre a Roma, e la
mobilitazione internazionale contro il Muro dell'Apartheid e l'occupazione di
Iraq e Palestina, nella seconda settimana di novembre, che si concluderà con una
manifestazione nazionale sulle parole d'ordine lanciate dalla Campagna
Palestinese contro il Muro dell'Apartheid, in sostegno all'Intifada palestinese
e all'Intifada irachena. Dovremo riempire di contenuti quelle giornate: il 29
ottobre perchè sia evidente che esiste un'Europa dei popoli e dei movimenti
molto più coraggiosa e generosa dell'Europa dei governi e delle banche, a
novembre perchè sia assordante la voce di chi vuole ricordare che il diritto
internazionale deve valere anche per gli imperialisti e i sionisti e di chi non
vuole più essere ostaggio di Washington, di Tel Aviv o di chicchessia.
Buon lavoro, compagne e compagni.