IL PARTITO SONO IO!   

Dichiarazione congiunta delle minoranze di Rifondazione Comunista sul nuovo Statuto del Partito

Quanto è avvenuto in sede di Commissione e nella discussione plenaria del Congresso a proposito delle modifiche dello Statuto del Partito è un fatto molto grave, senza precedenti in tutta la storia di Rifondazione Comunista.
Forte di uno scarto di voti molto contenuto, la maggioranza ha deciso di stravolgere lo Statuto del Partito a colpi di maggioranza, non mostrando alcuna disponibilità al confronto con le opposizioni interne. Nonostante la ferma contrarietà sempre mostrata da tutto il Partito nei confronti dei principi e della pratica del maggioritario, la maggioranza non ha esitato ad applicarne la logica: chi vince prende tutto.
Per questo ci siamo risolti ad una decisione sin qui mai assunta e che mai avremmo voluto prendere: quella di votare contro lo Statuto del nostro Partito.
Grave e irricevibile sempre, l’uso del maggioritario lo è soprattutto quando materia del contendere sono le norme che regolano la vita di una comunità e che dovrebbero tutelare la democrazia interna garantendo le minoranze da eventuali forzature della maggioranza.
Su aspetti centrali della struttura organizzativa del Partito (a cominciare dalla composizione e dalle funzioni della Segreteria nazionale, della Direzione nazionale e dell’Esecutivo), la maggioranza ha imposto modifiche statutarie che d’ora in avanti le consentiranno di assumere decisioni nella sostanziale assenza di confronto con le minoranze. In queste nuove condizioni, la guida politica e la gestione reale del Partito saranno assunte da un organismo (l’Esecutivo) che – in rappresentanza di istanze territoriali e di dipartimento – esprime però quasi esclusivamente la parte maggioritaria del Partito, espropriando la Direzione nazionale di qualsiasi effettivo ruolo dirigente.
Dinanzi a tale operazione di costruzione sostanzialmente maggioritaria degli organismi dirigenti, le minoranze chiedono congiuntamente che non si proceda per il momento all’elezione della prossima Direzione nazionale e decidono – qualora tale richiesta non venisse accolta – di sospendere la propria presenza nella Direzione nazionale, in attesa di conoscere la composizione dell’insieme dei nuovi organismi dirigenti.
C’è una gran parte del Partito della Rifondazione Comunista che non acconsente con tale modalità maggioritaria: una gran parte – oltre il 40% – che subisce oggi una prevaricazione ma che già da domani intende far pesare tutta la propria influenza, nella certezza di disporre di una forza importante.

Claudio Grassi – mozione 2 “essere comunisti”
Marco Ferrando – mozione 3 “per un progetto comunista”
Salvatore Cannavò – mozione 4 “un’altra rifondazione è possibile”
Claudio Bellotti – mozione 5 “rompere con Prodi, preparare l’alternativa operaia”

Lido di Venezia,5 marzo 2005

Come ampiamente prevedibile e previsto, Bertinotti ed i suoi hanno usato la maggioranza conferita loro dai congressi di circolo (opportunamente cammellati) per ridurre al silenzio le opposizioni interne al PRC e contrarie, con diverse sfumature, alla svolta governista. Oltre a quanto denunciato dalle minoranze nel loro documento congiunto, c'è da dire che Bertinotti ha chiarito che i parlamentari dovranno essere tutti espressione della sua maggioranza e sottoscrivere una sorta di atto di fedeltà verso il governo Prodi.
Dopo le ulteriori esternazioni bertinottiane a proposito di un "ritiro graduale" delle truppe dall'Iraq e dopo la conferma del suo giudizio sostanzialmente positivo verso Ariel Sharon, il tutto aggiunto all'infamia commessa a Roma (dove i bertinottiani hanno bocciato una mozione di semplice solidarietà con il popolo iracheno), è legittimo chiedersi che senso abbia la partecipazione del PRC alla manifestazione di Roma del prossimo 19 marzo. Quella manifestazione si muoverà a partire da parole d'ordine chiare, le parole di Beirut e di Porto Alegre, parole che non c'entrano nulla con le provocazioni bertinottiane contro la resistenza irachena e quella palestinese.
Ma c'è un altro aspetto su cui è bene che il movimento si interroghi: anche alla luce del precedente dello scorso 13 novembre, Bertinotti non può non sapere che la sua presenza e/o quella dei suoi cammelli potrebbero provocare comprensibili reazioni di rigetto dalla piazza, e dunque non è affatto da escludere che cerchi esattamente questo, come, del resto, ha già fatto il suo degno compare Fassino. Il tutto, ovviamente, allo scopo di rendere evidente il definitivo distacco del PRC dai "violenti" e dagli "estremisti", che sarebbero poi tutti quelli che vogliono il ritiro delle truppe italiane dall'Iraq senza se e senza ma. Un altro viatico per l'ingresso nel salotto buono del centrosinistra, insomma. Sarà bene pensarci.