POVERA ROMA, POVERA ITALIA…

Povera Roma, condannata ad essere il laboratorio della politica nazionale e, dunque, antipasto di bassa cucina delle peggiori nefandezze che, prima o poi, verranno servite come pasto completo su tutte le nostre tavole, da Bolzano a Lampedusa.
Il candidato sindaco più accreditato è quel Francesco Rutelli un tempo radicale mangiapreti ed ora cattolico baciapile, qualità che condivide con il leader del partito più cattolico di tutti, quel Pierferdinando Casini con il quale condivide anche la predisposizione per i palazzinari, ai quali il primo ha regalato l’impostazione del Piano Regolatore poi concluso felicemente da Veltroni, mentre il secondo ha preferito l’apparentamento, sia pure solo al secondo turno: infatti, ha sposato in seconde nozze la figlia del più noto costruttore romano, ma anche (come direbbe Veltroni) proprietario dei due quotidiani storici della Capitale, il Messaggero e il Tempo.
Al Rutelli ex radicale, ex verde, ex democratico asinista, ex margheritino ed ora democratico ed al candidato di Casini (il democristiano d.o.c. Luciano Ciocchetti), si contrappone (si fa per dire) il camerata Alemanno, al quale a sua volta si contrappone il camerata Storace, in una nobile gara a chi promette persecuzioni più rigorose nei confronti degli immigrati, colpevoli di delinquere in generale e in particolare di rubare il lavoro agli italiani, profondamente indispettiti dal fatto di non poter più esercitare le professioni di lavavetri, venditori di fazzoletti di carta e benzinai ausiliari, quelli che si mettono all’opera ai distributori automatici in cambio di una piccola mancia.
Per fortuna, anche a Roma ci sono i comunisti: i due partiti ufficiali sostengono Rutelli, nascondendosi dietro un paravento arcobaleno e facendo finta di essere importanti, anche se gli amici di Rutelli li hanno cacciati dalla prospettiva nazionale e se Rutelli stesso si è slogato le mascelle dalle risate quando Patrizia Sentinelli (la sua antica colf, già in servizio nella sua passata giunta) ha chiesto di affiancarglisi ufficialmente, in qualità di Vicesindaco. La risposta è stata, ovviamente, un rotondo NO, come si conviene a tutti gli amori ancillari, dei quali tutti sono a conoscenza ma che – noblesse oblige – non possono essere ammessi pubblicamente. Dunque, a Roma, Rifondazione Comunista e i Comunisti Italiani faranno quello che hanno già fatto per più di dieci anni: le sguattere di Cicciobello, o chi per lui. Oggi a Roma, domani, chissà… se a Veltroni occorresse una stampella al Senato, potrà sempre contare sulle vecchie, fidate badanti.
Poi, ci sono anche i comunisti che non stanno con Rutelli, e questa è una cosa bellissima, perché anche qui i partiti sono due, il PCL di Marco Ferrando e Sinistra Critica, entrambi usciti da qualche tempo da Rifondazione Comunista.
Come i nostri lettori sanno, il partito di Ferrando è quello che si propone di raggruppare i comunisti e quindi ha subito cacciato via tutti i comunisti romani che vi avevano aderito, insieme ad altri in Italia; coerentemente con la propria linea intransigente da sempre, candida a sindaco di Roma una signora che due anni (non due decenni) or sono era una fervente sostenitrice di Walter Veltroni, al punto di candidarsi con la Lista Arcobaleno, una delle tante che componevano la coalizione di Veltroni stesso. Per la verità, il contributo di quella lista, con il suo triste zero virgola, al trionfo di Veltroni fu piuttosto modesto, e quello dell’attuale candidata sindaco di Ferrando, in particolare, ispira più tenerezza che critica politica: nove preferenze in tutto, ma quel che conta è il pensiero. Sempre coerentemente con la propria indisponibilità ai compromessi, poi, il Ferrando che proclamava orgogliosamente di essere l’unico a raccogliere le firme dei cittadini per presentare le proprie liste, sottobanco si faceva presentare le stesse liste da due parlamentari caritatevoli, uno dei quali reperto del vecchio PSDI che fu di Pietro Longo, quello che sul Manifesto citavano sempre come LongoP2 e che ha concluso la sua carriera politica agli arresti domiciliari e in affidamento ai servizi sociali. Se a questo aggiungiamo che, per formare la lista romana, il PCL ha dovuto ricorrere alla precettazione di militanti di tutta Italia, ci pare ragionevole concludere che dal micropartito di Ferrando non ci si possa aspettare granché.
Quanto all’altra falce e martello sulla lista, quella di Sinistra Critica, è vero che rappresenta qualcosa di più, candidando anche compagni ben conosciuti per il proprio impegno nei movimenti di lotta, ma è pur vero che ispira un po’ di legittima diffidenza in chi li ha visti per lunghi anni non solo silenti, ma attivamente complici con tutte le porcate (scusate, non troviamo termini migliori) commesse dal PRC romano e nazionale. Sembra ieri, quando sabotavano le prime manifestazioni di solidarietà con il popolo palestinese, tacciandone di antisemitismo i promotori e votando contro l’adesione del loro partito alla prima, grande manifestazione contro il Muro dell’Apartheid.
A stare sempre con la testa girata all’indietro, non si fa molta strada, dunque è giusto che si scelga di aprire il confronto con chi, oggi, non si vergogna di definirsi comunista e non si compromette in alleanze scellerate con i Rutelli e i Veltroni. Bisogna, quindi, negarsi ad ogni settarismo, ma anche (come direbbe Veltroni) essere chiari sin dall’inizio rispetto all’indisponibilità a percorrere strade già battute, siano quelle dei partitini ultraideologici e folkloristici, siano quelle dei tatticismi e dei compromessi politicisti. In altre parole, tanto a Roma che nel Paese, il 13 e 14 aprile prossimi non c’è alcun bisogno di andare a votare qualcuno che si ritiene più comunista degli altri. Prendiamo atto che non c’è nessuno da votare e, semplicemente, diamo appuntamento a dopo queste elezioni.