PROVE TECNICHE DI REGIME
Il linciaggio mediatico
scatenato contro la manifestazione di Roma in solidarietà con la Palestina ha
ben pochi precedenti nella storia recente, e anch'essi riguardavano iniziative a
sostegno della lotta del popolo palestinese: basti ricordare la valanga di
menzogne che seguì la manifestazione romana dell'inizio di aprile del 2002,
quando quasi tutti gli organi di informazione spacciarono due manifestanti che
indossavano la bandiera palestinese per "travestiti da kamikaze". Ma quello che
è successo e che succede in queste ore è ancora più grave per almeno due ottimi
motivi: il primo è che la carneficina a mezzo stampa non ha quasi avuto
eccezioni, il secondo è che fa seguito ai tentativi di sabotare la
manifestazione avvenuti nella settimana precedente. Ma andiamo con ordine.
Tutti i TG, i giornali radio e la stampa, indistintamente di centrodestra e di
centrosinistra, stanno facendo a gara nell'occultare la manifestazione vera e
propria e nel criminalizzarla, enfatizzando oltre ogni ragionevolezza un
episodio marginale, ignorato dagli organizzatori e dalla stragrande maggioranza
dei partecipanti, che - mentre un pugno di dementi malati di protagonismo
compivano la loro bravata - affollavano il comizio che ha chiuso la
manifestazione, applaudivano il gesto simbolico della bandiera nazista data alle
fiamme dal palco e gli interventi delle comunità palestinesi in Italia. A
quarantotto ore di distanza dai fatti, va detto che solo Checchino Antonini su
"Liberazione" e Angelo Mastrandrea sul "Manifesto" hanno fornito ai propri
lettori un'immagine realistica della manifestazione, anche se pure Mastrandrea
ha avvertito il bisogno di sminuirne la portata, riducendo drasticamente nel suo
articolo il numero dei partecipanti. Fatte salve le eccezioni citate, stiamo
assistendo ad un vero e proprio linciaggio bipartisan, con la sola variante che
i pennivendoli di centrosinistra ci tengono a sottolineare la differenza con la
manifestazione di Milano.
E proprio la convocazione della manifestazione di Milano aveva inaugurato la
campagna di boicottaggio dell'iniziativa di Roma, campagna proseguita con gli
insulti provenienti in particolare dai dirigenti di Rifondazione Comunista e con
l'incredibile diniego - poi rientrato - da parte di Trenitalia di applicare a
chi si muoveva per Roma lo stesso sconto concesso a chi si recava a Milano, che
è poi il protocollo abituale che Trenitalia adotta in occasione di eventi
collettivi (tanto è vero che verrà applicato anche ai berluscones che marceranno
su Roma il prossimo 2 dicembre e - speriamo - a quelli che, lo stesso giorno, si
dirigeranno verso Vicenza per protestare contro l'ampliamento delle basi NATO in
Veneto).
Sabotaggio preventivo e criminalizzazione successiva non possono essere casuali:
è evidente che entrambi gli schieramenti del bipolarismo - e relative lobby di
riferimento - si sono sentiti in dovere di stroncare sul nascere la denuncia
politica contenuta nella piattaforma della manifestazione di Roma, e cioè la
denuncia della complicità italiana con la politica criminale dei governi
israeliani, che si sostanzia nell'accordo di cooperazione militare e nelle mille
forme di finanziamento messe in atto centralmente o dagli Enti Locali come
Regione Lazio, Regione Veneto, Regione Toscana, fino a quella Provincia di
Milano il cui Presidente Filippo Penati sponsorizzava la manifestazione di
Milano.
Dunque, è altrettanto evidente come il contrasto alle prove tecniche di regime
messe in atto passi necessariamente per il rilancio della piattaforma del 18
novembre romano: concretamente e nell'immediato, la petizione popolare per la
revoca dell'accordo di cooperazione militare Italia - Israele e la campagna di
boicottaggio e disinvestimento dalla Telecom, una delle aziende italiane con i
più forti rapporti commerciali con l'economia di guerra israeliana. Come abbiamo
cercato di fare per la manifestazione del 18 novembre, daremo il nostro piccolo
contributo anche per il suo naturale proseguimento.
Da ultimo, brevissime considerazioni sui pretesti scatenanti del linciaggio
politico e mediatico: è naturale che chi - conoscendo benissimo le conseguenze
del proprio gesto - ha fornito il casus belli per la montatura giornalistica,
non possa aspettarsi che la riprovazione delle forze che si battono per la
Palestina e dei Palestinesi stessi. Altrettanto naturale che chi vuole
continuare a scendere in piazza per la Palestina non intenda permettere che lo
show si ripeta, senza che questo significhi rimpiangere i "bei tempi" dei
servizi d'ordine di picchiatori maldestramente evocati dall'On.le Diliberto, che
forse (tanto per dirne una) non ricorda la mattanza che siffatta teppaglia operò
nell'ottobre del 1992 a Roma, mandando all'ospedale decine di adolescenti
scambiati per "provocatori" perchè agitavano parole d'ordine diverse da quelle
dei sindacati concertativi. Di quei "bei tempi" non abbiamo alcuna nostalgia,
per cui all'On.le Diliberto indirizziamo tutta la nostra solidarietà per gli
attacchi di cui è oggetto da parte dei suoi avversari e dei suoi alleati di
governo, insieme all'invito a misurare le parole ed a rendersi conto che la
scomoda posizione di complice del governo Prodi - D'Alema non lo mette nella
condizione migliore per dettare condizioni a chicchessia, perlomeno dalle nostre
parti. Se l'esercizio dell'autocritica è doveroso per gli utili idioti che
devono assolutamente gridare slogan truculenti per sentirsi vivi, non lo è
certamente meno per chi ha votato il rifinanziamento delle missioni militari
italiane all'estero e sta votando una Legge Finanziaria che per milioni di noi
significa solo lacrime e sangue.