IL QUISLING DI GAZA
Andiamo in vacanza anche noi,
e pensiamo di meritarcelo. Prima di "chiudere", però, ci sembra necessario
tentare di fornire un quadro il più articolato possibile su una questione che
sta a cuore tanto a noi, quanto ai nostri lettori.
Un impulso determinante alla nascita di questo sito ci venne dalla
consapevolezza che sulla drammatica evoluzione della lotta palestinese andava
stendendosi un velo di silenzio e di omertà del tutto nuovo nella vicenda della
sinistra italiana. Quando iniziammo le "prove tecniche" di Arcipelago, la
seconda Intifada aveva già compiuto un anno, e in Italia tutto taceva... anzi,
proprio in quelle settimane il neosegretario dei DS, Piero Fassino, imponeva
alla Festa de L'Unità la presenza dello stand della "sua" associazione Italia -
Israele al posto di quello storicamente tenuto dai Palestinesi in Italia, come
denunciò sul Manifesto un portavoce dell'ambasciata dell'ANP a Roma. Arcipelago
entrò in linea nel novembre 2002, contribuendo da subito al tentativo di colmare
una lacuna che - allora - ci appariva frutto solo di superficialità e
disinteresse; ci metteremo un po' a capire che non di quello si trattava, ma di
una precisa scelta politica, effettuata da altrettanto precisi settori politici
e di "movimento", tendente a derubricare la questione palestinese dall'agenda
politica, perchè troppo spinosa e impossibile da gestire ecumenicamente e con
spirito di equidistanza.
La Palestina è dunque nel nostro DNA e per questo, negli ultimi giorni, ci
sforziamo di comprendere cosa stia avvenendo all'interno della società
palestinese, sconvolta da decenni di occupazione e da quattro anni di feroce
repressione della seconda Intifada.
Riproduciamo di seguito alcuni documenti, con un nostro tentativo di analisi
finale.
Dopo i primi episodi di
violenza interpalestinese a Gaza, chiaramente fomentati da
Mohamed Dahlan (dirigente di Al Fatah molto apprezzato da sionisti e
americani, nonché idolo della ben nota Fiamma Nirenstein), si fa sentire
Hamas - organizzazione ormai maggioritaria nella
striscia - con una dichiarazione piuttosto prudente di Khalid Mishal, presidente
dell'Ufficio Politico del movimento, che dice ad un giornale di Amman: "Hamas
non prende parte a questo conflitto (interno ad Al Fatah), ma non siamo nella
posizione di uno spettatore. Hamas non resterà senza reagire contro ogni danno
causato agli interessi superiori del nostro popolo palestinese e della sua santa
causa". Mishal prosegue chiedendosi come mai certa gente sollevi proprio ora
la questione delle riforme e la lotta alla corruzione, quando questa corruzione
è di lunga data, con un implicito ma evidente riferimento a Mohamed Dahalan, che
di traffici con gli Israeliani ne sa parecchio. La dichiarazione di Mishal si
chiude con l'assicurazione che "la resistenza palestinese resterà sulla
strada giusta nonostante gli sforzi di Sharon di sfiancarla e di arrestarla".
Contemporaneamente alle dichiarazioni di Mishal, i
Consigli della Resistenza Popolare di Gaza diffondono un loro documento
in cui sottolineano che "il movimento di liberazione nazionale palestinese
Fatah si trova attualmente ad un crocevia pericoloso: o precipita nell'abisso,
tradendo la sua storia, o le persone d'onore prendono una posizione che sia in
armonia con la sua storia". I Consigli, nello stesso documento, condannano
l'uso della forza per risolvere le questioni interne palestinesi, perchè "Il
fucile palestinese deve mirare agli occupanti (...) quello che sta avvenendo in
Palestina serve solo all'occupante sionista". I Consigli si pronunciano
anche sulla questione della corruzione e delle riforme, affermando che "la
riforma deve essere sistematica e non solamente per trarne profitti" (anche
qui, il riferimento alle trame di Dahlan appare evidente). Il comunicato mette
in guardia contro "l'impantanamento nella palude della bufera interna nello
stesso momento in cui gli aerei del nemico colpiscono i leader della resistenza"
e auspica che "l'unità diventi la parola d'ordine di ogni cittadino che
protegge l'interesse del popolo palestinese".
Naturalmente, di queste prese di posizione in Italia non parla nessuno,
poiché tutti i gazzettieri di regime (compresi quelli di "sinistra")
preferiscono accreditare la tesi della "rivolta palestinese contro la corruzione
di Arafat", accodandosi al carrozzone guidato da Bush e Sharon. Oltre al solito
Michele Giorgio, fa eccezione Giancarlo Lannutti, che scrive su Liberazione un
pezzo estremamente lucido ed
esplicativo, che riproduciamo integralmente.
| La democrazia palestinese bloccata dall'occupazione e dal muro di Sharon |
| La politica Israele-Usa compatta posizioni diverse attorno ad Arafat |
|
Arafat è ormai finito, anzi no, Arafat continua ad avere l'ultima parola
su tutto. Abu Ala e il suo governo restano in carica, anzi no, il
premier non ritira le sue dimissioni. Per tutta la settimana al vertice
dell'Anp è stata una continua altalena di ipotesi e di annunci
contraddittori, nei quali si è inserito anche il Consiglio legislativo
per esortare il presidente ad accettare le dimissioni di Abu Ala. A
favore di chi, o di che cosa, il consiglio non ha detto, e d'altra parte
a pronunciarsi è stata soltanto una minoranza del corpo legislativo,
poiché alla seduta hanno partecipato solo 51 deputati su 88 e solo 37
hanno effettivamente votato; una riunione veramente plenaria è resa
infatti impossibile dal perdurare dell'occupazione israeliana in
Cisgiordania e dall'isolamento della striscia di Gaza. Il voto del
parlamento acquista così un valore doppiamente emblematico, da un lato
come spia dello stato di crisi e di confusione che esiste al vertice
dell'Autorità nazionale palestinese e dall'altro come denuncia dello
stato di totale anormalità creato nei territori dell'Anp dalla guerra di
aggressione di Sharon e dalla conseguente rioccupazione della
Cisgiordania.
E' proprio da quest'ultimo elemento che si deve partire se si vuole capire davvero quello che accade. Nei nostri mass-media non c'è la minima traccia di tutto questo: a leggerli (o a sentirli) sembrerebbe quasi che l'Anp sia uno stato "normale", con una vita istituzionale altrettanto "normale", per cui si discute dei meriti o delle colpe di Arafat o di Abu Ala come se l'occupazione non esistesse e come se non esistesse quel suo prodotto perverso che è il "muro della vergogna". Il presidente legittimo dell'Anp è costretto di fatto da due anni e mezzo agli arresti domiciliari, il parlamento è di fatto impedito a riunirsi, il governo non ha in realtà nulla su cui governare, visto che Abu Ala può a mala pena muoversi tra il suo ufficio di Ramallah e la sua residenza di Abu Dis, una decina di chilometri più in la e con il muro di mezzo. Ma tutto ciò sembra non contare nulla. E invece conta, e come, e conta anche, di riflesso, sulle vicende interne palestinesi. Che hanno certamente radici concrete, che si rifanno ai fenomeni - reali - di autoritarismo, burocratismo e corruzione che hanno inquinato l'Anp negli anni dopo Oslo, ma che non possono essere valutati e affrontati colme se dall'ottobre 2000 in poi non fosse successo nulla, come se al governo a Tel Aviv non ci fosse Sharon e come se la coppia Bush-Sharon non stesse mettendo a ferro e fuoco il Medio Oriente. In questo contesto va visto il problema della credibilità e del potere di Yasser Arafat. Le contestazioni e il malumore per come è stata gestita negli anni '90 l'Anp sono reali e largamente diffusi non solo tra le file dei critici dichiarati, come Hamas o il Fronte popolare, ma nell'insieme della società civile palestinese, come dimostra il fatto che a condurre le tumultuose, e per certi versi avventuristiche, proteste di Gaza siano proprio quelle Brigate dei martiri di Al Aqsa che sono comunque una filiazione di Al Fatah. Ma se a prendere di mira Arafat e il suo ruolo sono Bush e Sharon, il cui intento è di promuovere la crescita di una improbabile (ma non impossibile) leadership addomesticata, disposta ad accettare una pace finta e sia in realtà una resa, allora il fronte si ricompatta e Arafat rimane più che mai per tutti, inclusi i suoi critici più accaniti, il legittimo presidente eletto dell'Anp e il simbolo vivente della lotta nazionale palestinese. Lo stesso dicasi per il processo di riforma dell'Anp. Un conto è la volontà di larga parte dei palestinesi di rimodellare in senso più democratico e partecipativo le loro (sia pur embrionali) istituzioni; ben altra cosa è la pretesa di Israele e degli Usa (troppo spesso con l'avallo dell'Europa) di imporre dall'esterno una pseudo-riforma tesa ad omologare la Palestina di domani (se ci sarà) ai modelli neocoloniali di Bagdad e di Kabul. E torniamo allora al problema di fondo: l'occupazione e il muro, pietre tombali non solo sul processo di pace (Road Map inclusa) ma anche sulla possibilità per i palestinesi di scegliere liberamente le loro istituzioni e la loro leadership. |
Successivamente alla
pubblicazione dell'articolo di Lannutti, si chiarisce anche il mistero della
collaborazione negli attacchi alla leadership di Arafat fra i tagliagole di
Dahlan (armati e addestrati da americani e inglesi in collaborazione con
egiziani e israeliani) e i militanti delle Brigate dei Martiri di Al Aqsa,
frazione combattente di Al Fatah: in realtà, lo stesso Dahlan ha ribattezzato le
sue squadracce "Nuove Brigate dei Martiri di Al Aqsa", con l'obiettivo di
inquinare ulteriormente le già tormentate acque della politica palestinese.
Mentre scriviamo questo intervento, Dahlan proclama che prima di Ferragosto
porterà in piazza a Gaza almeno 30.000 persone decise ad imporre le "riforme",
cioè ad abbattere Arafat.
Le minacce di Dahlan vanno prese sul serio, soprattutto perchè egli non è altro
che il Quisling a Gaza di Bush e Sharon, ed è quindi possibile che riesca a
scatenare - almeno nella striscia di Gaza - quella guerra civile
interpalestinese che è da anni obiettivo dei sionisti. Da qui, si può fare ben
poco per contrastare i piani di Sharon e del suo Quisling, ma quel poco bisogna
farlo: rilanciare l'iniziativa di solidarietà con la lotta di liberazione del
popolo palestinese, accogliendo l'appello per la "campagna d'autunno" della
Campagna Palestinese contro il Muro dell'Apartheid e rendendo più efficace la
mobilitazione contro l'occupazione della Palestina e quella dell'Iraq, tanto
intimamente connesse da apparire ormai come un'unica lotta contro l'imperialismo
USA e il colonialismo sionista. Non abbiamo mai amato Yasser Arafat e le sue
scelte, ma i soli che possono decidere del futuro politico dei Palestinesi sono
i Palestinesi stessi, e la prima condizione perchè questo sia possibile è la
fine dell'occupazione militare e coloniale sionista. Con la volontà di
contribuire al raggiungimento di questo obiettivo, Arcipelago sarà nuovamente al
lavoro fra poche settimane.