SENZA RIMPIANTI
Si vota o
non si vota? E, se si vota, con quale legge? Da quando il governo Prodi è stato
affondato dall’iniziativa di Mastella, sembra che a nessuno, e meno che mai a
sinistra, importi di analizzare le cause di quanto è avvenuto, e magari di
trarne qualche conseguenza.
Eppure, le conseguenze del capitombolo di Prodi possono essere pesanti, per
esempio una vittoria con una maggioranza schiacciante del blocco di destra,
nazisti di borgata compresi. Del resto, c’era mancato poco anche nel 2006,
quando sembrava che Berlusconi fosse ridotto ad uno straccio e invece non ha
vinto le elezioni per un soffio.
Liberiamo la scena da un elemento di disturbo, e cioè la panzana che la legge
elettorale con cui si è andati al voto l’ultima volta sia stata la causa
dell’instabilità del governo di centrosinistra: ricordiamo, infatti, che la
differenza di voti fra le due coalizioni fu talmente minima (poco più di 20.000
voti per la Camera e addirittura più voti alla CdL per il Senato) che solo in
virtù del famigerato “porcellum” Prodi si è potuto sedere sulla poltrona di
Presidente del Consiglio, sia pure a prezzo di continui patemi d’animo ad ogni
votazione a Palazzo Madama. I casi sono due: o si vuole rispettare il criterio
che per governare un Paese occorre avere dalla propria parte la maggioranza
degli elettori – e questo significa un sistema proporzionale – oppure bisogna
dire con onestà che si pretende di governare non rappresentando che una
minoranza dei cittadini, il che è una visione un po’ bislacca della democrazia.
Oggi, di fronte ai deliri di chi vorrebbe governare senza allearsi con nessuno e
avendo alle spalle un partito che non supera il 30% dei voti nemmeno secondo i
sondaggi più amichevoli (e per questo era uno dei sostenitori del referendum di
Segni e Guzzetta), non possiamo che dire: meglio le elezioni subito, meglio la
disfatta di questa gente e speriamo che si tolgano davvero di mezzo.
Obiezione: ma così, con ogni probabilità si consegna l’Italia a Berlusconi e
alla destra. Vero… ma, di grazia, il governo testé caduto era per caso un
governo di sinistra? Citando a casaccio: dall’Iraq ce ne siamo andati solo
perché lo aveva già deciso Berlusconi, in compenso abbiamo aumentato la presenza
in Aghanistan, siamo intervenuti in Libano e, complessivamente, il governo
“amico” ha aumentato del 24% le spese militari, mentre continuava a tagliare
quelle per scuola, sanità e servizi pubblici. Nei confronti della tragedia
palestinese, nonostante qualche dichiarazione di D’Alema, il governo Prodi ha
mantenuto la stessa condotta scandalosamente filoisraeliana dei suoi
predecessori, mantenendo l’embargo assassino contro la Striscia di Gaza e
confermando l’accordo di cooperazione militare con Israele. I lavoratori sono
stati bastonati per benino, con lo scippo del T.F.R. e il Protocollo del 23
luglio, con tanto di referendum-farsa, e non meglio è andata a chi si illudeva
che, almeno sul terreno dei diritti civili, qualcosa si sarebbe portato a casa:
PACS e DICO sono finiti nel dimenticatoio, esattamente come una legge sul
conflitto di interessi. E’ tanto strano che gli artefici di tante nefandezze non
riscuotano simpatie e ci sia ben poca gente disposta a rimpiangerli?
E’ pur vero che al peggio non c’è mai fine, ma è anche vero che è preferibile
affrontare un avversario dichiarato che un falso “amico”. Dunque, meglio le
elezioni che un governo “tecnico” o, peggio, “di scopo”, il cui scopo principale
sarebbe quello di consentire alle chiappe di bertinotti di posare ancora
qualche mese sulla terza poltrona dello Stato.
Immaginiamo già la domanda: allora, in caso di elezioni, che cosa bisognerebbe
fare? La risposta alla prossima puntata.