IL SIONISMO RENDE LIBERI

I Palestinesi, oltre che vessati dall'occupazione militare e coloniale israeliana, sono ora ridotti alla fame dall'embargo economico decretato dalla potenza occupante e subito recepito da U.S.A. e Unione Europea. In altre parole, al dramma quotidiano dei massacri, delle deportazioni, delle distruzioni e delle devastazioni si aggiunge l'affamamento, nel primo caso che la storia ricordi di un popolo punito dalla comunità internazionale per la colpa di non piegarsi all'occupazione da parte di uno Stato invasore. La vicenda è di per sé agghiacciante e testimonia dell'abbrutimento e dell'imbarbarimento delle cosiddette democrazie, che offrono lo sconcertante spettacolo di una rappresentazione rovesciata della realtà: è come se, per fare un riferimento storico, nel 1936 le democrazie occidentali avessero sostenuto l'invasione italo-tedesca della Spagna, anziché tentare - sia pure debolmente, ad eccezione dell'U.R.S.S. - di difendere il legittimo governo repubblicano aggredito dai golpisti del caudillo amico di Hitler e Mussolini. Ma c'è di peggio, almeno in Italia: nel nostro Paese, non solo le istituzioni collaborano all'affamamento del popolo palestinese, ma assistiamo all'inverecondo spettacolo offerto dall'informazione, dalla politica e da sedicenti intellettuali, che non si indignano perchè milioni di esseri umani sono rinchiusi in città e villaggi trasformati in campi di concentramento e ridotti alla fame, ma si inalberano se qualcuno osa chiamare le cose con il loro nome, magari con una vignetta satirica.
La campagna di linciaggio messa in piedi contro il vignettista di Liberazione, Apicella, e il direttore dello stesso giornale, Piero Sansonetti, si è arricchita dell'intervento di un intellettuale di sinistra che, fino ad oggi, anche noi consideravamo con rispetto e con stima: parliamo di Erri De Luca, ex dirigente di Lotta Continua e autore di splendidi libri e coraggiose iniziative politiche. Ecco cosa ha scritto De Luca sul Manifesto del 16 maggio:

Le parole impronunciabili

Erri De Luca

Non cuocerai l'agnello nel latte di sua madre, è scritto nel libro sacro. Non trasformerai la madre della vittima in complice del macellaio di suo figlio. Accusare Israele di affamare la Palestina usando la scritta nazista del campo di sterminio di Auschwitz è cuocere l'agnello nel latte della madre. Non si può prendere la sigla del peggior crimine dell'umanità e rivoltarlo contro i discendenti delle vittime. Ma è stato fatto, per leggerezza o per insulto. Fame è una parola gigantesca, la riduzione al gradino più basso della dignità umana. La chiusura intermittente dei varchi di Eretz Israel non è fame. Dopo l'attentato di Tel Aviv sono rimasti serrati per ventiquattr'ore. Le migliaia di operai palestinesi che non lavorano più in Israele non è fame. Un muro che separa, fa male ma non è fame. Le serre degli insediamenti ebraici smantellati a Gaza sono state distrutte dalla proprietà palestinese reintegrata nei suoi territori. Non è mossa di fame. La legittima elezione di Hamas al governo della Palestina ha delle conseguenze internazionali come il taglio dei fondi di paesi esteri ma non è assedio, non è Sarajevo. La fame annunciata dalla vignetta su «Liberazione» di qualche giorno fa niente ha a che vedere con «Arbeit macht frei» all'ingresso di Auschwitz. Da lì passarono i condannati allo sterminio. Il copyright su quella scritta appartiene ai nazisti. Nessuno può staccarlo dal luogo capitale dell'infamia e appiccicarlo per polemica sull'uscio di qualcuno, tanto meno l'uscio di Israele. E' triste quando l'intelligenza e la compassione di persone vicine si inceppano e procurano un torto anziché un sollievo. Quel luogo è un nervo scoperto della storia da migliaia di anni. Tre monoteismi, tre fedi esclusive hanno i loro santuari gomito a gomito. E' un punto della geografia da trattare con la cautela dell'artificiere che manovra per disinnescare la carica, non per accenderla.

Quello che subiscono i Palestinesi non è dunque fame, ma De Luca non dice cosa sia. Forse, semplice appetito o, come diceva una vecchia pubblicità, non fame, ma un certo languorino. A De Luca, sempre sul Manifesto, risponde il 19 maggio lo scrittore israeliano Itzhak Laor:

Quell'assordante silenzio sulla morte della Palestina

Itzhak Laor

Se si traducesse l'articolo uscito martedì scorso sul manifesto di Erri De Luca in ebraico e lo si facesse leggere a qualunque israeliano, questi lo identificherebbe senza dubbio come un testo tipico di un membro del Likud. Al di là della discussione ipocrita sulla parola «fame», bisognerebbe ricordare che Israele cerca di affamare i palestinesi nel tipico modo che Giorgio Agamben ha descritto nel suo «Homo Sacer», facendo appello all'«aiuto umanitario» subito dopo aver distrutto tutto. In Palestina, la gente vive sotto una crescente paura, povertà e fame, e in condizioni che condannano le prossime generazioni a un futuro di sottosviluppo. Gaza è un enorme ghetto, che ogni giorno viene bombardato da centinaia di razzi. I villaggi in Cisgiordania sono isolati l'uno dall'altro, le città sono sigillate e le autostrade chiuse agli arabi. La stampa italiana si comporta come se fosse sotto la censura di Mussolini quando non parla delle sofferenze dei palestinesi. Mi dispiace per Erri De Luca: così giovane e già censore (e in favore di chi? di una delle peggiori occupazioni militari dalla seconda guerra mondiale).
Dal 1991 - prima che cominciasse la campagna terroristica della metà degli anni '90 - i palestinesi hanno vissuto sotto la politica israeliana di chiusure e separazioni (apartheid in olandese). Sono strangolati e separati dalle loro comunità, dai loro centri, dalla loro economia. Il luogo dove vivono e dove si muovono diventa sistematicamente più piccolo. Nessun palestinese minore di 16 anni sa cosa vuol dire andare in vacanza dall'altra parte del suo paese. Nessuno si muove per più di 10 chilometri. La disoccupazione è in crescita. Durante gli anni dell'occupazione, Israele non ha permesso ai palestinesi di avere una propria economia, per non parlare di costruire una propria industria. Oggi possono solo comprare merci in Israele. Non hanno altra scelta. Non possono vendere nulla in Israele, nemmeno le verdure. La distruzione della Palestina è una realtà quotidiana. E devo aggiungere: il silenzio sulla lenta morte della nazione palestinese è parte di una lunga tradizione europea di lasciare morire l'Altro.
Ma l'articolo di Erri De Luca è l'esempio di qualcosa di peggio che sta accadendo in Europa.
Il passato ebraico in Europa è un tipo di comoda rappresentazione di un passato europeo omogeneo, in cui una metafora - l'Olocausto - copre qualsiasi altra cosa. Non l'Olocausto come parte della storia europea, ma quasi il contrario. La storia si perde. Il fascismo? Troppo controverso. Il ruolo della Chiesa cattolica? Non se ne può parlare. Pio XII? Insomma, è quasi un santo. Questo atteggiamento filo-sionista della sinistra europea non è una peculiarità italiana (e in questo caso si può persino dire che non è colpa di Israele). Questa collaborazione della sinistra europea con la destra israeliana colma un enorme vuoto in Europa, dalla caduta del comunismo, e serve alla costruzione di una nuova identità europea.
I bambini iracheni e palestinesi sono i nuovi «etiopi». A chi importa? Noi europei siamo gli umanisti. Abbiamo la licenza di rimanere in silenzio sull'affamamento della Palestina. La nostra licenza si chiama Olocausto o Auschwitz. Non ci importa di collocarli nella storia. Abbiamo bisogno di mitologia, non di storia.

De Luca e quelli come lui farebbero bene a riflettere sulla lezione impartitagli da Laor ed a farne tesoro per le loro future esternazioni. Noi abbiamo il dovere di non limitarci a prendere atto di quello che sta avvenendo e, ognuno secondo le proprie possibilità, impegnarci per rompere la censura filoisraeliana e combattere il razzismo antipalestinese che sta diventando un tratto distintivo dei nostri tempi. Così come abbiamo duramente criticato la maldestra captatio benevolentiae di Piero Sansonetti quando si è inventato una sua insistente partecipazione alla fiaccolata pro Israele indetta da Giuliano Ferrara, oggi gli esprimiamo tutta la nostra solidarietà per l'evidente tentativo di silurarlo, che avviene con la complicità di una parte della stessa redazione del suo giornale e dei dirigenti del suo partito, da fausto bertinotti che si è prontamente allineato alla falange dei censori al neosegretario franco giordano, che non ha speso una parola per difendere l'autonomia del giornale, mentre ci risulta da sempre molto sollecito nei confronti della Comunità Ebraica romana. Del resto, questo fa parte di quell'atteggiamento filo-sionista della sinistra europea e della sua collaborazione con la destra israeliana esplicitamente denunciati da Laor e che noi abbiamo imparato a conoscere bene sulla nostra pelle. Per gli stessi motivi, ci impegneremo con tutte le nostre forze nel sostegno alla campagna S.O.S. PALESTINA lanciata dalla Mezzaluna Rossa Palestinese e dal Forum Palestina e che sta già raccogliendo numerose adesioni: sappiamo benissimo che le decine di migliaia di euro che ci auguriamo verranno raccolti sono una goccia nel mare dei disperati bisogni della popolazione palestinese, ma sappiamo anche che ogni euro portato agli ospedali di Gaza, di Betlemme o di Ramallah costituirà una preziosa testimonianza della solidarietà del popolo italiano, che è cosa differente dai suoi governi.