SOLE CHE SORGI...
“E’ una giornata tristissima per Roma. I dirigenti della
sinistra devono accollarsi tutte le responsabilità”. Questo commento –
ampiamente condivisibile – sulla disfatta elettorale di Francesco Rutelli e dei
suoi alleati, appare sull’edizione romana della Repubblica del 29 aprile, il day
after che ha seguito l’ascesa al Campidoglio del camerata Gianni Alemanno,
fascistone d.o.c., che nel ballottaggio ha letteralmente sbaragliato la
consolidata macchina da guerra che sosteneva la continuità
Rutelli-Veltroni-Rutelli.
La disfatta romana segue di un paio di settimane la catastrofe nazionale,
nonostante, sulla carta, l’impresa del camerata Alemanno apparisse quasi
impossibile, stante la pervasività del sistema di potere coagulatosi negli anni
attorno alle caste e sottocaste rutelliane e veltroniane. Un sistema di potere
fatto di solidi rapporti con tutti i poteri forti, dall’associazione dei
costruttori (leggasi: palazzinari) alla lobby delle cooperative sociali, dal
Vaticano a Confindustria. Un sistema di potere tanto sicuro di sé da pensare di
poter decidere delle sorti della Capitale fra un aperitivo sulla spiaggia di
Sabaudia e una terrazza aristocratica, passandosi lo scettro di Sindaco come se
fosse un pallone: nel 2000, Rutelli si dimette anticipatamente, per correre come
premier contro Silvio Berlusconi (dal quale verrà sonoramente trombato), e passa
la palla a Veltroni, che viene eletto con fatica contro lo scialbo candidato del
centrodestra, tale Tajani. Veltroni giura e spergiura di non avere a cuore altro
che Roma, che afferma di voler continuare ad amministrare fino al 2011, senza
altri obiettivi. Forte di questa certezza, nel 2006 Veltroni vince il secondo
mandato a mani basse contro Gianni Alemanno, candidato alla garibaldina contro
un sindaco che nessuno se la sente di sfidare, anche perché gode di un sostegno
politicamente sconfinato, che va dai moderati all’estrema sinistra, che mette in
piedi un’apposita lista per appoggiarlo (a proposito: quella lista, che prese
una percentuale da prefisso telefonico e non elesse nemmeno un rappresentante,
si chiamava “Arcobaleno”... premonizione?). Non passano due anni che Veltroni si
rimangia il suo amore per Roma, manda a casa il povero Romano Prodi e decide di
correre da solo e a mani nude contro Silvio Berlusconi e, ritenendola ormai cosa
propria, riconsegna la Città Eterna nelle fidate mani dell’amico Rutelli,
ottenendo il fantastico risultato di essere lui stesso trombato da Berlusconi e
di far trombare Rutelli dal camerata Alemanno, coraggiosamente (bisogna
ammetterlo) sceso nuovamente in campo per una nuova sfida disperata. Una sfida,
stavolta, vincente, per tanti motivi che avremo tempo di indagare, ma fra i
quali pensiamo di potere indicare da subito l’indisponibilità dei Romani a farsi
trattare come un pallone che ci si passa fra amici, in una eterna partitella
amichevole, cioè finta.
La Premiata Ditta Veltroni & Rutelli passerà alla storia per aver cancellato la
sinistra dal Parlamento e per aver consegnato Roma ai rappresentanti di quella
bella gente che, appena appresa la notizia, è corsa a sbracciarsi nel saluto
romano dalla balconata del Campidoglio. Poiché la sinistra romana, a cominciare
da Rifondazione Comunista, è stata complice per la bellezza di oltre dieci anni
della Premiata Ditta, non c’è da stupirsi che sia stata stracciata dagli
elettori, portando in Campidoglio solo due consiglieri, nessuno dei quali del
PRC: uno è Tarzan, esponente di Action, mentre l’altra è una rappresentante
della Sinistra Democratica. Il commento che riportavamo all’inizio di questo
intervento, dunque, non potrebbe essere più calzante. Peccato che a pronunciarlo
non sia stato un qualsiasi cittadino, e nemmeno un anonimo militante, bensì
Massimiliano Smeriglio, segretario romano del PRC, quindi uno di quei dirigenti
che, secondo le sue stesse parole, “devono accollarsi tutte le responsabilità”.
Smeriglio se le accollerà, le sue responsabilità, fra le quali quella di aver
candidato come capolista la madre di Valerio Verbano, compagno ventenne
assassinato dai fascisti nel 1981, per poi abbandonarla a sé stessa? Oppure,
farà come hanno sempre fatto i dirigenti come lui, cioè addossare le
responsabilità sempre e soltanto agli “altri”, che sarebbero poi quelli con i
quali ha condiviso poltrone e stipendi fino a quando il popolo sovrano non li ha
presi tutti – metaforicamente parlando – a calci in culo? Lo sapremo presto, e
comunque il nostro interesse al riguardo è piuttosto scarso.
In un Paese dominato da Berlusconi e Bossi, con una Capitale in mano ai
fascisti, il nostro primo pensiero non può che andare alla necessità di
organizzare l’opposizione, anzi, la resistenza. Sarà dura, perché non abbiamo né
mezzi, né audience, ma non ci sono alternative. E’ la nostra vita che
difendiamo, i nostri diritti e la nostra dignità. Non avremo a fianco personaggi
come Smeriglio, ma è molto meglio così.