UNA MANIFESTAZIONE STORICA
Per una volta, riferire
l'aggettivo "storica" ad una manifestazione non appare una forzatura. Le decine
di migliaia di persone che hanno invaso le strade di Roma lo scorso 9 giugno
hanno scritto una pagina collettiva che segnerà la storia di questo Paese, non
meno di quanto abbiano fatto quelle che sono scese in piazza a Vicenza pochi
mesi or sono. D'altro canto, l'incredibile fallimento della contromanifestazione
governista di Piazza del Popolo contribuisce a rafforzare la sensazione che il 9
giugno 2007 abbia sanzionato la chiusura di un ciclo politico, quello
dell'identificazione - per quanto critica - dei movimenti e dei lavoratori con
la sinistra "radicale" di governo, i cui dirigenti sono stati lasciati
impietosamente soli sull'enorme palco montato in piazza.
Sarebbe un errore pensare che la manifestazione del 9 giugno sia stata
un'esplosione imprevista ed estemporanea, perchè quello che è avvenuto affonda
le sue radici in un episodio di quasi un anno fa, quando, in un torrido sabato
di fine luglio, alcune migliaia di uomini e donne manifestarono per le strade di
Roma per gridare forte la protesta e l'indignazione verso la bestiale
aggressione israeliana al piccolissimo Libano e per salutare l'eroica resistenza
popolare contro quell'aggressione. Quel giorno, in testa alla manifestazione -
indetta dal Forum Palestina e dalle comunità libanesi e palestinesi in Italia -
c'era Stefano Chiarini, che calcava fieramente in capo un berrettino rosso con
il simbolo di Hezbollah; per molti di noi, quella è stata l'ultima volta in cui
abbiamo visto questo grandissimo compagno e splendido giornalista, prima che una
morte inaccettabile privasse noi e gli oppressi del mondo di una voce coraggiosa
ed instancabile.
Mentre Stefano guidava quella manifestazione, gli stessi che nemmeno due
settimane prima avevano giurato e spergiurato sul loro "No alla guerra senza se
e senza ma" tradivano vigliaccamente chi gli aveva dato credito, votando il
rifinanziamento delle missioni militari italiane in Iraq e in Afghanistan. Pochi
mesi dopo, gli stessi personaggi concederanno il bis, votando una Legge
Finanziaria che, oltre a massacrare quel poco che resta di Stato sociale,
aumentava del 13% le spese militari italiane.
Ora, molti di quelli sono tornati sui propri passi ed hanno contribuito alla
riuscita della manifestazione del 9 giugno. Non solo: si segnalano sempre più
numerosi casi di rappresentanti istituzionali locali che abbandonano
Rifondazione Comunista, rifugiandosi nei vari gruppi misti o, dove possono,
dando vita a nuovi gruppi consiliari.
Crediamo che, nel percorso fra la manifestazione del 27 luglio 2006 e quella del
9 giugno scorso, lo snodo decisivo sia stato l'immenso corteo di Vicenza contro
il raddoppio della base U.S.A. fortemente sostenuto dal governo Prodi, lo stesso
che mantiene l'embargo contro il popolo palestinese e l'accordo di cooperazione
militare con Israele. Quella manifestazione è stata un brusco risveglio per
molti e l'anticipazione di quello che sarebbe successo, di lì a pochi mesi,
nelle urne della tornata elettorale di primavera, che hanno visto il PRC perdere
in un colpo solo il 60% dei voti ottenuti solo un anno prima, registrando anche
un crollo di consensi da parte del PdCI. Il vuoto intorno al palco di Piazza del
Popolo è stato la sanzione definitiva di questo processo, attraversato anche
dalla gelida freddezza degli operai di Mirafiori e dalla calda contestazione
degli universitari romani verso gli esponenti del PRC.
Ora, veramente, il re è nudo. Il popolo del 9 giugno ha segnalato la fine della
sinistra di governo (che da questo colpo non si riprenderà più) e la necessità
di un'altra sinistra, di altre forme di organizzazione e di rappresentanza dei
bisogni e degli interessi di milioni di lavoratori, giovani, donne che non ne
possono più della precarietà, della guerra, dei sacrifici, dei regali ai
padroni, della politica della forza contro i deboli e dell'arrendevolezza verso
i forti. la responsabilità che pesa sulle spalle degli organizzatori della
manifestazione del 9 giugno è dunque enorme, e non possiamo che augurarci che si
mostrino tutti all'altezza della situazione. I precedenti storici non
autorizzano nessun ottimismo, stante l'apparentemente irresistibile vocazione
della sinistra italiana al settarismo ed all'autoreferenzialità, ma va detto che
l'assoluta novità del momento che stiamo vivendo sconsiglia di guardare alla
realtà di oggi con gli occhi del passato. La deriva politica e morale, la vera e
propria bancarotta della sinistra governista apre uno spazio inedito
all'iniziativa politica di chi si propone, oggi, di ridefinire concretamente i
termini dell'organizzazione e della rappresentanza dei subalterni, degli
sfruttati, di quello che non possiamo che continuare a definire il proletariato.
E non solo: la bancarotta dei vari bertinotti e diliberto, con le loro fameliche
salmerie al seguito, rende esplicita la necessità della riorganizzazione dei
Comunisti, di quelli che non si arrendono al capitalismo come unico mondo
possibile.
Non ci permettiamo di indicare percorsi predefiniti, perchè non è il nostro
compito e perchè non ci sembra che ve ne siano. Daremo spazio (nei limiti delle
possibilità di un piccolo strumento artigianale, quale è questo sito) a tutti
quelli che intendono avventurarsi con onestà e responsabilità lungo la strada
della ricostruzione di una forza politica anticapitalista ed indipendente in
questo Paese, come abbiamo sempre cercato di fare da quando, ormai quasi sei
anni fa, queste pagine hanno visto la luce. In questi sei anni, siamo passati
dai mille contatti scarsi al mese agli oltre 45.000 attuali, il che -
francamente - un po' ci spaventa, perchè significa che Arcipelago ha una platea
di lettori pari, se non superiore, a quella di giornali come Liberazione, e
siamo perfettamente consapevoli di non essere in grado di svolgere adeguatamente
la funzione che ci viene richiesta. Tuttavia, faremo del nostro meglio, e questo
vuol dire anche che non daremo spazio a chi già cerca di sciacallare su quanto
sta avvenendo, offrendo un'immagine di sé troppo diversa dalla squallida realtà
che abbiamo avuto modo di conoscere e - sempre nei limiti delle nostre
possibilità - di far conoscere.
In parole povere, come già avvenuto con la sezione dedicata al PRC, fermiamo
quella aperta sul sedicente Partito Comunista dei Lavoratori, perchè siamo
disgustati dalle bugie e dalla protervia dei responsabili di
quell'organizzazione, brutta copia in miniatura di tanti gruppuscoli settari che
hanno inquinato la storia del movimento comunista negli ultimi decenni. Nato per
opporsi alla deriva governista del PRC e per ricostruire l'opposizione di
classe, il PCL ha conosciuto una rapidissima involuzione settaria ed
autoritaria, arrivando all'espulsione di massa dei dirigenti e dei militanti che
avevano (ingenuamente?) preso sul serio l'invito a discutere ed a contribuire
alla definizione della "nuova" organizzazione. Non contento di questa operazione
in perfetto stile staliniano, marco ferrando - da oggi, minuscole pure per lui -
continua ad inondare di frescacce tutti gli organi di stampa che gli danno
spazio, dal Corriere della Sera al Manifesto, passando per il Giornale, rendendo
ridicolo sé stesso (del che, sinceramente, poco ci interessa) e l'idea stessa di
costruzione di una nuova organizzazione dei comunisti, il che, invece, ci
preoccupa parecchio. Uno che ha la faccia di bronzo di definire, in un
intervento sul Manifesto, "lusinghiero" il risultato elettorale di un partito
che rimedia 296 voti in una città di 257.000 abitanti (Reggio Calabria), 1.440
in una di 615.000 (Genova) e appena 18 in una di 45.000 (Rieti), o è un bugiardo
patologico o è affetto da pericolose forme di delirio di onnipotenza.
Propendiamo per la seconda ipotesi, anche alla luce di quanto lo stesso
personaggio ha dichiarato al Giornale il giorno dopo la manifestazione romana:
"Abbiamo
una sede in ogni capoluogo di regione. Abbiamo avuto un riscontro elettorale
significativo alle ultime amministrative, con l’1% dopo nove mesi dalla nostra
nascita. Democrazia proletaria arrivò a quel risultato in 10 anni. Stiamo
capitalizzando tante energie militanti deluse. Raccogliamo la rabbia operaia
contro questo governo".
Per amore di verità (che continua ad essere rivoluzionaria) dobbiamo dire che
D.P. quel risultato lo otteneva presentandosi in tutta Italia, non solo in una
decina di città e paesini, dove comunque la percentuale di voti ottenuti dal PCL
è lontanissima dall' 1% farneticato da ferrando. Ma la farneticazione tocca il
punto più alto con la disinvolta affermazione sulla presenza delle sedi del PCL
in ogni capoluogo di regione: invitiamo ferrando, se dovesse leggere queste
righe, a comunicarci gli indirizzi delle sue sedi a Roma (Capitale d'Italia,
oltre che capoluogo del Lazio), a Venezia (capoluogo del Veneto), a Perugia
(capoluogo dell'Umbria), a Napoli (capoluogo della Campania), a Potenza
(capoluogo della Basilicata), a Bari (capoluogo della Puglia),
nonché a Palermo e Cagliari (capoluoghi, rispettivamente, di Sicilia e
Sardegna). Di simili millantatori non solo non abbiamo bisogno, ma sono
deleteri: il fatto che, dalle pagine del Manifesto, indirizzino i loro strali
contro ogni progetto che si ponga l'obiettivo di riunificare i comunisti attorno
ad un programma politico anticapitalista, ci appare emblematico di una miseria
politica che ben si sposa con una smisurata e delirante autopromozione
personale, che gode - inspiegabilmente - di un supporto mediatico decisamente
sproporzionato.
L'orizzonte è finalmente in movimento, e la splendida giornata del 9 giugno ha
spostato in avanti il livello del dibattito politico, impegnandoci tutti al
massimo sforzo per definire in tempi politicamente brevi un percorso credibile
di organizzazione dell'opposizione di classe e di sinistra al governo Prodi ed
ai governi dei poteri forti che, con o senza Prodi, caratterizzeranno il periodo
che abbiamo di fronte. La politica, come la vita stessa, oggi corre molto più
velocemente di quanto molti di noi siano abituati a concepire: lo hanno capito e
dimostrato le persone che hanno animato le mobilitazioni degli ultimi mesi e
determinato la sconfitta della mistificazione dei partiti "di lotta e di
governo". Oggi più che mai, dobbiamo farci carico della necessità storica della
sinistra di opposizione, senza se e senza ma.