UNIONE SULL'ORLO DI UNA CRISI DI NERVI

Il trasformismo è fenomeno tipico della politica italiana, per cui i comportamenti degli onorevoli della sedicente "sinistra radicale" non dovrebbero destare sorpresa in nessuno. Contro la guerra senza se e senza ma quando si sta all’opposizione, per la guerra con qualche se e qualche ma di circostanza quando ci si trova al governo. Nulla di nuovo sotto il sole, eppure non si può fare a meno di essere indignati.
L’indignazione non nasce – lo ripetiamo – dalla constatazione dello scarso spessore morale dei neoparlamentari della "sinistra radicale", che hanno costruito le loro fortune politiche esaltando i movimenti (salvo poi scaricarli quando non tornavano più utili) e che, appena indossata la cravatta regolamentare, si sdraiano immediatamente di fronte alle esigenze della realpolitik. A questo ci siamo abituati: sia come attivisti politici, sia come semplici cittadini, conosciamo bene la differenza fra le promesse preelettorali e le azioni postelettorali.
Quello che indigna nella vicenda attuale è la pretesa di certi personaggi e delle rispettive forze politiche di tenere il piede in due scarpe, ovvero – per essere più chiari – di votare con una mano il finanziamento delle missioni di guerra e di impugnare con l’altra la bandiera della pace.
Già nella manifestazione del 2 giugno si coglieva il contrasto fra i contenuti della mobilitazione e la presenza nel corteo di esponenti politici che – in nome della priorità di tenere in piedi il governo Prodi – avevano già fatto sapere che non avrebbero certo provocato una crisi per l’Afghanistan, e che in fondo anche il ritiro dall’Iraq può avvenire con tutta calma. La schizofrenia, quel giorno, era splendidamente rappresentata dal neopresidente della Camera dei Deputati, che sedeva sul palco delle autorità alla parata militare, in compagnia di generali ed ammiragli ed assistendo anche al passaggio di un reparto di gloriosi marines made in U.S.A., appuntandosi sul bavero della costosa giacchetta una vezzosa spillina arcobaleno.
Nei giorni successivi, nell’imminenza della decisione sul rifinanziamento delle missioni militari, abbiamo assistito al progressivo spostamento della linea invalicabile dei parlamentari "pacifisti", in particolare di quelli del PRC: dal ritiro immediato dall’Iraq e dall’Afghanistan, siamo rapidamente passati al ritiro dall’Iraq secondo le modalità già concordate da Berlusconi (cioè lentissimo e parziale) ed alla permanenza in Afghanistan, sempre lealmente a fianco dell’amico yankee e forse pure con qualche bombardiere in più. Per questo motivo, almeno apparentemente, gli onorevoli "pacifisti" si sono ben guardati dall’affacciarsi alla manifestazione contro la guerra che si è tenuta davanti a Palazzo Chigi il 27 giugno, mentre a qualche centinaio di metri i leader dell’Unione cercavano di trovare una qualche furbata formale per poter poi dire che, si, voteremo per mantenere le truppe italiane nel teatro di guerra, ma con regole di ingaggio non proprio di guerra. Sia detto per inciso, in questo sporco lavoro si stanno distinguendo nuovamente i dirigenti del PRC di fausto bertinotti.
Altri parlamentari pacifisti – senza virgolette – erano invece in piazza, a ribadire il loro netto NO alle missioni militari, e questo gli rende onore ed è senz’altro un bene per il movimento contro la guerra e per il Paese nel suo insieme. Questi parlamentari hanno anche ufficializzato con una lettera a Prodi la propria indisponibilità a votare il decreto sulle missioni militari, e i loro nomi benemeriti sono: Gigi Malabarba, Claudio Grassi, Franco Turigliatto e Fosco Giannini (tutti delle minoranze non bertinottiane del PRC), Mauro Bulgarelli, Loredana de Petris, Giampaolo Silvestri (Verdi) e Fernando Rossi (Pdci) Tuttavia, è bene essere chiari fino in fondo, come lo sono stati, nei loro interventi, la maggior parte degli oratori, da Piero Bernocchi dei Cobas a Marco Ferrando del Movimento per il Partito Comunista dei Lavoratori, e chiarezza vuole che si dica che non basta votare NO. Non basta perché, di fronte alla profferta di soccorso da parte di parlamentari del centrodestra, che potrebbero sostituire con i loro voti quelli che al Senato mancano a Parisi e D’Alema, non si può far finta di nulla. Non si può, in altre parole, salvarsi la coscienza non votando i crediti di guerra e salvarsi la poltrona accettando di continuare a sostenere un governo che continua la guerra con il sostegno dell’opposizione.
La guerra non ammette mezze misure: o si è a favore, o si è contro. E se si è contro, non si può sostenere un governo guerrafondaio. Le urne non hanno eletto una maggioranza favorevole alla guerra? Benissimo: si ritirino le truppe italiane da tutti i teatri di guerra. Altrimenti, è molto meglio che questo governo cada e si torni a votare, stavolta con qualche elemento di chiarezza in più.

La manifestazione del 27 giugno: